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Il grido disperato di un regista: «Addetti al mondo dello spettacolo ridotti alla fame»

“Codice Ateco 900202” non è una parolaccia, tanto meno una medicina (anche se ve ne sarebbe bisogno), ma – secondo la classificazione delle attività economiche (Ateco per l’appunto) adottata dall’Istat per le rilevazioni statistiche di carattere economico – si tratta della categoria assimilabile alla voce “attività nel campo della regia”

“Codice Ateco 900202” non è una parolaccia, tanto meno una medicina (anche se ve ne sarebbe bisogno), ma – secondo la classificazione delle attività economiche (Ateco per l’appunto) adottata dall’Istat per le rilevazioni statistiche di carattere economico – si tratta della categoria assimilabile alla voce “attività nel campo della regia”. I registi, insomma; quelli che con il loro lavoro prezioso e spesso nascosto (a parte il solito lotto appoggiato dalla solita congrega, che comunque immaginiamo non soffra dei problemi di cui diremo tra poco) ci fanno godere di film e spettacoli teatrali che spesso sono opere di ingegno, quando non addirittura dei capolavori, altro che pure e semplici “attività”.

Ma pure di questa categoria ci si è dimenticato nei sempre più fantomatici “Decreti ristori” sbandierati dal governo Conte come la panacea di tutti i mali economici derivanti dalla crisi pandemica in atto.

Ma adesso, uno di questi registi ha spiattellato la sua condizione attuale di mendicante un piatto di minestra alla Caritas. Lo ha fatto, chiedendo la riservatezza dell’identità per un comprensibile pudore, scrivendo una lettera al direttore del quotidiano “Avvenire” e firmandosi per l’appunto: “Un regista teatrale alla fame e che fa la fila alla Caritas come tanti, ormai troppi”.

Un grido aiuto, e al tempo stesso un atto d’accusa preciso, con il regista ridotto alla fame che scrive tra l’altro: «il governo italiano ha dimenticato di inserire nei Decreti Ristori (sia il primo che il cosiddetto bis) noi registi con codice Ateco 900202. Vorrei ricordare al premier, a tutti i ministri e a ogni parlamentare che quando andate a vedere uno spettacolo teatrale o un film, dietro ci sta sempre un lavoro di regia. Ci sentiamo dimenticati e siamo davvero delusi dal trattamento ricevuto. Senza attori e come gli attori, anche noi non lavoriamo e siamo alla fame. Si sono ricordati dei sexy shop, ma non della categoria dei registi. Credo si possa sempre porre rimedio. Spero si abbia il coraggio di farlo».

Insomma, qui il sipario rischia di abbassarsi per sempre su tanti talenti, su migliaia di lavoratori (dietro una regia ci sono poi decine se non centinaia di persone che lavorano a quel film o a quello spettacolo), su altrettante famiglie niente affatto “ristorate”. Ma penalizzate. E qui bisognerebbe andare a monte del problema, come in effetti capita di leggere sempre più frequentemente sui social. Teatri chiusi, ma perché? Qualcuno ha sentore di focolai sviluppatisi tra un atto e un altro?

Ma, arrampicandosi per arrivare per l’appunto a monte del problema, ci si imbatte in quel ministero della Cultura che a sua volta si è arrampicato sugli specchi al momento di decidere chi chiudere e chi tenere aperto (sempre che le decisioni siano arrivate dal Mibact e non da un baratto in sede governativa).

E dire che, con uno sforzo minimo e un po’ di ritrovata lungimiranza, si sarebbe potuto ovviare anche a questo problema; dopo il primo decreto sui “Ristori”, infatti, si sono levate alte e giustificate le polemiche e le proteste delle categorie escluse, tanto che nel decreto bis sono state ammesse anche categorie di negozi ed esercizi commerciali, dai vestiti ai mobili dalle mercerie alle armi, dalle attività di tatuaggio e piercing a quei sexy shop già segnalati dal regista e che evidentemente stanno più a cuore a chi di dovere rispetto ad uno spettacolo teatrale fonte di cultura e allargamento delle menti. In verità, il decreto li elenca come “articoli per adulti”, affrettandosi poi alla specifica “sexy shop” tra parentesi, proprio perché evidentemente non sfugga il concetto.

Un decreto bis che ha compendiato anche alberghi, parchi, terme, musei, trasporti, organizzatori eventi e feste, fotografi, lavanderie, guide turistiche, traduttori e teatri, ma non per l’appunto i registi. E ancora: commercio al dettaglio di utensili per la casa, di cristallerie e vasellame, commercio di natanti e accessori, macchine da cucire, manicure e pedicure, carta da parati, moquette e linoleum, strumenti musicali e spartiti, agenzie matrimoniali e di incontri, ombrelli, guanti e cravatte, fino agli articoli per fumatori, altra “chicca” di uno Stato che in questo momento come non mai dovrebbe tutelare la salute. E non tristemente allungare le fila alle mense della Caritas.

Igor Traboni
Articolo di

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