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Biden il «sovversivo»

Donald Trump continua a negarlo, chiedendo riconteggi dei voti in questo e in quello Stato. E si può anche dargli ragione sul principio. Ma Joe Biden ormai ce l’ha fatta.

Dall’economia alla Cina, dalla Nato alle relazioni internazionali: il programma del presidente democratico tende a ribaltare tutte le politiche di Donald Trump

 

Donald Trump continua a negarlo, chiedendo riconteggi dei voti in questo e in quello Stato. E si può anche dargli ragione sul principio. Ma Joe Biden ormai ce l’ha fatta. Brogli o non brogli, «Sleepy Joe», come in campagna elettorale l’aveva definito Trump, cioè «Joe l’addormentato», è il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti. L’ultima freccia all’arco dei repubblicani è la Corte suprema federale, che però ha già mostrato scarsa «affidabilità» malgrado la sua maggioranza di membri conservatori (6 su 9), visto che due di loro si sono uniti ai «liberal» e hanno rigettato la richiesta di cassare l’Obamacare, la riforma sanitaria democratica.

Del resto, anche Biden è siuro della sua vittoria. E ha annunciato il suo primo atto già il 9 novembre, oltre due mesi prima d’insediarsi ufficialmente alla Casa Bianca: la creazione di un Comitato di 12 scienziati per mettere a punto nuove strategie anti-Covid. Secondo Biden, il dilagare della pandemia negli Stati Uniti (130mila contagi al giorno, ormai, per un totale di 10 milioni di casi e per quasi 240mila morti) nasce dall’incomunicabilità tra politica e scienza, che ora dovrà invece trasformarsi in collaborazione. L’annuncio è stato dato proprio nel giorno in cui il gruppo Pfizer-BioNTech ha rivelato che i test di Fase 3 del suo vaccino hanno un’efficacia del 90%. Se è vero, e se la distribuzione negli Stati Uniti comincerà all’inizio del 2021, questo potrebbe fare di Biden «il presidente del vaccino», e rivelarsi un assist politico fondamentale. Anche perché libererebbe la sua amministrazione dal problema di gestire la pandemia. E gli darebbe mano libera sul suo programma.

 

La «Bideneconomics» sovvertirà il taglio fiscale di Trump

La discontinuità tra Biden e Trump sarà totale, a partire dall’economia. Nei piani del nuovo presidente, la sua amministrazione dovrà cancellare la defiscalizzazione che ha segnato gli anni di Trump, anche se questa ha dato forte impulso all’economia (nel terzo trimestre 2020, malgrado la pandemia, il Prodotto interno lordo americano è cresciuto del 33,1% rispetto al 2019) e ha indotto il rientro di capitali per 3.300 miliardi di dollari.

Nel 2017 Trump, lanciando la sua riforma tributaria, ha tagliato l’aliquota più alta sui profitti delle imprese dal 35 al 21%, ma adesso Biden vuole riportarla al 28% per recuperare almeno 500 miliardi di dollari di tasse in dieci anni; vuole poi riportare dal 37 al 39,6% l’aliquota Irpef per i redditi sopra i 400mila dollari, e vuole il raddoppio al 39,6% dell’imposta sui capital-gain per redditi sopra 1 milione.

Questa drastica «botta fiscale» punta a redistribuire ricchezza e rilanciare gli investimenti pubblici. Biden vuole spendere oltre 7.500 miliardi di dollari in 10 anni per un grande piano keynesiano denominato «Build back better», che dal gennaio 2021 dovrebbe versare i primi 2mila miliardi in infrastrutture, ricerca, ma anche nell’ampliamento nel nuovo standard delle comunicazioni 5G, nell’intelligenza artificiale e nell’energia pulita.  Trump voleva cassare l’Obamacare, oggi Biden vuole invece espanderlo con 2.250 miliardi di dollari di spesa in più, e (a onore e gloria del proprio nome) ribattezzarlo «BidenCare».

Le politiche economiche liberali trumpiane hanno avuto effetti dirompenti contro la disoccupazione americana : l’amministrazione repubblicana aveva ereditato nel 2016 da Obama un tasso di «unemployment» al 5-6%, ma fino a quando la pandemia non ha cominciato a mordere le imprese e il commercio quella percentuale era stata abbattuta stabilmente sotto il 3,5%. Lo scorso aprile, con la crisi da Covid-19, era putroppo balzata al 14,7%, ma malgrado i disastri e i fallimenti il sistema ha tenuto e in settembre era già tornata al 7,9%.

