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Qualcuno mi ha ucciso (su Twitter)

È ancora possibile fare il giornalista nell’epoca dei social? Dico il giornalista, non il passacarte, il megafono di regime, il giullare ad uso televisivo.

Ma può resistere l’informazione se si ritrova stritolata da meccanismi censori senza rimedio, a senso unico, cui nessun social rinuncia?

 

È ancora possibile fare il giornalista nell’epoca dei social? Dico il giornalista, non il passacarte, il megafono di regime, il giullare ad uso televisivo. Quando Twitter ha preso a censurare i commenti di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti d’America, la poltrona più pesante sul pianeta, si è capito che tutto poteva succedere, che nessuno era salvo dalla mannaia di un controllo asfissiante e demenziale. Ora, se volete una esperienza di prima mano, sono a raccontare cosa succede a un giornalista che passa per non allineato, e oramai ci vuole poco, pericolosamente incline alla controinformazione che non è quella dei complotti lunari ma la semplice insofferenza per l’agenda globale, per la Narrazione orwelliana. Ricevi un messaggio dal social dell’uccellino e ti ritrovi cancellato senza appello. Tutti i follower, quelli che ti seguono e che in parte segui, spariti, tutti i tuoi contenuti evaporati. E non hai scampo e non hai rimedi, Twitter, alla maniera dei gesuiti, ti dice che puoi contestare ma se ci provi sbatti contro un muro di gomma vulcanizzata.

Quale la mia colpa? C’è una meteora dei nostri tempi, uscita dal gregge anonimo per aver coniato senza volerlo uno slogan becero, di slang borgataro: “Macché, non ce n’è Coviddì!”. E il Coviddì è diventato meme, luogo comune per irridere i negazionisti volgari, gli scriteriati, gli untori per evidenti limiti mentali, e adesso il mercato globale della inconsistenza cialtrona fa fare a questa comparsa una canzone con tanto di video: roba di prevedibilissimo trash, c’è questa qui, goffa, sovrappeso, conciata in modo impossibile, che canta “non ce n’è Coviddì” e altri disperati che si agitano in un balletto osceno. Ma cosa dovrebbe fare un giornalista se non notare la deriva e denunciarla, perché nessuna deriva è mai casuale? È bastato un commento, “spero le vada male tutto” e Twitter mi ha fulminato: incitamento all’odio, plotone di esecuzione, avanti il prossimo.

Incitamento all’odio? Sul serio? Ma il giustiziato, che sarebbe il sottoscritto, riceve ogni giorno decine di messaggi di odio, di minaccce di morte, di insulti miserabili e non ne fa un dramma considerandoli parte del lavoro: solo che gli autori restano dove sono, così come nessuno tocca i mille professionisti dell’intolleranza mascherata dal vittimismo su Twitter, quelli che appendono il bersaglio del giorno a testa in giù, quelli che condividono, i virologi che augurano, neppure in modo tanto felpato, la morte per Covid ai politici negazionisti, e altri colleghi applaudono. C’è chi odiando, odiando, ma all’insegna del restiamo umani, del facciamo rete di stampo gender si è fabbricato una effimera notorietà, una carrierina possibile, si è segnalato al partito, ha tentato la scalata amministrativa. Ci sono quelli che alimentano profili e contenuti apertamente blasfemi o fanatici, inneggianti alla lotta armata, al terrorismo islamista, alla pedofilia: questi nessuno li ammonisce, li sospende o li rimuove, Twitter è spietato ma in modo selettivo.

E va oltre. Costretto, per ragioni di ruolo, di mestiere, a recuperare una presenza sul social, ho aperto un nuovo profilo e qui le scoperte si sono fatte interessanti. Cercavo di riprendere i miei contatti, tra i quali ovviamente diversi colleghi, e quando mi mettevo a seguirne qualcuno in odore, come me, di eccentrico, di non spalmato sulla Grande Narrazione Collettiva, Twitter mi avvertiva: sei proprio sicuro di volerlo seguire? Tenta di dissuaderti, il medium democratico, vuole instillarti un dubbio e una scala di preferenze. Di più: imbattendomi in un contenuto allarmante, vale a dire l’appassionata perorazione a suo tempo di Joe Biden per il Maresciallo Tito, dittatore jugoslavo responsabile del massacro delle foibe, gaffe tornata a galla in queste ore, Twitter subito reagiva, ammoniva: “attento, probabilmente il titolo che leggi è fuorviante, non fermarti a certi contenuti”. Ed è lo stesso social che si vanta di bloccare le esternazioni di Trump.

