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L’America spaccata in due, ma non da Trump (parte terza)

Secondo un sondaggio ripreso dalla testata The Conversation, solo il 47% della comunità nera d’America sotto i 30 anni sceglierà Joe Biden. Segno di come esista una scollatura nel posizionamento classico dell’America nera rispetto al passato.

Nella seconda parte del dialogo tra le due Americhe, abbiamo visto come a seconda di dove si nasca e della tipologia di territorio si viva e del genere di posizionamento sociale si abbia, negli Stati Uniti di oggi si possono considerare le condizioni economiche e il concetto di opportunità e libertà in maniera diametralmente opposta. Ma sono diversi gli afroamericani che, nonostante le denunce presentate dalla presidente di Black Lives Matter, si dicono pronti a sostenere Donald Trump, anche in Ohio.  Secondo un sondaggio ripreso dalla testata The Conversation, solo il 47% della comunità nera d’America sotto i 30 anni sceglierà Joe Biden. Segno di come esista una scollatura nel posizionamento classico dell’America nera rispetto al passato. Cathy Cohen, professore di scienze politiche all’Università di Chicago ha spiegato questo trend così. «Hanno visto l’elezione di sindaci neri, il primo Presidente afroamericano della storia. Nonostante questo la loro vita non è cambiata», ha detto proprio a The Conversation.

 

Secondo LaTonya Goldsby, Presidente di Black Lives Matter a Cleveland, però, la differenza tra non essere convinti da Joe Biden e decidere di supportare Donald Trump è enorme. Per lei, gli afroamericani che sostengono il Presidente sono figure paragonabili a quelle del personaggio di Stephen (interpretato da Samuel Jackson) nel film Django, diretto da Quentin Tarantino. Così come Stephen, schiavo nero, difendeva lo schiavista bianco interpretato da Leonardo Di Caprio, lavorando per lui come maggiordomo nella proprietà al centro della seconda parte del film, così si comportano questi elettori in chiave contemporanea con Trump: «Stanno dalla parte del sistema guidato, pensato, deciso e impostato dai bianchi, per una società bianca, sperando di prenderne un piccolo pezzetto. Ma è il sistema stesso che continua a trattareli come cittadini di serie B senza nemmeno che se ne accorgano. Perché noi lo siamo, cittadini di serie B fin dalla nascita in America, ed è per questo che protestiamo», spiega la Presidente di Black Lives Matter che non esita a definire Trump un razzista, ma non si espone nel difendere Joe Biden. «Non abbiamo dato indicazione di voto ufficiale, io stessa non so ancora se voterò il candidato Dem, ma non è che deve fare poi troppo per convincermi a sceglierlo, vista l’alternativa attuale».

 

Se la Goldsby crede che Trump sia razzista, Hack invece considera il Presidente come un patriota capace di rimettere in sesto il Paese e di posizionarlo lontano dal cosiddetto “globalismo” che ha rischiato di risucchiare l’America. La metà del Paese di cui fa parte il direttore esecutivo di Free Ohio difende Trump perché «ha tagliato la burocrazia e le tasse come ha promesso», lo idolatra «perché fa rispettare il nostro Paese nel mondo come mai prima e protegge il sogno americano», lo risceglie perché «sta proteggendo i risparmi in borsa dei pensionati continuando a mantenere solido il mercato azionario». Risparmi che però, diversi afroamericani come la Goldsby, nemmeno sanno come siano fatti, per la vita che hanno dovuto affrontare.

 

E se il movimento Black Lives Matter è unito nel condannare Trump e ciò che secondo loro Trump rappresenta (un uomo bianco, imprenditore di famiglia già benestante, capitalista accanito, anti-femminista convinto, incapace di condannare i suprematisti bianchi nel dibattito contro Joe Biden a Cleveland, figlio del patriarcato che ha guidato e guida l’America da decenni), non lo è proprio nello scegliere l’alternativa perché considera Biden, in un certo senso, parte dello stesso sistema.

 

«Noi invece votiamo compatti per Trump», dice orgoglioso Tom Hack. E se qualcosa dovesse andare storto nella notte elettorale e il Presidente dovesse urlare alle irregolarità per scusare una sua eventuale sconfitte, anche senza prove, Hack non esclude di poter scendere per le strade armato. «Ho già servito il Paese una volta in guerra. Se un’altra guerra dovesse esserci, sono pronto a farlo di nuovo, a riprendermi in mano la mia libertà».

Fine.

 

 

 

 

Davide Mamone
Articolo di

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