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Candidopoli

Strani misteri attraversano l’Italia elettorale. All’ultima tornata delle amministrative, lo scorso 22 settembre, un’infermiera che vive in provincia di Foggia decide di candidarsi come sindaco di Posina, un paesino di 558 abitanti che si trova in provincia di Vicenza.

Strani misteri attraversano l’Italia elettorale. All’ultima tornata delle amministrative, lo scorso 22 settembre, un’infermiera che vive in provincia di Foggia decide di candidarsi come sindaco di Posina, un paesino di 558 abitanti che si trova in provincia di Vicenza. Nulla spiega perché un cittadino scelga come luogo di candidatura un Comune. A 700 chilometro di distanza dalla propria residenza. Sta di fatto che la sua lista, «L’Altra Italia», riceve 17 voti: l’infermiera non passa come sindaco, ma i pochi voti ottenuti riescono comunque a eleggerla come consigliere comunale. L’indomani, però, la donna rifiuta il seggio per «sopravvenuti problemi familiari». E come lei, uno dopo l’altro, respingono l’elezione anche gli altri candidati della sua stessa lista: alcuni di loro segnalano perfino di non aver mai autorizzato o firmato l’accettazione di candidatura. Al segretario comunale di Posina non resta che lasciare vacante il posto (il consiglio comunale potrà comunque funzionare) e inviare una segnalazione alla Procura di Vicenza.

Il mistero potrebbe morire qui, se il fatto non incuriosisse un deputato vicentino di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, capogruppo in commissione Giustizia alla Camera. Zanettin, che è anche avvocato penalista e tra 2014 e 2018 è stato membro laico del Consiglio superiore della magistratura, il 20 ottobre presenta un’interrogazione al ministero dell’Interno, dove sottolinea che quello di Posina non è il solo caso anomalo. Perché nelle stesse elezioni del 20 settembre è accaduto che otto agenti calabresi della polizia di Stato si siano candidati al Comune di Carbone, un centro di appena 600 abitanti in provincia di Potenza. Anche se non hanno fatto campagna elettorale, gli agenti sono stati eletti a Carbone perché una lista locale non è stata ammessa alla gara elettorale per colpa di un ritardo nella presentazione. Anche i poliziotti, come l’infermiera di Posina, hanno però deciso di ritirarsi subito dopo lo spoglio. Di fronte a tante anomalie, Zanettin chiede al Viminale se nella strana vicenda elettorale di Posina, come in quella di Carbone, si sia trattato di funzionari di Polizia o di dipendenti del ministero. Ovviamente, il parlamentare veneto dà la sua spiegazione dell’accaduto. Sottolinea il sospetto che tutto nasca a causa di norme che consentono di prendere permessi di lavoro retribuiti per motivi elettorali.

A rispondergli dieci giorni dopo, nell’aula della Camera, arriva Achille Variati, sottosegretario all’Interno. Anche Variati conosce bene Posina, perché è stato sindaco di Vicenza per il Partito democratico. Il sottosegretario esclude che in quel caso i candidati siano dipendenti del Viminale, ma rivela che la vicenda è già all’attenzione della procura della Repubblica di Vicenza. Aggiunge, Variati, che la candidatura anomala ha danneggiato la comunità di Posina ed è da considerarsi «un vero oltraggio ai cittadini di quel paese». Spiega anche come funziona la norma: nei comuni sotto i mille abitanti non servono firme per presentare una lista, perché i candidati assumono la veste di presentatori attraverso l’accettazione della candidatura. Quanto agli otto poliziotti che si sono presentati a Carbone, il sottosegretario annuncia l’avvio nei loro confronti di un procedimento disciplinare per «comportamento deontologicamente non corretto» e per «un grave danno all’immagine e al prestigio dell’amministrazione». La sanzione potrebbe arrivare alla sospensione o addirittura alla destituzione dal servizio.

Intanto il prefetto di Potenza, cui tocca accogliere le dimissioni e avviare il commissariamento del Comune di Carbone, va oltre e si mette a indagare un po’. Scopre, così, che negli ultimi cinque anni ci sono agenti-candidati in una lunga serie d’imprese elettorali, tutte sfortunate. Andando a ritroso nel tempo, agenti si sono presentati nel 2019 a Parolise, in provincia di Avellino; nel 2018 ad Arpaise, vicino a Benevento, e a Teana, a pochi chilometri da Potenza; nel 2015 ci hanno provato a Ginestra degli Schiavoni e a Castelfranco in Miscano, due Comuni in provincia di Benevento. Non sono mai stati eletti.

