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Nascar, la Formula 1 dei trumpiani

L’automobilismo è uno sport per bianchi? Negli Stati Uniti è senz’altro così, sia come piloti sia come pubblico, senza fare troppe distinzioni fra le mille formule e sigle. Ed il campionato Nascar è senz’altro…

L’automobilismo è uno sport per bianchi? Negli Stati Uniti è senz’altro così, sia come piloti sia come pubblico, senza fare troppe distinzioni fra le mille formule e sigle. Ed il campionato Nascar è senz’altro una realtà in cui non ci si vergogna di essere sostenitori di Donald Trump, anzi ad alto livello è probabilmente l’unica nello sport professionistico: non che la maggioranza dei fan e degli addetti ai lavori della Nfl sia composta da sinceri progressisti, ma in questi mondi esiste una pressione culturale che va ben oltre il politicamente corretto.

Così la notizia che Michael Jordan investirà su una scuderia Nascar, con Bubba Wallace (anche lui nero, come il mito della pallacanestro mondiale) pilota, è diventata qualcosa di enorme.

Perché i proprietari e i piloti possono cambiare da una stagione all’altra, ma il pubblico, quella che oggi viene definita fanbase, non si può invece imporre per decreto o perché così è stato deciso in quella decina di circoli che dettano il pensiero dominante.

Facendo la media fra i principali istituti di rilevazione, negli Stati Uniti il 91% dei fan della Nascar ha la pelle bianca, il 3% nera, in un paese in cui i bianchi sono rispettivamente il 60,1 (senza contare gli ispanici, cioè il 18,5% del totale) e il 13,4%. Basterebbero questi numeri per prevedere un risultato elettorale in un ipotetico voto riservato ai fan della Nascar.

I bianchi che seguono il basket Nba, sempre senza contare gli ispanici, sono invece il 46% del totale dei fan Nba, una percentuale che sale a 57 per il football Nfl ed ai corretti, demograficamente parlando, 60 di Mlb (baseball) e 61 di Nhl (hockey su ghiaccio).

Non occorre una grande analisi per notare come la Nba e, dall’altro lato, la Nascar si stacchino nettamente da una composizione etnica coerente con quella del resto della società statunitense.

L’equazione ‘bianco uguale trumpiano’ è però ovviamente senza senso, come dimostra una recentissima ricerca di Morning Consult: fra i fan Nba asserisce di essere democratico il 42% delle persone, contro il 38 di Nfl e Mlb ed il 36 della Nhl. E la Nascar?

Un sondaggio del 2016 dice tutto da solo. Alla domanda ‘Chi è il vostro politico preferito?’ la risposta fu al 44% Trump e al 10,4 Hillary Clinton, con tutti gli altri, molti più repubblicani che democratici, in percentuali minime. In altre parole, per il medio fan Nascar Trump vale più del quadruplo del principale candidato democratico.

In questo contesto si possono ben capire le polemiche dello scorso giugno, quando la Nascar intesa come organizzazione, dalla sua nascita negli anni Quaranta gestita dalla famiglia France, ha vietato su tutti i circuiti l’esposizione delle bandiere confederate.

Dopo la morte di George Floyd il clima era quello che era, ma la maggior parte di chi segue l’automobilismo non ha capito perché dalla sera alla mattina sia stato cancellato un simbolo che faceva parte del passato delle corse senza che nessuno, nemmeno Bubba Wallace, pensasse allo schiavismo.

Se i vari Black lives matter e le varie scritte a bordocampo visti durante i playoff nella bolla di Orlando sono stati per la Nba un provvedimento facile da far digerire ad addetti ai lavori e pubblico, con la cancellazione della bandiera confederata la Nascar si è nella sostanza messa contro la maggioranza silenziosa della propria gente, anche perché qualsiasi critica al provvedimento fa passare automaticamente dalla parte dei razzisti.

In Europa automobilismo è quasi sinonimo di Formula 1, ma negli Stati Uniti Hamilton e Vettel sono quasi sconosciuti. La Nascar, da non confondersi con la molto seguita (ma meno della Nascar), Indy Car che ha più punti di contatto con la Formula 1, è dal punto di vista televisivo il secondo sport statunitense dopo il football e sembra destinato a rimanerlo anche perché nel suoi delirio di campionati e sottosigle rappresenta un mondo davvero a parte, un’America rurale o comunque di provincia che i grandi sport professionistici non presidiano e molti politici sottovalutano.

Di certo al suo successo contribuiscono anche le auto, apparentemente simili ad auto sportive che si possono acquistare dal concessionario. Le stock car più famose, dalla Ford Mustang alla Chevrolet Camaro, hanno veri e propri tifosi della macchina, più che del pilota, fenomeno che in Formula 1 si verifica soltanto con la Ferrari.

Quello della Nascar non è quindi un mondo soltanto bianco, per quanto riguarda il colore della pelle, ma anche fortemente identitario ed attaccato alle tradizioni.

Non è un caso che Trump in estate si sia buttato a colpi di Twitter nel dibattito su Wallace, accusandolo di essersi inventato la storia del cappio che avrebbe trovato nei box, e soprattutto su quello riguardante la bandiera sudista.

I campioni Nascar, dai miti del passato come Dale Earnhardt a quelli del presente, sono pressoché ignoti fuori dai confini statunitensi e questo, per il fan medio della Nascar, è paradossalmente un orgoglio.

La Nascar è da veri americani, non come la Nba che alle sue ultime Finals ha avuto una audience media da 6 milioni di telespettatori, negli Stati Uniti niente, contro i 30 dell’era di Michael Jordan. 

Stefano Olivari
Articolo di

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