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Isis, come si finanzia il terrorismo islamico (parte terza)

Nei primi 2 capitoli di questo percorso abbiamo cercato di mostrare le caratteristiche delle due più grandi fonti di guadagno del sistema terroristico jihadista. In questo andremo a considerare tutte quelle fonti di reddito che hanno permesso al sistema Isis di vivere il suo miglior momento dal 2014 al 2017.

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Nei primi 2 capitoli di questo percorso abbiamo cercato di mostrare le caratteristiche delle due più grandi fonti di guadagno del sistema terroristico jihadista. In questo andremo a considerare tutte quelle fonti di reddito che hanno permesso al sistema Isis di vivere il suo miglior momento dal 2014 al 2017.

Tasse

Le tasse sono fondamentalmente applicate ai cittadini che risiedono nei territori occupati. Queste vengono quantificate in 1.500 lire siriane a persona, che equivalgono a 7€ circa. Soltanto nel 2015, si stima che queste siano valse all’Isis circa 300 milioni di $. Completano il sistema di tassazione i canoni per l’utilizzo di acqua ed elettricità oltre ad una tassa di circa 400 lire siriane (2€) /mese per le linee telefoniche. Le tasse, sotto forma di estorsioni, vengono applicate anche ai trasportatori delle zone controllate; queste richieste portano nelle casse del sistema altri 250 milioni di $. Con il contrarsi delle zone controllate, è molto probabile che queste entrate siano diminuite notevolmente.

Zakat

Per zakat si intende l’elemosina rituale prevista dall’islam che ammonta a circa il 2,5% dei propri guadagni.

Jizia

La jizia è una tassa di protezione delle minoranze religiose che hanno la necessità di ricevere protezione dalla “maggioranza musulmana”. Questa tassa diretta dovrebbe avere lo scopo di protezione da perdite e ritorsioni sia monetarie che fisiche

Contrabbando di beni archeologici

Nel 2015, la vendita di beni archeologici ha portato nelle casse jihadiste una somma approssimativa di circa 30 milioni di $. I manufatti depredati da parchi archeologici o sequestrati ai cittadini vengono venduti nel giro del mercato nero. Apparentemente immotivata, la distruzione del museo di Mosul nel 2017 è stata dettata anche dal tentativo di far aumentare i prezzi delle opere contrabbandate. In questo specifico caso i miliziani jihadisti, si sono dimostrati degli scaltri commercianti.

Riscatti

Il punto di contatto più diretto ed evidente tra economia occidentale e jihadista è il pagamento dei riscatti delle persone rapite. Secondo stime del 2015 la quota degli introiti derivanti dai riscatti ammontava approssimativamente a 130 milioni di dollari. A pagare, prevalentemente sono gli stati occidentali o aziende private che, tramite assicurazioni, riportano in patria i propri cittadini o il proprio personale.

Hawala system

Questo è un particolare sistema finanziario che permette il trasferimento di denaro da un territorio all’altro tramite l’appoggio di intermediari. L’hawala system richiede commissioni molto meno elevate rispetto ai sistemi di trasferimento tradizionali. Viene praticato la maggior parte delle volte dagli hawaladar ovvero piccoli imprenditori del settore import/export.

 

Donazioni private

L’Isis riceve donazioni private. Nel 2015 queste ammontavano ad una cifra di circa 50 milioni di $. Le donazioni private arrivano tramite associazioni no profit da Turchia, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar.

Furti

Nel 2014 i guerriglieri rapinarono la banca centrale di Mosul sottraendo un importo complessivo di 430 milioni di dollari in contanti lingotti d’oro. Non è un caso isolato, gli jihadisti hanno sempre effettuato rapine sia ad istituti creditizi che a persone private.

Per riassumere, le 8 fonti di finanziamento del sistema Isis sono le seguenti: produzione e distribuzione di droga, contrabbando di petrolio, tasse (comprese di zakat e jizia), Donazioni e contributi sia privati che di organizzazioni, i riscatti, furti, agricoltura e servizi pubblici e privati.  

Tra religione e interessi

Nonostante vi sia una generalizzata ideologia per la quale il sistema jihadista sia mosso univocamente da un pensiero culturale, è evidente, anche alla luce di questa analisi, che il fondamentalismo islamico sfociante in terrorismo non è unicamente veicolato da motivazioni religiose. Il sistema economico imperante che si ramifica dietro questa realtà violenta è molto più articolato e complesso di come ci si possa aspettare; questo segue norme e procedure simili a quelle legali pur rimanendo sempre parallelo.

Sicuramente senza una controparte occidentale disposta ad assorbire parte dell’offerta, i fondamentalisti avrebbero avuto maggiori difficoltà a distribuire le “risorse” con una conseguente minore espansione economica[1][2].

              

[1] Editoriale; chi ha paura del califfo; Limes

[2] Bernard E. Selwan El Khoury; Raqqa, lo stato islamico tra sharia e affari; Limes

 

Fine.

 

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Andrea Pasini
Articolo di

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