Il prefetto, però, deve fermarsi qui. Perché la richiesta dell’aspettativa elettorale è un’opportunità del tutto legale, tant’è che è riconosciuta dall’ultima versione dell’Ordinamento dell’amministrazione di Pubblica sicurezza, una norma del 1981. L’articolo 81 stabilisce che «gli appartenenti alle Forze di polizia candidati a elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale». Quindi l’aspettativa elettorale è anche retribuita.

La vicenda, da una decina di giorni, ha scatenato la trasmissione Striscia la notizia, che su Canale5, ha lanciato una vera e propria campagna su quella che ha immediatamente ribattezzato «Candidopoli». Già nel novembre 2017, del resto, si era rivolto proprio a Striscia il sindaco di Carapelle Calvisio, un altro piccolo centro di 80-90 abitanti a 30 chilometri dall’Aquila. Il primo cittadino, Domenico Di Cesare, aveva denunciato allora al tg satirico che si erano presentate alcune liste, composte per lo più da agenti: «Sono candidati che qui nessuno conosce», aveva spiegato il sindaco a Pinuccio, l’inviato di Striscia la notizia, «e li abbiamo visti soltanto il giorno in cui hanno presentato la candidatura». Di Cesare aveva aggiunto che non era nemmeno la prima volta che accadeva: «Già in passato avevo sollecitato un intervento al ministro degli Interni Angelino Alfano», aveva detto.

E proprio Pinuccio, l’inviato cui nel 2017 Striscia aveva affidato l’inchiesta su «Candidopoli», oggi è tornato a battere i sentieri di questo strano «scandalo legale», un fenomeno tutto italiano che intanto si sta allargando a macchia d’olio. Sì, perché il tg satirico ne sta trovando segni in altre parti d’Italia. Per esempio ad Aquila D’Arroscia, un paesino di 155 abitanti in provincia d’Imperia, dove il sindaco ha appena dichiarato che «la lista è stata presentata da un signore e una ragazza», e i candidati pare provengano dalla stessa provincia di Foggia da cui ha preso le mosse la lista di Posina. Striscia ha intervistato uno di loro, che s’è detto «candidato a sua insaputa» e ha dichiarato anche di non sapere nemmeno dove si trovi Aquila D’Arroscia. 

Gli esponenti di «L’Altra Italia» preannunciano querele, ma l’inchiesta di Striscia prosegue imperterrita. E anche Zanettin annuncia nuove interrogazioni parlamentari: dice di aver scovato casi anche in provincia di Padova.

Forse, mentre altre procure cominciano a muoversi, dopo quella di Vicenza, sarebbe il caso di mettere mano alla legge del 1981. Ma anche qui c’è un piccolo mistero, perché rovistando negli atti parlamentari si scopre che già il 24 maggio 2014 l’allora deputato di Sinistra, ecologia e libertà, Gianni Melilla, aveva depositato alla Camera una proposta di legge, proprio per evitare gli abusi dall’Ordinamento dell’amministrazione di Pubblica sicurezza del 1981. «Alle recenti elezioni amministrative», scriveva Melilla oltre sei anni fa, «si sono candidati in Abruzzo ben 124 agenti della Polizia penitenziaria su circa 1.460 effettivi, con un aggravio dei costi per lo Stato. La questione è preoccupante e occorre porvi rimedio».

La proposta era rimasta ferma, ma nel 2016 Melilla era tornato alla carica, indignato perché aveva scoperto un nuovo caso di «Candidopoli» a Castelvecchio Calvisio, in provincia dell’Aquila, un Comune di soli 67 elettori: «Qui», aveva segnalato il deputato, «sono state presentate sette liste con 65 candidati, di cui ben 17 appartenenti a forze di polizia che non vivono in paese». Il deputato aveva ricordato allora che da due anni giaceva alla Camera «una mia proposta di legge di modifica dell’articolo 81 della legge 121 del 1981, che prevede la cancellazione di questo indegno e intollerabile privilegio».

Ora di anni ne sono passati sei, ma la proposta continua tristemente a giacere in un cassetto del Parlamento. Melilla ha raccontato anche di aver notato che ogni volta, quando sembrava iniziasse l’iter di approvazione, qualcosa interveniva misteriosamente a bloccarlo. Va detto: questa «Candidopoli» è proprio uno strano fenomeno…

Maurizio Tortorella
Articolo di

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