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Sacro o profano? Il corpo donna nella storia

Fin dall’antichità il corpo della donna è stato legato indissolubilmente al concetto di fecondità, basti pensare ad esempio alla Venere di Willendorf, un inno alla maternità con le sue curve prosperose. È interessante notare che lo scultore non aveva intenzione di rappresentare una donna nello specifico ma piuttosto la sua capacità procreativa mettendone così in evidenza i seni, il pube e ricoprendola con il colore dell’ocra rossa un vivido richiamo al sangue mestruale.

Anche nella Bibbia il connubio donna-madre è fortemente presente, ne è l’emblema la Mater Dei, Maria e la prole viene considerata un dono divino; le sterili Sara e Rebecca infatti solo affidandosi a Dio hanno generato rispettivamente Isacco e Giuseppe figure importanti nei primi secoli della nascita della religione ebraica. A questo si aggiunge che per la teologia cristiana l’uomo coopera e continua l’atto creativo di Dio proprio con la procreazione.

Nella società preistorica quindi si è partiti da una capacità ontologica della donna, ovvero quella generativa per elevare questa stessa intrinsecità e il suo frutto, nella società patriarcale biblica, a qualcosa di divino. Per molto tempo l’immagine della donna restò legata alla maternità e alla sfera divina a tal punto che Dante parla nella Vita Nuova di Beatrice in termini quasi mariani:

«Avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne…[1]»

Ovviamente il concetto aulico, poetico della donna –madre era vincolato anche al ruolo sociale della stessa, la donna infatti non aveva scelta se non quella di essere generatrice di prole perpetuando così la famiglia.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: Quando e come cambia la percezione della donna e del suo corpo? Sicuramente l’Illuminismo ha messo in crisi la visione religiosa della vita aprendo gli orizzonti a derive laiciste che con il passare del tempo hanno sdoganato l’immagine della donna madre e della progenie come benedizione divina. La donna che forse più prefigura la contemporaneità è l’imperatrice d’Austria Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelbach, alias Sissi.

Sissi, figura controversa dell’800 piena di luci e ombre, rappresenta la donna moderna in quanto colta e molto attenta all’aspetto fisico; nel palazzo imperiale di Vienna c’è addirittura la palestra. L’ossessione per il corpo la portò all’anoressia da una parte e dall’altra ad odiare le sue forme quando era incinta come ricorda nelle sue memorie la nipote dell’imperatrice, Maria Larish- Wallersee:

«A volte era presa da un astio del tutto anormale verso i figli: “i figli sono la maledizione delle madri perché distruggono la loro bellezza, mentre questa è il solo e unico dono che Dio ci manda”[2]»

Sissi dunque apre lo scenario ad una femminilità androgina tipica dei nostri tempi. Non a caso oggi l’immagine della donna è legata a due concezioni: la donna dalle forme ideali e la donna, appunto, androgina.

La donna dalle forme ideali è quella correlata al mondo pubblicitario e televisivo, modelle al limite dell’anoressia ma che grazie alla mastoplastica additiva e al lipofilling glutei gonfiano seni e lato b, connotati tipicamente femminili e resi più pronunciati fin dalla preistoria anche nella già citata Venere di Willendorf ma a differenza di questa, il ventre della donna dalle forme ideali è piatto, sterile; Il corpo è fine a se stesso.

La donna androgina invece, fortemente strumentalizzata dalle politiche gender, è baluardo del mondo della moda che negli ultimi anni oltre a lanciare intere collezioni fluide (come Rad Hourani, Stephanie Hanh, Belstaff…) sta portando in passerella modelle androgine in grado di diventare maschi o femmine all’occorrenza e deformando così il concetto stesso di androginia che, considerata la natura sessuata dell’essere umano, implicherebbe il riconoscimento della femminilità anche in un corpo esile con le rotondità femminili poco accentuate.

Slegarsi dunque dalla costituzione ontologica del proprio corpo è reale emancipazione o piuttosto si rischia di perdere un tratto tipicamente femminile? Ah i latini che dicevano in medio stat virtus

 

 

[1] D. ALIGHIERI, Vita Nuova (in Opere minori, a cura di D.DE ROBERTIS e G. CONTINI, Ricciardi, Milano- Napoli, 1995, volume I, tomoI)
[2] M. L LARISCH- WALLERSEE, Mia vita con gli Asburgo, trad. di BICE DUCATI, Editrice italiana Letteraria, Milano 1975.
Veronica Zanini
Articolo di

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