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Editoriali

Covid-19, l’infinito giorno della marmotta

Tipo la notiziona che annuncia un nuovo clamoroso allarme: il Covid-19 può resistere fino a 28 giorni sia sulle banconote, sia sugli smartphone, come affermato dallo studio dell’agenzia nazionale australiana della scienza (Csiro).

È un déjà-vu. Un infinito giorno della marmotta.

Le lancette del tempo sembrano tristemente tornate alla scorsa primavera.

I giornali mainstream, da tempo armati di mazze, battono ossessivamente la grancassa della paura per diffondere (non bastasse la pandemia) il contagio psicologico nei lettori ormai in preda al terrore.

Una caccia ai click facili che monta inesorabile  nelle edizioni online delle principali testate nazionali.

Gruppi editoriali pronti a veicolare solo inquietudine e paure attraverso titoli sempre più “spinti”, che potrebbero competere con i film di George Romero.

 

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Tipo la notiziona che annuncia un nuovo clamoroso allarme: il Covid-19 può resistere fino a 28 giorni sia sulle banconote, sia sugli smartphone, come affermato dallo studio dell’agenzia nazionale australiana della scienza (Csiro).

 

Per quanto riguarda le terribili scatolette in cui riponiamo i segreti della nostra vita, il problema pare relativo.

Utilizzando prodotti specifici come i disinfettanti a largo spettro di uso ospedaliero la magagna si dovrebbe risolvere (al di là del fatto che sorge spontanea una domanda: i prodotti che troviamo sui banconi dei supermercati, toccati da decine di mani senza protezioni, secondo voi, sono igienizzati? Non meriterebbero uno studio ad hoc?).

 

Al problema dei “bigliettoni”, invece, ci sta già pensando il governo. D’altra parte l’impoverimento generale, e in particolare di alcuni settori strategici, è tale da lasciare molti in mutande e con le tasche vuote. Altro che banconote da maneggiare.

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La drammaticità del momento, del resto, è scandita senza pietà dai numeri apocalittici certificati, pochi giorni fa, dal XII rapporto “Osservatorio sul mercato del lavoro nel turismo” redatto da Federalberghi[1] e confermati a “il Giornale” da Lino Enrico Stoppani, presidente della Fipe di Confcommercio, che parla addirittura di «Una pandemia di povertà»[2].

 

Sgombriamo il campo da inutili equivoci: questo giornale non appartiene alla categoria dei negazionisti (visto che bisogna obbligatoriamente schierarsi come tra tifoserie di squadre avversarie), ma nemmeno a quella dei “terroristi” isterici che sfruttano, adesso strumentalmente, le immagini più dolorose legate all’emergenza sanitaria (per esempio, i camion che lasciano Bergamo carichi di bare), come monito funereo.

 

Cerchiamo di mantenere un briciolo di equilibrio, seguendo le regole, ma nella consapevolezza che con il Covid-19 dobbiamo, obtorto collo, convivere.

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Indossiamo le mascherine, laviamoci le mani frequentemente, utilizziamo gel igienizzante, manteniamo (per quanto possibile) il distanziamento, anzi, invitiamo anche i nostri lettori a farlo, senza però fermare e frenare ancora un Paese che non se lo può permettere.

 

Non fosse altro che, in otto mesi, sono le uniche regole su cui tutti gli “esperti” ancora concordano.

Il resto, infatti, è buio pesto condito da pareri personali un tanto al chilo. Chi dice una cosa, chi ne professa un’altra. Nel delirio più completo.

 

A farne le spese siamo noi attoniti cittadini, che virologi non siamo, ma che veniamo coinvolti, nostro malgrado, nella lettura via social d’insulti d’ogni foggia come nelle dispute tra guappi di periferia.

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A preoccupare, però, non dovrebbe essere solo l’emergenza sanitaria prodotta dalla pandemia (che almeno ad oggi non c’è), ma come aiutare quelle famiglie che resteranno imbrigliate dal timore di ricevere una lettera di licenziamento dovesse riproporsi, anche solo parzialmente, lo spettro del lockdown (peraltro già ventilato dai soliti “esperti”, ai quali il presidente del Consiglio non ha perso tempo per una strizzatina d’occhio).

 

Tuttavia, al fine di rasserenare gli animi di chi versa già in difficoltà da mesi, il nostro premier “Big Jim” (quello che, citando gli Eelst, “Schiacci il tasto ed esce lo sfaccimme”), cosa estrae dal cilindro?

Decide di agevolare, con il supporto della sua truppa di indomiti ministri-guerrieri, il via libera all’invio di nove milioni di cartelle esattoriali, ferme dallo scorso marzo a causa del virus.

Un cadeau, così, per gradire.

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Ovviamente, ci chiediamo, dopo aver letto le restrizioni inserite nel Dpcm di ieri, a che punto sono stati messi gli eventuali aiuti destinati a quelle attività che, inevitabilmente, vedranno depauperato il proprio fatturato.

 

Molto semplicemente non ce ne sono. Cavoli loro.

 

Infine, arriviamo a lei, ministro della Salute, Roberto Hope.

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Apprendiamo dalle restrizioni di cui sopra quanto sia saldo il fronte della fermezza contro il virus.

 

Niente feste, visite in famiglia con non più di sei persone (conviventi esclusi), niente gite, visite nelle Rsa solo se autorizzate, chiusura di bar e ristoranti alle 24 (il Covid-19 è infido e metodico, entra in azione solo alle 24 e un secondo, tira mattina, e poi si riposa), stop alle 21 alle consumazioni in piedi per evitare assembramenti (il Covid-19 sa stare al suo posto, non colpisce chi sta seduto. Pazienza poi se in metropolitana, nelle ore di punta, sembra di essere a Rimini durante il Ferragosto).

 

Al di là del sarcasmo, che vorrà perdonare, vorrei ringraziarla per la (parziale) marcia indietro rispetto all’attività delatoria da lei auspicata in tv allo scopo di fronteggiare i furbetti delle feste private, organizzate con un numero inadeguato di partecipanti.

 

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«Nessuno ha mai parlato di delazione, non appartiene alla nostra cultura».

Mi permetta di correggerla su questo passaggio perché la “cultura” di cui parte della maggioranza è portabandiera (siamo d’accordo, il comunismo è stato rottamato dalla storia, ma il “Bouillon de culture” quello resta), faceva leva anche su questo orrendo strumento di controllo.

 

A trarre vantaggio dalla “dittatura” del sorriso, che sta alle spalle dei Dpcm con cui il governo Conte pensa di mondarsi da ogni eventuale responsabilità («Abbiamo il dovere prioritario di tutelare la vita e la salute dei cittadini», recita come un disco rotto, dimenticandosi, per esempio, della mancata istituzione della zona rossa tra Alzano e Nembro), rimane evidente il desiderio di galleggiare, sfruttando anche l’inadeguatezza di un’opposizione troppo timida per fare paura.

A sollecitare quella, infatti, pensa già il virus.

 

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D’altra parte era il principe Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, a sostenere in una delle sue riflessioni che “Finché c’è morte c’è speranza”. Appunto.

 

 

[1] https://www.federalberghi.it/rapporti/osservatorio-sul-mercato-del-lavoro-nel-settore-turismo-xii-rapporto.aspx#.X4bExIZS_Uo

[2] Lodovica Bulian, “Così perderemo 300 milioni al mese”, il Giornale

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Carlo Cattaneo
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