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Nella scuola di Azzolina qualcosa funziona a meraviglia: lo scaricabarile

C’eravamo tanto amati. Separati. Ritrovati. E ora, ancora, una cortina di videoterminali ci unisce e ci divide senza possibilità di varco. Sembra una canzone rap, il plot di un romanzo d’amore contrastato o la sceneggiatura un po’ scontata degli amanti interrotti da odi familiari, etnici, planetari, solo arida prosa: vera peripezia amorosa che da marzo stiamo affrontando tutti, alunni, docenti, personale ata e tutto il carrozzone della scuola. Che non va avanti da sé.

Un mondo dove centrale è la relazione, la partecipazione, la dialettica di gruppo. Riversare tutto ciò che Socrate, il Sommo, paragonava al lavoro dell’ostetrica, su un terminale risulta un po’ difficile. E se il bimbo è mal posizionato, se il suo corpo, e la sua anima, ti sfuggono di mano? Che fai, tu che sei voce e, se ti va bene, un volto?

Eppure, dopo l’impressione settembrina di un ricongiungimento, ancora una volta la scuola, la vera scuola di ogni giorno si trova dislocata, in remoto, sincrono o asincrono che sia. Senza uno straccio di preparazione, perchè, negata l’eventualità della seconda ondata, vuoi per scotoma della soave Azzolina, che la escludeva da qualsiasi orizzonte di senso, vuoi che occorresse la commessa dei banchi rotanti per far ripartire l’economia, i docenti si sono ritrovati alla ripresa poco più digitalizzati rispetto a marzo, (il diktat è quello di una didattica coinvolgente in rete, ma nessuna formazione in questo senso è stata resa obbligatoria per una categoria che reagisce al digitale come all’orticaria – e, se ci è lecito, a ragione).

Funzionò la Did e i banchi rotanti? No: le connessioni non reggevano, i banchi non arrivarono, o, se giunsero, erano ideati per i puffi; allora si capisce che la Azzolina tacciando la didattica frontale come uggiosa, aveva voluto fornire ai ragazzi una nuova forma di intrattenimento: intanto sfidandoli ad infilarcisi in posizione yoga, con contorsioni da Cirque du soleil, poi a mantenere la distanza di sicurezza con l’attrito delle Nike.

Qualche indicazione in più rispetto alla prima ondata? Ricalcare pedissequamente in dad l’orario scolastico, fatto di 5/6 ore di collegamento, a partire dalle otto, direttamente dal letto alla scrivania, i più ligi, appena il tempo di ingollare un caffè nero bollente e infilare un maglione sopra il pigiama. E le norme sulla sicurezza sul lavoro una volta ostaggi dei terminali?

Bazzecole e quisquiglie, giusto qualche minuto di sospensione tra una connessione e l’altra. E i bimbi più piccoli, quelli delle Regioni dove Governatori muniti di lanciafiamme si sono posti a piantonare i cancelli delle scuole? Lo sanno che i genitori hanno bisogno della scuola non solo come comunità di apprendimento (agenzia formativa parole, parole, parole…) ma pure per parcheggiare il pupo?

La scuola del Covid; aule virtuali, una realtà telematica con cui pretendiamo o fingiamo di poter insegnare com’è che funziona la realtà, quella che è là fuori, sempre che ci sia ancora un là fuori, qualcosa qualcuno che riceve il segnale e tutta questa dad o did non sia altro che un codice che parla di sé stesso.

Eppure i giochi erano chiari quando a marzo dissero: chiudiamo tutto e si salvi chi può. Chiari, nel senso che sapevano, i docenti, gli Ata, i dirigenti, che la patata bollente era stata lasciata nelle loro mani, e la cosa più saggia da fare era organizzarsi. Trasumanar, Organizzar, come da sempre fanno i professori, che di fronte a i corsi e ricorsi riformistici hanno dimostrato una straordinaria resilienza, piegarsi sì ma non spezzarsi.

Ma come gliela organizzi la lezione a Taddei che anche in classe le trova tutte per tirare il cartoccetto alla compagna della terza fila, fare lo sgambetto al povero tarchiato Sinni, alzarsi con la scusa di dover buttare la carta oleata della pizza, offrirsi per cancellare la lavagna, alzare la mano e, mentre tu stai per gridare al miracolo, perchè Taddei che vuole partecipare è davvero il quarto mistero di Fatima che si svela, e invece Taddei te lo rinnega, prof, devo annà ar bagno?

Come ce lo tieni dietro lo schermo uno così, che già vive nel paese dei balocchi e figurarsi poi a distanza? Ma i docenti sono bravi, ligi alla professione per deontologia vittimale, e qualcosa hanno saputo insegnare: anche se già ad aprile la Ministra remava contro, promettendo ai “suoi ragazzi” mirabilanti e miracolose promozioni doc al 100 %

E nell’afa estiva, col virus che demordeva, la Ministra assicurava alla D’Urso, alla Merlino, prendendo a testimone la Ferragni, che i ragazzi, in una scuola a prova di virus, dotati di mascherine fornite da Elkann sarebbero tornati in presenza. Senza allestire nuovi spazi didattici. Senza investire in nuove assunzioni, Senza pensare al sostegno per i più fragili. Tutto per forza d’inerzia, per ingressi scaglionati/scoglionati, in entrate ubicate a persino un paio di chilometri da quella principale, per mascherine, finestre aperte anche quando fuori diluvia e secchiate di acqua si rovesciano su banchi e alunni avvolti in copertine, che sembra di stare sulla zattera della Medusa.

E giustamente qualcuno temette che più del covid potesse la polmonite, non interstiziale, ma da raffreddamento. E timidamente suggerì d’accostare le ante.

Ma l’Azzolina tiene duro, la scuola resti aperta mentre il Paese chiude, per non aggravare la dispersione, per non accentuare divari regionali, nonostante le classi, una dopo l’altra, cadano come i birilli, come le foglie d’autunno, e lentamente, inesorabilmente sbaracchino. Allora s’accanisce sui docenti, soldati in trincea a difendere le postazioni rimaste, le classi che ancora resistono, e strisciare ventre a terra a far supplenza dal Vh al IB, senza soluzione di continuità né tampone, anche se hanno insegnato in quelle appena quarantenate: che importa, non stavano forse armati di mascherina, seduti in cattedra, immoti, senza proferir parola, mimando il terzo principio della termodinamica o recitando col labiale l’Infinito di Leopardi?

Anche i docenti, ahimè, iniziano a cadere, ad ammalarsi, il numero dei contagi tra gli alunni e l’indotto cresce, il sistema del tracciamento fallisce, le Asl non rispondono, finiscono i tamponi, ricostruire la catena dei contagi risulta impossibile, già al 10 ottobre il Miur si arrende e arresta i tentativi.

L’Azzolina, che poco o niente ha fatto, previsto, organizzato, intercetta la rabbia, il disorientamento di ragazzi e famiglie e grida al boicottaggio, al disastro.

Ma, Ministro, ci dica, in un’Italia dove il piano antipandemia risaliva al 2006 e non era stato mai aggiornato, dove i mezzi di trasporto alle sette di mattina sono pieni come l’autobus di Fantozzi, e alle sei i bar chiudono per impedire che qualcuno si azzardi a prendere un aperitivo all’aperto, dove nessuno spazio sociale è stato fornito alla scuola, tra tanti cinema, teatri, centri chiusi, scuole periclitanti ma ancora, con qualche ristrutturazione, agibili, di chi è la responsabilità?

Stefania Martani
Articolo di

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