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Editoriali

Fermo immagine di una sciagura

E se alcune immagini sono diventate simbolo di quest’anno maledetto e resteranno impresse a fuoco nella nostra memoria, penso all’infermiera che si addormenta stremata su una tastiera del pc dopo una notte insonne in terapia intensiva o ai drammatici scatti dello scorso marzo, quando una lenta e ordinata colonna di camion militari lasciava Bergamo di notte, portando con sé il suo carico di bare e di dolore silenzioso, sarà inevitabile rivivere certe emozioni aggiornandole con immagini più recenti.

Le fotografie hanno uno scopo chiaro: ricordarci di ricordare.

E se alcune immagini sono diventate simbolo di quest’anno maledetto e resteranno impresse a fuoco nella nostra memoria, penso all’infermiera che si addormenta stremata su una tastiera del pc dopo una notte insonne in terapia intensiva o ai drammatici scatti dello scorso marzo, quando una lenta e ordinata colonna di camion militari lasciava Bergamo di notte, portando con sé il suo carico di bare e di dolore silenzioso, sarà inevitabile rivivere certe emozioni aggiornandole con immagini più recenti.

 

Per esempio, quelle delle proteste di piazza, innescate da un malcontento diffuso che rischia d’incendiare le strade del paese nelle prossime settimane, ma anche la toccante foto del ristoratore di Oderzo accasciato su una sedia, stanco, con lo sguardo perso nel vuoto, in preda a chissà quali dolorosi pensieri.

 

D’altra parte la rabbia sta montando e oggi si sta trasformando in qualcosa di più serio. La vedi non solo negli ambienti caldi della destra più radicale (a Napoli anche i centri sociali hanno manifestato il loro disappunto nei confronti delle scelte del governo), ma pure tra la gente comune, tra i lavoratori precari e meno tutelati, e soprattutto tra quei commercianti, già massacrati dal precedente lockdown, impauriti sia per le loro attività sia per le famiglie dei dipendenti che rischiano di lasciare a casa.

 

Il pericolo della desertificazione del sistema produttivo è alle porte e le esperienze passate sembrano non avere insegnato nulla.

Lo scorso aprile, uno studio Fipe-Confcommercio, stimava in 50.000 le strutture a rischio chiusura nei pubblici esercizi che raccolgono attività legate alla ristorazione (bar, ristoranti, pizzerie, catering etc.), con perdite vicine ai 30 miliardi di euro, cui aggiungere 300.000 posti di lavoro andati in fumo.

 

Che ne sarà, oggi, all’alba della nuova chiusura? In fondo, costringere queste attività alla serrata delle 18, significa, senza troppi giri di parole, destinarle alla morte.

E con esse altri settori strategici per la nostra economia.

 

Tuttavia, il passaggio più grave (tra i tanti criticabili) del nostro presidente del Consiglio, ormai una celebrità delle dirette televisive, alle quali arriva sempre in ritardo come un’attempata diva del cinema, riguarda la battuta sul vaccino.

 

Auspichiamo, ovviamente, che le prime dosi possano arrivare alle nostre latitudini nei primi giorni di dicembre, come annunciato dal premier, ma al momento si tratta solo di un’ipotesi azzardatissima. Nessuno sa, nemmeno chi sta lavorando pancia a terra da mesi (nonostante la splendida notizia riguardante i risultati del vaccino AstraZeneca che apre alla speranza), quando sarà possibile introdurre sul mercato dosi sufficienti di prodotto in grado, finalmente, di metterci al riparo da ogni rischio.

 

Raccontare storielle affrettate, in un momento tanto delicato, significa illudere i cittadini non considerando minimamente le conseguenze.

Conte e i suoi sono inadeguati, se ne sono accorti anche quegli strilloni di corte che per mesi ne hanno tessuto le lodi. E devono andare a casa.

 

Eppure, lo spettacolo avvilente offerto in queste settimane dalla politica, non riguarda solo chi ha il dovere di decidere, ma anche chi, dai banchi dell’opposizione avrebbe dovuto, senza tentennamenti, proporsi come un’alternativa seria.

Invece, l’iniziale ruggito del leone si ben è presto trasformato nel miagolio di un micino spaventato.

 

Sul piatto c’è il destino del Paese, dell’economia nazionale ma, soprattutto delle generazioni future cui non possiamo permetterci di lasciare in eredità solo macerie e povertà.

 

Una classe dirigente seria (Matteo Renzi smetta di essere di lotta e di governo), che vuole il bene dell’Italia, adesso dovrebbe mettersi in gioco, trovare il coraggio di mandare a casa chi ha fallito e creare un nuovo governo di unità nazionale che veda coinvolta ogni forza politica, così da prendere decisioni condivise a tutti i livelli per uscire, il prima possibile, da questa sciagura.

 

Se, come dicono Matteo Salvini e Giorgia Meloni in ogni discorso, hanno a cuore la Patria, bene, è giunto il momento di dimostrarlo con la serietà e la forza che questo sentimento merita.

Ai voti si penserà in campagna elettorale, ora è il tempo di proteggere chi si dice di amare.

Carlo Cattaneo
Articolo di

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