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Erdogan, il nemico che l’Europa si ostina a non voler vedere

Prima ha dato del malato da manicomio a Macron, poi del ragazzino scemo a Kurz: nel giro di venti giorni, due provocazioni sanguinose a due stati europei, due leader europei: firmati dal satrapo turco, Recep Tayyip Erdogan. Che sarà anche, come si legge, un desposta in difficoltà, traballante, sostenuto chissà ancora per quanto da Putin, ma intanto fa paura come la fanno i matti. Lui sì.

Un folle che non accetta alcuna mediazione e men che meno autocritica, in Francia un balordo islamico o se si preferisce islamista ne sgozza tre, nella Francia martoriata da attacchi fondamentalisti, ma se il presidente Macron annuncia linea dura, dopo anni di tolleranza suicida, il tirannello grida all’islamofobia e ne chiede l’internamento; quanto a Kurz, che vuole chiudere ai musulmani sospetti, il discorso appena latrato è da far rabbrividire: Erdogan irride il premier d’Austria, lo minaccia apertis verbis, lo insulta, chiama alla guerra santa “della Mezzaluna contro la Croce”, accenti di fanatismo altomedievale, e siamo nel 2020 delle guerre liquide, ipertecnologiche ma certi vaneggiamenti non appassiscono mai.

“Abbiamo duecentocinquantamila dei nostri in Europa, state attenti”, ringhia il dittatorello per dire che ciascuno di quei duecentocinquantamila può essere la mina vagante di un esercito imprendibile e ha ragione, bloccarli tutti non puoi, saperli prima non puoi. Erdogan lo sa e sa che le sue minacce da pazzo hanno una logica e fanno paura. O dovrebbero farla.

In realtà, anche una dichiarazione di guerra come questa sta passando sotto silenzio, i media europei glissano, si concentrano su Trump, il vero folle, il vero autocrate che non vuole lasciare il potere. Mamma li turchi! Erdogan fa paura anche per questo, che rappresenta la nostra cattiva coscienza occidentale, l’Europa ha sempre saputo chi fosse ma si diceva: è un tiranno, ma è il nostro tiranno. E lo si voleva inglobare nell’Unione, prima fra tutte quell’incredibile personaggio della politica eterna che è Emma Bonino.

Ma il Feroce Saladino non è nostro, è, resta capo islamico e come tale si pone, chiama a raccolta le sue truppe, reali o immaginarie che siano. Fa spavento perché sa, come noi stessi sappiamo, di non trovare resistenza a meno di non venire imbrigliato dal padrone russo; sa che l’Europa si è rammollita, che si è abituata a coccolare i suoi carnefici interni, che non li sa arginare, li scarcera “perché sono ragazzi”, e quelli subito staccano teste, sa che un coordinamento di polizia non esiste, che le reazioni a stragi, attacchi, provocazioni sono immancabilmente sullo scaramantico infantile, le cantilene, i palloncini, il comprensionismo che è peggio del perdonismo perché arriva prima, giustifica prima.

C’è un bel libro di Giulio Meotti, “Notre Dame brucia”, dove si dà conto di una via crucis di roghi, di eccidi, e della totale fellonia di un continente imbelle, sempre più disposto a voltarsi dall’altra parte, a credere nel dialogo risolutore, nella pazienza non dei forti ma dei vili.

Il nostro ministro di polizia, Luciana Lamorgese, in merito al tunisino macellaio di Nizza transitato per Lampedusa, ha pronunciato una frase incredibile: “Che ne sapevamo noi, la Tunisia non ci aveva detto niente”. Incredibile ma plausibilissima nella temperie attuale che è di totale sfilacciamento, di assurda deresponsabilizzazione. A forza di “ci deve pensare l’Europa”, gli stati nazionali hanno disimparato a pensarci da soli, a prendere decisioni autonome anche drastiche. Erdogan lo sa e, dal punto di vista della sua lucida follia, reagisce, come a dire: ma cosa è adesso questa novità? Che vi siete messi in testa?

Avete sempre subito la guerra non dichiarata, vi siete incolpati per il vostro sangue versato, ci avete fatto ponti d’oro, i vostri governanti adottano la politica degli struzzi, il vostro papa cattolico arriva a solidarizzare con gli aguzzini, che saremmo noi. Ed è chiaro che non vuole ripensamenti, che minaccia perché tutto resti come è stato e come è. Ci deve pensare l’Europa, ma l’Europa non ci pensa. Anzi è collaborazionista. Erdogan, il satrapo, ha lanciato la sua fatwa: nessuna reazione apprezzabile, nessun leader che dica: tu stai al posto tuo, perché non hai abbastanza divisioni per fare il bullo, il teppista.

Ma noi siamo civili, non è vero? Inclusivi, possibilisti. Pensiamo positivo, come Jovanotti. Pensiamo a un mondo senza barriere, senza religioni né classi, come la canzoncina puerile di John Lennon assurta a manifesto post identitario. Sono passati 50 anni da quella scempiaggine in musica, il mondo è cambiato 50 volte, oggi è ancora più complicato e più insidioso il presente, e più fosco il futuro che incombe, ma ad ogni massacro la canzoncina torna fuori ed è la colonna sonora della resa, totale, incondizionata, ignobile.

La storia non insegna niente. Ieri non si doveva morire per i Sudeti, per Danzica, poi sono morti 6 milioni di ebrei e 40 milioni nel mondo, oggi non si deve morire per i morti che fioccano, che si accumulano. C’era ad un programma televisivo una italiana islamica, tutta bardata, che diceva: quante storie, no a tutti i terrorismi ma no all’islamofobia.

Daniele Capezzone l’ha fulminata: mi dica lei quali altri terrorismi usano sgozzare vecchie in chiesa o ragazzi a teatro. La signorina, in evidente difficoltà, si è buttata nel vittimismo sdegnoso. Esattamente come Erdogan che dice: dovete farvi massacrare, dovete subire la guerra altrimenti sarà una guerra peggiore. E nel suo delirante latrato, legittima l’islamofobia con cui ci crocifiggiamo da soli, senza più alibi.

 

Max Del Papa
Articolo di

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