Ora Biden, anche per accontentare l’ala sinistra del suo schieramento, annuncia un’ondata di sussidi: i lavoratori lasciati a casa saranno risarciti pro-quota (il valore è ancora da definire) per gli stipendi che hanno perso. Le aziende che s’impegneranno a non licenziare durante l’emergenza otterranno sussidi, anch’essi in misura da definire. Le piccole e medie imprese otterranno primi aiuti per quasi 380 miliardi di dollari: la Federal reserve consegnerà i fondi agli istituti di credito, che a loro volta saranno obbligati a concedere mutui alle società che li useranno per pagare stipendi e affitti.

Con coloriture di toni che alle orecchie americane probabilmente suonano quasi socialiste, Biden annuncia anche che «saranno rafforzati i controlli sulle grandi società, perché non lascino indietro i lavoratori per arricchire dirigenti e azionisti». Non contento, il neopresidente promette una rigida regolamentazione della loro contabilità e nuove garanzie per i dipendenti, anche e soprattutto in caso di fallimenti e bancarotte.

L’armamentario ideologico della sinistra democratica emergerà anche nei confronti dei colossi dell’online. E questo avverrà anche se il periodico di tecnologia Wired ha mostrato che la Silicon Valley in campagna elettorale s’è schierata decisamente dalla parte di Biden: Wired ha calcolato che il 95% dei dipendenti di Google, Apple, Amazon, Facebook, Microsoft, Oracle ha fatto donazioni per il campo democratico, regalando in totale a Biden la bellezza di 5 milioni di dollari, mentre dalle stesse aziende a Trump sono arrivati a stenso 200 mila dollari.

Nella stessa campagna elettorale, del resto, anche Facebook e Twitter hanno sostenuto più Biden che Trump, sia censurando come «fake news» articoli sui democratici, sia bloccando più volte l’account presidente per qualcosa di «politicamente scorretto» che vi aveva scritto.

Malgrado tanta generosa accondiscendenza, Biden, è sempre stato e resta ideologicamente sfavorevole ai colossi del Web. Già lo scorso dicembre, per esempio, aveva dichiarato al New York Times: «Non sono mai stato un grande fan di Zuckerberg. Penso che sia un vero problema». Così in molti credono che Biden sosterrà le norme antitrust contro i colossi del web, che sono in discussione al Congresso. E nel suo programma fiscale c’è il raddoppio della Global intangible low-taxed income, che dovrebbe aumentare dal 10,5 al 21%: questo colpirebbe le società che generano profitti all’estero, quindi soprattutto le Big Tech.

 

I rapporti con la Cina: meno aggressività e addio alla guerra dei dazi

Biden cambierà rotta anche in politica estera. Per esempio, sarà sicuramente meno aggressivo con la Cina di quanto non lo sia stato Trump, anche per via dei suoi buoni rapporti personali: nel 2011, quando Biden era il vicepresidente di Obama, aveva fatto scalpore la sua partita di basket a due con il presidente cinese Xi Jinping, in una scuola della provincia del Sichuan. È vero che durante la campagna per le presidenziali Biden ha riconosciuto la necessità di «essere duri» con Pechino, ma la scelta potrebbe essere stata dettata da opportunismo elettorale visto che in base ai più recenti sondaggi il 71% degli americani (ragionevolmente) vede nella Cina la «peggiore minaccia».

Del resto, anche il Pentagono è allarmato dalla crescita militare di Pechino. Un suo rapporto al Parlamento ha appena rivelato che la Cina, per esempio, dispone oggi di una flotta molto più grande e forte di quella statunitense: 350 navi contro 293.

A differenza di Trump, però, difficilmente Biden cercherà lo scontro diretto, in campo strategico-militare come in quello economico: secondo la maggior parte degli osservatori, per contenere la Cina punterà semmai a creare un fronte comune con l’Unione europea, coinvolgendola nel contenimento commerciale di Pechino, ma abbandonando o attenuando la guerra dei dazi.

Continua…

Maurizio Tortorella
Articolo di

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