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India: il gigante addormentato dal Covid che già pensa a risvegliarsi

Gli interventi previsti dal governo riguardano aiuti a 800 milioni di indiani, con oltre 250 miliardi di dollari e un pacchetto che va dal credito fiscale per le aziende al rilancio della immensa domanda interna di beni e consumi.

Come sono lontani i tempi in cui, su una bancarella  del grande mercato di Bangalore, trovai un 45 giri italiano del sanremese Paolo Barabani. D’altro canto, in quel mercato si trovava davvero di tutto, segno di un’esplosione commerciale-consumistica che da lì a poco avrebbe spalancato ulteriormente le porte per fare di Bangalore il cuore pulsante del gigante asiatico, tecnologicamente all’avanguardia. Scuserete il riferimento personale, preso solo in prestito per paragonarlo al cuore economico dell’India che adesso invece pulsa a battiti ridotti, anche se rispetto ad altre realtà mondiali mantiene tutti i presupposti (e qualche concretezza di cui diremo tra poco) per riesplodere. E non fermarsi più.

Ovvio che la “mazzata” anche sull’India è arrivata dal Covid-19. E i contagi avanzano all’impazzata: il tetto dei 7 milioni di casi è stato superato e l’India oramai è seconda solo agli Stati Uniti, con un allargamento spaventoso alla parte rurale e predominante del Paese. Da marzo e per due mesi il Governo ha attuato il lockdown; ma intanto l’economia è precipitata, con oltre 20 milioni di posti di lavoro persi in pochi mesi e un tasso di disoccupazione che dall’8% si è praticamente triplicato. Occhio, però, perché le risposte non stanno mancando. Controverso quanto si vuole, nazionalista o financo “populista” secondo i media internazionali, di fatto Modi è seguitissimo dagli indiani (indice di gradimento personale e del suo  Bharatija janata party al 75%) e per niente avversato da un’opposizione abbarbicata alla famiglia Gandhi, arrivata però oramai alla quinta generazione, con la figura di Indira che è sempre più un pallido ricordo.

Gli interventi previsti dal governo riguardano aiuti a 800 milioni di indiani, con oltre 250 miliardi di dollari e un pacchetto che va dal credito fiscale per le aziende al rilancio della immensa domanda interna di beni e consumi.

L’ultima scommessa di Modi, che potrebbe anche risultare vincente, è quella di un Paese sempre meno dipendente dalle importazioni ma, anzi, votato alla produzione di beni da esportare. Ecco cosa ha detto lo stesso premier non più tardi del 15 agosto scorso, alle celebrazioni per l’indipendenza. <India autonoma non vuol dire soltanto ridurre le importazioni, ma anche e soprattutto migliorare le nostre capacità, creatività e competenze>. Non solo pura autarchia, insomma, ma un passaggio dallo slogan “Fatto in India” a “Fatto per il mondo”, con tutta l’intenzione (e un bel po’ di carte in regola) per proporsi sul serio come potenza economica mondiale. Senza dimenticare l’attrattività per gli investitori stranieri, invogliati con una riforma fiscale degna di questo nome e lo snellimento delle tasse. Nell’ultimo anno questi investimenti sono aumentati del 20%, per un importo vicino   ai 100 miliardi di dollari.

Ma a far impressione sono altrui numeri, questi: in appena dieci mesi, molti dei quali contrassegnati per l’appunto dalla pandemia, il piano quinquennale da 1.250 miliardi voluto dal governo indiano è stato già attivato per quasi per il 50% dei 7.000 progetti previsti.

C’è poi il capitolo a stelle e strisce: poco prima dell’arrivo del Coronavirus, Trump si era recato in visita di Stato in India, accolto come una star anche dalla folla dello stadio di Ahmedabad, come accaduto nel settembre 2019 a Modi a Houston, e la firma di importanti accordi economici (3 miliardi di dollari solo per la difesa) a riprova del fatto che per Washington l’alleanza con New Delhi è strategica anche per ridurre le distanza con Pechino, per una Cina che il presidente americano eventualmente riconfermato potrebbe definitivamente mettere all’angolo proprio con l’aiuto di Modi.

Le gatte da pelare per il premier indiano arrivano però – e in questo caso non sono di facile risoluzione – dal mancato rispetto di alcuni diritti umani e da un’arretratezza sociale che l’India stenta a scrollarsi di dosso. Il 29 settembre scorso, ad esempio, Amnesty International ha annunciato la sospensione di tutte le attività. «È un giorno vergognoso per l’India: una potenza emergente, uno Stato membro del Consiglio Onu dei diritti umani, la cui Costituzione contiene impegni per i diritti umani, cerca di ridurre al silenzio chi chiede giustizia», ha commentato Julie Verhaar, segretaria generale di Amnesty.

Così come continua la messa all’angolo da parte di Modi delle varie confessioni religiose, esclusa la sua Hindu: musulmani e cristiani restano nell’occhio del ciclone, con leggi restrittive ad hoc in quelle religioni dove entrambe le confessioni sono invece maggioritarie. E non passa giorno, poi, che i media occidentali non registrino casi legati a violenze sessuali a dir poco brutali, con un coinvolgimento negativo dei gruppi esclusi dal sistema tradizionale delle caste. E qui torna la vecchia solfa, la faccia peggiore del “fatto in India”. Però, chissà: tornare fra qualche anno a Bangalore, e trovare magari un cd della Pausini o di Ligabue, sarebbe la prova che l’India ha ripreso a marciare in maniera più aperta (gusti musicali… a parte).

Igor Traboni
Articolo di

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