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La lezione di Charlie Yelverton

Adesso che Donald Trump non è più presidente degli Stati Uniti, contro chi si inginocchieranno campioni e comprimari dello sport non soltanto statunitense? Certo è che la storia di questi gesti politici non è nata con Trump, anzi affonda le sue radici nell’antichità. Dal punto visto mediatico, però…

Adesso che Donald Trump non è più presidente degli Stati Uniti, contro chi si inginocchieranno campioni e comprimari dello sport non soltanto statunitense? Certo è che la storia di questi gesti politici non è nata con Trump, anzi affonda le sue radici nell’antichità. Dal punto visto mediatico, però, è iniziata ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968. L’episodio è quello, celeberrimo, della premiazione dei 200 metri di atletica: i neri statunitensi Tommie Smith, medaglia d’oro con record del mondo, e John Carlos, medaglia di bronzo, durante l’esecuzione dell’inno nazionale rimasero a testa bassa, guardandosi i piedi scalzi e sollevando il pugno avvolto in un guanto nero. Un chiaro riferimento alle Black Panthers, certo non un movimento pacifista. Infatti l’espulsione dalla nazionale fu immediata e di fatto lì terminarono le loro carriere, anche perché in ogni caso l’atletica di fine anni Sessanta non regalava grandi guadagni. Da notare che con Smith e Carlos solidarizzarono in pochi e fra questi la medaglia d’argento, l’australiano Peter Norman che pure durante la premiazione si era comportato in maniera tradizionale. La protesta era comunque generica, rivolta contro la società statunitense e non contro il presidente in carica, che era il democratico Lyndon Johnson.

 

In questi ultimi tempi la politica nello sport, a livello di gesti sul campo e non di espressione del pensiero in altri contesti, è legata al ginocchio a terra che Colin Kaepernick iniziò a mettere dall’estate del 2016 durante l’esecuzione dell’inno nazionale, che negli Stati Uniti non manca in alcuna partita, nemmeno di livello liceale. Kaepernick non era una stella della NFL, ma un buon quarterback che veniva da 5 anni nei San Francisco 49ers. Il suo gesto, più tardi diventato famoso come kneeling, genuflessione, ebbe comunque una visibilità enorme e scatenò dibattiti in tutto il mondo, anche presso chi non aveva mai visto un minuto di football americano. La protesta di Kaepernick non riguardava tanto le condizioni dei neri, quanto le discriminazioni razziali in genere e le violenze della polizia. Fra l’altro Kaepernick non era (e non è) afroamericano in senso stretto, visto che i suoi genitori naturali sono un afroamericano e un’italiana (bianca), e bianchi sono i Kaepernick, cioè i suoi genitori adottivi, con lui praticamente da subito dopo la nascita. IL kneeling sarebbe stato poi imitato da tanti, nella NFL e in altri sport, fino a diventare uno dei gesti che identificano Black Lives Matter, andando probabilmente oltre le intenzioni del quarterback. Un’altra parte interessante della vicenda è il dopo. Nel senso che dopo quella stagione Kaepernick non si vide rinnovare il contratto dai 49ers e non ebbe più vere offerte da nessuna squadra NFL. Intendiamoci: era un giocatore di livello medio, non certo Tom Brady, però la causa che intentò alla NFL fece paura alla lega e si stima che abbia avuto un indennizzo (mantenuto segreto) nell’ordine dei 50 milioni di dollari. Che probabilmente mai avrebbe guadagnato giocando a football. Insomma, ci sono state vittime più vittime.

 

In queste manifestazioni di protesta di solito il grande assente è il calcio, a prescindere dall’oggetto della protesta. È per questo che spesso vengono ricordati calciatori di secondo piano come Paolo Sollier, comunista ed ex operaio che visse la sua epoca migliore al Perugia e che usciva dal campo mostrando il pugno chiuso, e che si dibatte ancora oggi del saluto romano di Di Canio alla curva laziale. A ben vedere, gesti di appartenenza più che una posizione precisa sull’attualità politica. Di certo ogni procuratore invita i suoi assistiti a nascondere il proprio pensiero, nel caso ne avessero uno. E al pubblico va tutto sommato bene così, visto che l’inginocchiamento per George Floyd (vengono in mente Lukaku ed altri) è stato preso e digerito come una manifestazione di esterofilia, cosa che probabilmente è. Del resto in Serie A le manifestazioni di pensiero extrasportivo in campo, anche sottoforma di scritte sulla maglietta, sono espressamente vietate.

 

 

Tutte le contraddizioni di questa materia possono essere sintetizzate dalla storia particolarissima di Charlie Yelverton, grande giocatore della Varese che dominava la pallacanestro italiana ed europea degli anni Settanta. Bisogna tornare al 1972, quando Yelverton, nero di New York, giocava nella NBA con la maglia dei Portland Trail Blazers. Prima di una partita con i Phoenix Suns solito inno nazionale statunitense, tutti si alzarono in piedi ma non Yelverton. Rimase in panchina per protestare contro le discriminazioni razziali, intese come disparità di trattamento a parità di lavoro, ma anche contro la guerra in Vietnam. Il gesto sulle prime passò inosservato, del resto Yelverton nemmeno era nel quintetto base, poi gli insulti del pubblico, all’epoca nella NBA quasi totalmente bianco, suscitarono l’interesse dei giornalisti e la NBA di Yelverton finì lì. Nessuno dei tanti campioni neri della lega pensò minimamente di scioperare per il torto da lui subiti, aggiungendo discriminazione a discriminazione. Così dopo qualche periodo fuori dal basket, in cui fece anche il tassista, Yelverton venne in Europa a dare spettacolo. Ed in Italia è anche rimasto a vivere, guardando gli Stati Uniti da lontano ed in maniera anche originale: non ha mai avuto simpatia per il kneeling né tantomeno per Black Lives Matter, addirittura si è spinto ad elogiare Trump e ironizzare sulle stelle NBA tipo LeBron James che stanno dalla parte giusta ma solo quando non ci perdono soldi.

 

 

Stefano Olivari
Articolo di

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