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Tesla, che sia la volta buona?

Dopo 17 anni, forse, si vede la luce nei bilanci dell’azienda automobilistica con la più alta capitalizzazione in borsa ma che non ha mai prodotto un centesimo di utile.

Dopo 17 anni, forse, si vede la luce nei bilanci dell’azienda automobilistica con la più alta capitalizzazione in borsa ma che non ha mai prodotto un centesimo di utile.

Al di là di ogni narrazione apologetica sul personaggio, Elon Musk, che la guida, di ogni suggestione di marketing su un prodotto buono ma non ancora ottimale per sfondare sui mercati, sarebbe interessante fare un discorso serio su un’azienda che da oltre un decennio macina perdite, ha (o ha avuto, si spera) una gestione finanziaria opinabile ma che ha raccolto un consenso mai visto prima sui mercati tanto da raggiungere una capitalizzazione superiore ai 390mld di dollari quando aziende più redditizie come Toyota, ad esempio, vale poco più della metà.

Perché questa potrebbe essere la volta buona?

Semplicemente perché, finalmente, per cinque trimestri consecutivi l’azienda di Palo Alto ha segnato un risultato positivo e, in particolare, il Q3 2020 ha rappresentato il trimestre migliore di tutta la sua storia.

331mln di dollari, questa è l’utile segnato nel terzo trimestre di quest’anno che fa ben pensare a un primo anno chiuso in attivo sin dalla fondazione.

La storia finanziaria di Tesla è, forse, un unicum nella storia, dalla nascita, nel 2003, ad oggi non ha mai chiuso un bilancio in attivo “bruciando” circa 4,5mld solo nell’ultimo quadriennio senza mai raggiungere nemmeno il break-even operativo, situazione che in qualsiasi altro caso avrebbe condotto almeno al chapter 11, la procedura giudiziale per la ristrutturazione aziendale e del debito, se non, addirittura, al chapter 7, che è il fallimento vero e proprio che porta alla liquidazione della società. Questo caso è stato diverso, vuoi per l’appeal del patron Elon Musk e del suo story telling che ha permesso di convogliare finanziamenti di ogni tipo a sostegno della liquidità aziendale e creare un alone quasi mitico intorno al suo operato.

Diciamolo senza alcuna paura di essere smentiti, oggi Tesla rappresenta il top a livello tecnologico dal lato dell’auto elettrica, sebbene pare che all’orizzonte si profilino sia nuovi competitor agguerriti, come Lucid Air, sia le proposte EV dalle grandi case tradizionali, ma nulla giustifica l’attuale valutazione di borsa che è, senza alcun dubbio, in “bolla”.

Mi spiego.

A oggi Tesla rappresenta il leader di un segmento che rappresenta lo 0,5% del mercato automobilistico, molto à la page ma poco redditizio e con nessuna garanzia che possa veramente rappresentare il futuro della motorizzazione, malgrado quello che molti immaginino.

Non è un caso che l’anno record 2019 si sia chiuso con “soli” 24,5 miliardi di dollari di fatturato, a fronte però di una perdita di 682mln di dollari, quando FCA, ad esempio, fatturava circa 128mld a fronte di 7,8mld di utili; quest’anno, invece, Tesla potrebbe anche avvicinarsi ai 30mld di fatturato e guadagnare il primo utile della sua storia che, però, conti d’ordine e oneri finanziari permettendo, sarà sicuramente piuttosto contenuto e non sufficiente nemmeno a ipotizzare il raggiungimento a breve del break-even operativo.

L’indebitamento dell’azienda è alto e la redditività vera ancora da dimostrare, tra l’altro il patrimonio netto è negativo, seppur di poche decine di milioni di euro, questo perché le perdite hanno, mano a mano, eroso il capitale e le riserve e da qui la fissazione del rating B3 sulle obbligazioni senior unsecured da parte di Moody’s.

B3… a tanti dice poco ma è un giudizio sotto il c.d. investment grade, quello che permette a tutti, non solo agli investitori istituzionali, di acquistare i titoli obbligazionari emessi: in pratica si parla di junk bond, titoli spazzatura.

Attenzione, però, il giudizio non è dato sull’azienda ingenerale ma riguarda il rischio finanziario di insolvenza tanto che Apple, per anni, non ha mai avuto un rating, visto che non emetteva debito vista la redditività del suo business, solo con la prima emissione obbligazionaria, per ragioni di arbitraggio fiscale tra l’altro, ricevette la prima valutazione ma questa è un’altra storia.

Il mercato, però, non ha mai auto grandi dubbi sulla capacità di Musk di trovare capitali per assicurare il pagamento delle scadenze, infatti nel periodo peggiore per i conti aziendali per assicurare 100 euro di capitale sulle obbligazioni Tesla occorrevano meno di 7 dollari, stando alla valutazione dei CDS, i credit default swap, cioè gli strumenti finanziari che servono per “assicurare” i crediti.

Se al 31 dicembre, quindi, Tesla chiudesse finalmente in utile cosa succederebbe?

A tutti gli effetti potrebbe essere un punto di svolta per le sorti dell’azienda anche se i fondamentali restano comunque deboli e l’hype sul suo titolo azionario, a parte far entrare Elon Musk nel computo degli uomini virtualmente più ricchi del mondo, rischia di essere controproducente per il futuro dell’azienda visto che rende difficoltosa ogni idea di aumento di capitale, per reperire capitali freschi e non a debito per finanziare i futuri investimenti o eventuali M&A con realtà più solide per crescere più velocemente.

Una curiosità finale… perché Musk solo “virtualmente” tra gli uomini più ricchi al mondo?

Perché oltre il 98% del suo patrimonio è in azioni Tesla che non può alienare per evitare ripercussioni eccessive in borsa e per garantirsi liquidità sufficiente ha dovuto indebitarsi per oltre 500mln di dollari e per far fronte a questi impegni ha dovuto mettere in vendita il suo patrimonio immobiliare.

Come si vede la realtà ha delle sfaccettature che vanno ben oltre i miti nati negli ultimi anni.

Matteo Gianola
Articolo di

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