Probabilmente? Twitter non si limita al boicottaggio selettivo, alla soluzione finale ideologicamente razzista, punta a stabilire un’agenda, sindaca preferenze, fonti, materiali: insomma decide, in vece tua. È giusto, è ammissibile che un social dedito alla mera circolazione di pensieri e parole si arroghi il diritto di orientare le idee, e in modo così brutale? Per conto di chi? La risposta è talmente evidente, la Grande Narrazione coagula le issue del post marxismo liberal, le tematiche gender, il fondamentalismo ambientalista, la faziosità “democratica”, il catastrofismo pandemico. Chi si sottrae diventa ipso facto fascista, terrorista, razzista, negazionista. Ma qui nessuno nega il Covid, se mai contesta la Narrazione Unica e la contesta non sulla base dei complotti, degli oroscopi ma di fonti scientifiche, di riflessioni, ragionamenti, connessioni logiche rigorose, dimostrabili, sindacabili; nessuno nega il cambiamento climatico, adattamento costante delle condizioni vitali senza il quale il pianeta non sarebbe sopravvissuto a se stesso, mentre in discussione è la figura totemizzata di una ragazzotta poco e male scolarizzata che, all’occorrenza, oscilla tra la condizione di minorenne disagiata e quella di oracolo santo indiscutibile; nessuno nega la legittimità della contesa elettorale, se mai rifiuta di dover considerare uno dei candidati come uno strano mostro a metà fra il cannibale e il ritardato mentale; nessuno non vede che certe discriminazioni siano sempre e tuttora da sorvegliare, da combattere, se mai si contesta che tutto sia discriminazione, tutto sia minoranza, che la ragione sia sempre e comunque da una parte sola, che le parole debbano essere soffocate, i pensieri avvolti in mascherine di conformismo. Eccetera. Posizioni talmente ovvie, che risulta mortificante doverle precisare. Non per Twitter, che sulla base del suo manicheismo strumentale giudica, condanna, elimina. Dall’alto di quale potere? Noi non abbiamo firmato un contratto per venire processati e bruciati – e pesantemente penalizzati in termini operativi – ma per veicolare le nostre idee, che tra l’altro rendono ricco il social.

Non l’unico, peraltro. Twitter oggi è il più aggressivo fra i censori ma anche gli altri non scherzano: Facebook può sospenderti, in modo allucinante, solo sulla base della constatazione che “in passato ti abbiamo già sospeso”, a prescindere dai contenuti, operando un processo alle intenzioni di stampo kafkiano; Youtube blocca i video considerati eretici, in fama di controinformazione; nessuno si esime, nessuno è democratico. Può il giornalista esprimersi in una temperie che lo vede dipendente da media che lo controllano fino a condizionarlo, intimidirlo? Può l’informazione sopravvivere ad una pressione così inusitata, incontenibile? Tutti, imparando la lezione, ci stiamo abituando a scrivere sulle uova, in codice, per allusioni, per rimandi, coi simboli al posto delle lettere: una resa vergognosa e lugubre, e sconosciuta non tanto per attitudine, perché da che mondo è mondo l’informazione ha dovuto lottare contro la voglia del potere di asservirla e contro la sua stessa disponibilità a lasciarsi sottomettere, quanto per potenza, per virulenza, senza alcuna garanzia, senza rimedi: i social media decidono a loro esclusivo arbitrio e se ti uccidono devi ricominciare da capo, rimetterti sulle tracce di migliaia di lettori che ti seguono e che, in un certo modo, rappresentano il tuo capitale umano, di credibilità, di penetrazione nel pubblico dibattito.

In tanto squallore, una scoperta confortante: i miei follower, appreso della censura, si sono subito organizzati per far circolare il nuovo profilo, sgravandomi da un lavoro ossessivo e ingrato; li ho già recuperati quasi tutti in poche ore, forse alla fine saranno addirittura di più. Ma questo non cambia le cose, non risolve la enorme frode per cui l’unica informazione si abbevera alla Grande Narrazione Unica, tutto il resto essendo controinformazione, cioè voglia di andare al di là, senza la quale il giornalismo muore. Oggi l’informazione è solo quella del potere e dal potere, è una velina globale e di farla rispettare si incaricano i social con una spietatezza davvero al limite del fascismo, con i suoi zelanti, le sue spie: qualcuno mi ha venduto, mi ha ucciso, ma è impossibile sapere chi. Come per ogni degenerazione autoritaria, non manca il lato grottesco: un giornalista in fama di negazionista è stato cancellato da Twitter per avere criticato una negazionista pecoreccia. Chi sarà il prossimo?

Max Del Papa
Articolo di

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