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Elezioni USA 2020

Comizi, attacchi e Ymca: così Trump tenta la rimonta (di nuovo)

Donald Trump è tornato nel suo habitat naturale: in campagna elettorale, su un palco, in mezzo alla gente, a fare comizi.

Donald Trump è tornato nel suo habitat naturale: in campagna elettorale, su un palco, in mezzo alla gente, a fare comizi. Ci è tornato a tempi record: appena una decina di giorni dopo la sua positività al coronavirus che lo ha costretto per tre giorni al Walter Reed Medical Center, sottoposto a un intenso trattamento per curarlo dai sintomi e dalle conseguenze della Covid-19. Ci è tornato per recuperare un gap nei sondaggi che lo vede indietro rispetto a Joe Biden, anche se in numeri non drammatici come lo vedevano dietro a Hillary Clinton nel 2016.

Ci è tornato in modalità nuove rispetto a quattro anni fa, ma simili da quando la pandemia ha iniziato a colpire gli Stati Uniti: scendendo trionfante dall’Air Force One, in un’area semi-aeroportuale della città in cui si tiene il comizio. Facendosi trasportare brevemente a bordo dell’automobile presidenziale verso il palco. Parlando in un’area dove il colpo d’occhio è a metà tra l’azzurro e bianco presidenziale dell’aereo rimasto sullo sfondo e il bianco e il rosso della sua base di fronte a lui, rivestita di cappelli e magliette Make America Great Again. La campagna elettorale di persona del presidente Donald Trump è ricominciata timidamente sabato, con un primo evento ospitato all’interno della Casa Bianca a Washington.

Da lunedì invece è iniziato lo show di persona. Dalla Florida, di cui ora è residente dopo aver lasciato la New York che lo ha reso famoso – e poi ripudiato. Proseguendo negli stati-chiave che decideranno le elezioni il 3 Novembre: Pennsylvania, Iowa, Georgia, North Carolina. Il menu proposto dal presidente è lo stesso di prima. Sicurezza e confini. Periferie e orgoglio americano. Istruzione patriottica nelle scuole e difesa delle statue. Gli attacchi alla Cina, rea di aver «permesso la divulgazione del virus». Ritorno alla Trumpeconomy che ha permesso all’America di abbattere ogni record prima dello scoppio della pandemia in termini di disoccupazione percentuale e spauracchio verso «la sinistra radicale e marxista che vuole distruggere il nostro Paese».

A questi vanno aggiunti tre elementi di novità. La sua guarigione dalla Covid-19, da quel coronavirus definito, ormai in pianta stabile, dal presidente, Chinavirus. Una guarigione resa possibile grazie a “un team di dottori e un miglioramento netto delle cure grazie alla nostra ricerca americana e al nostro lavoro”. Il balletto sulle note di Ymca dei Village People a fine comizio elettorale mentre i suoi elettori lo acclamano. Gli attacchi a Joe Biden sul recente scoop del New York Post, che ha pubblicato il contenuto di alcune mail scottanti sul figlio di Joe, Hunter Biden, il quale, lo si legge nelle mail, avrebbe aperto un canale tra la società di gas naturale ucraina di cui faceva parte, Burisma, con il padre («My guy», nelle mail) quando Joe Biden era vice presidente nel 2015. «Grazie per aver fatto scoprire quanto sia corrotto questo candidato e quanto lo sia stata la politica di Washington» ha detto Donald Trump al suo popolo, parlando dei potenziali conflitti d’interessi dell’ex vice di Obama.

Su quello scoop sono nati diversi dubbi, per altro. Non tanto per il lavoro del New York Post, che ha pubblicato quanto gli è arrivato in redazione, dopo un’analisi dei contenuti. Quanto sulla credibilità del materiale stesso: le mail di cui il giornale newyorkese (e Rudy Giuliani, avvocato personale di Trump, prima del Post) è entrato in possesso non sono infatti mail fisiche. Sono documenti PDF contenenti screenshot di queste presunte mail, i cui file sono stati creati però tre mesi prima che Giuliani le ricevesse nel 2019. Perché non prima? E se quel computer, finito tra le braccia di un programmatore diverso tempo fa, non fosse stato di Hunter Biden? I red flag giornalistici a riguardo non mancano. Tanto è bastato, però, per dare un argomento di offensiva a Donald Trump, in attesa che si faccia chiarezza su quel materiale, contro un candidato Dem ancora debole e sempre più in balia dei centristi che lo supportano e della sinistra del suo partito che, momentaneamente, sta fingendo di sopportarlo per sconfiggere Trump.

I sondaggi, in questo momento, danno il presidente indietro ovunque. Secondo RealClearPolitics, istituto di rilevazioni che lavora sulle medie di decine di sondaggi ogni giorno, Joe Biden è sopra in ogni stato chiave possibile. Nei dati aggiornati al 15 ottobre, il Dem vince in Florida (+2.7%), North Carolina (+3.3%), Ohio (+0.6%), Pennsylvania (+7%), Wisconsin (+6.3%), Minnesota (+6,6%), Arizona (+3,5%), Iowa (+1.2%), Michigan (+7.2%), complice la disastrosa gestione della pandemia da parte del presidente, criticata in diverse occasioni anche da giornali conservatori come il Wall Street Journal. Pandemia che ha provocato 1.100 morti al giorno per sette mesi in fila.

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Finita qui, quindi? No. Anzi. È appena iniziata la fase viva della corsa. In questo esatto momento della gara elettorale infatti (il 15 ottobre), Hillary Clinton, nei cosiddetti “battleground states”, gli stati-chiave sopra riportati, era avanti complessivamente di 5.4% rispetto a Donald Trump, nel 2016. Joe Biden, sotto in Texas, in bilico in Georgia, in affanno in Ohio, altalenante in North Carolina e in Arizona, lo è appena del 5%. A dirlo, sono proprio i dati e le medie di Realclearpolitics, di ieri e di oggi. Nel 2016 si ricordano tutti come andò a finire, nonostante Clinton fosse data vincente da tutti (o quasi) e ovunque (o quasi). Nel 2020, con il caos del voto per posta e le tensioni provocate dal coronavirus, il dubbio che possa tornare a finire come nel 2016 continua a permanere. Con Trump di nuovo in campagna elettorale attivamente, ancor di più.

 

Davide Mamone
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