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I ristoratori in marcia per chiedere giustizia

Si chiamava Luca, aveva 44 anni e faceva il ristoratore. Che è uno dei mestieri più belli, soprattutto se puoi farlo al centro di Firenze, con turisti a frotte che gustano la tua “fiorentina” dopo aver assaporato Arte e Cultura a più non posso. E nel centro di Firenze, a due passi da Santa Croce, Luca aveva la sua trattoria tipica.

E proprio lì, in un sabato pomeriggio di fine agosto – assolato, ma anche drammaticamente senza più turisti– Luca si è chiuso la saracinesca alle spalle e si è tolto la vita. Non ce la faceva più ad andare avanti senza clienti (i ristoratori del centro storico perdono qualcosa come 6 milioni di euro al giorno, secondo un’analisi della Federazione toscana dei pubblici esercizi) e da lì a qualche giorno avrebbe dovuto ricominciare a pagare le rate del mutuo, sospeso ma solo fine a settembre. Un mutuo contratto per fare nuovi investimenti in quel locale che andava bene, prima dell’arrivo del virus e del non arrivo degli aiuti governativi.

E a Luca è idealmente dedicata la “marcia dei ristoratori”, una manifestazione di protesta dei ristoratori toscani che ha preso le mosse mercoledì scorso 4 novembre da Ponte Vecchio, con un minuto di silenzio proprio per ricordare il collega suicida, e che si concluderà a Roma il 13 novembre.

«Vogliamo che il sacrificio di Luca non sia avvenuto invano – ha dichiarato senza mezzi termini Pasquale Naccari, presidente di “Ristoratori Toscana”, – Vogliamo difendere le nostre imprese, i nostri dipendenti e le nostre famiglie. Con le chiusure del lockdown, ci ridurremo ad essere degli automi, schiavi al servizio delle multinazionali, esseri che esistono solo per lavorare e consumare, a rischio è l’intera società, e noi non possiamo accettarlo. Riprendiamoci le nostre vite, ritorniamo ai valori dei nostri nonni che oggi la politica sacrifica sull’altare della sua incompetenza».

Sono in 200 i partecipanti alla marcia ed è comunque un numero grandissimo, non solo per la fatica del percorrere a piedi un lungo tragitto, ma perché dietro a loro ci sono migliaia di persone tra familiari, dipendenti, fornitori. Insieme all’associazione dei ristoratori toscani, l’iniziativa è supportata anche dalla Tni, Tutela Nazionale Imprese e ha raccolto il consenso anche di tante altre categorie, dai commercianti agli artigiani, dai tassisti agli ambulanti, tutti parimenti messi in ginocchio sicuramente dalla pandemia ma soprattutto dalla carenza di interventi economici e di sostegno strutturali e strutturati.

 Non a caso alla partenza, sotto il grande striscione “Ponti per il futuro”, si sono ritrovate migliaia di persone. Attestati di solidarietà sono arrivati anche dall’estero. Una marcia che si sta snodando lungo l’antica Via Francigena, percorsa secoli fa dai pellegrini. Ma più che pellegrini, questi poveri Cristi sono ridotti ora loro malgrado a mendicanti. L’11 novembre faranno tappa anche a Sutri, la cittadina del Viterbese ottimamente amministrata da Vittorio Sgarbi e non è da escludere che il sindaco-critico d’arte dia alla stessa marcia ulteriore visibilità.

Le richieste dei ristoratori sono chiare e drammaticamente “semplici”, perfino ovvie, anche se non c’è nulla di scontato: sospensione di tutte le tasse, l’abbattimento dei canoni d’affitto, blocco degli sfratti, un fondo perduto per il periodo di chiusura adeguato ai cali di lavoro registrati, un credito di imposta proporzionale alle perdite di fatturato.

«Sembra che ci diano soldi a pioggia, ma in realtà non ci hanno dato un cavolo – ha aggiunto Naccari al momento della partenza della marcia –  si riempiono la bocca solo per parlare di evasione fiscale, ma di spreco di soldi pubblici non ne parla mai nessuno, perché la responsabilità è loro: basta, non accetteremo mai più leader politici che ci additano come evasori».

L’iniziativa, come detto, ha trovato ampia solidarietà da parte di altre categorie di lavoratori, come gli Ncc, che stanno dando un supporto logistico alla marcia a piedi nel caso di bisogno, e il cui coordinamento nazionale fa sapere che «sono mesi che non lavoriamo e abbiamo ricevuto solo elemosine».

La marcia è stata chiamata anche “Il camminino degli inessenziali”, perché a tanto è stata ridotta una categoria invero vitale per il Paese e la sua economia. Una marcia che ricorda tanto quella “del sale” di Gandhi. Solo che quella era l’India di 90 anni fa e il paragone non regge, anche per il fatto che comunque erano già messi meglio di questa Italia del 2020.

Igor Traboni
Articolo di

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