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Il Network delle adozioni 3.0

Dopo 20 anni, per la prima volta nel 2019 in Italia sono stati adottati meno di mille bambini dall’estero (969 per la precisione, quasi il 50% in meno rispetto ad appena 5 anni fa) e in questo 2020 rischia di andare anche peggio: fino a giugno erano stati adottati appena 262 bambini e, nella migliore delle previsioni, a fine anno si arriverà a 700-800.

Dopo 20 anni, per la prima volta nel 2019 in Italia sono stati adottati meno di mille bambini dall’estero (969 per la precisione, quasi il 50% in meno rispetto ad appena 5 anni fa) e in questo 2020 rischia di andare anche peggio: fino a giugno erano stati adottati appena 262 bambini e, nella migliore delle previsioni, a fine anno si arriverà a 700-800.

Ma il problema non è solo numerico: in Italia da alcuni anni a questa parte la “piega politica” presa in materia di adozioni internazionali è a dir poco preoccupante: tantissime le promesse, pochissimi gli interventi a sostegno delle famiglie adottive o aspiranti tali e degli enti autorizzati che seguono l’iter per le adozioni, prima, durante e dopo.

Una risposta davanti ad un quadro così desolante arriva adesso, e ancora una volta, proprio da alcuni degli enti autorizzati dallo Stato a portare avanti le pratiche per le adozioni; in Italia sono 47, iscritti ad un apposito Albo, e adesso 5 di questi – e non a caso i più grandi – hanno deciso di unire le forze, dando vita a “Lian”, Life in Adoption Network.

L’intenzione dichiarata (e conoscendo la serietà dei dunque soggetti non c’è da dubitare che si passi subito alle maniere concrete)  è quella di mettere in comune risorse, energie, strutture, attività, sia in Italia che ovviamente all’estero, per dare (ma soprattutto “ridare”) una speranza ai bambini abbandonati e alle famiglie adottive.

Il primo passaggio, per nulla scontato dopo anni di divisioni e anche di veleni più o meno evidenti, è stato quello di riprendere il dialogo tra questi enti, ora fermamente intenzionati a riprendere la strada della “Adozione 3.0”, ovvero del “cartello” di cui prima facevano parte tutti gli enti e che è stato sciolto prima della scorsa estate, a motivo per l’appunto anche di tante incomprensioni.

I 5 enti di Lian, però, ci sono e intendono mettersi a disposizione delle coppie italiane desiderose di adottare un minore all’estero, mettendo a frutto e insieme le varie esperienze maturate “sul campo”, spesso in contesti esteri assai difficili e con accordi talvolta disattesi proprio dalla controparte straniera. Ma la disponibilità di Lian sarà anche nei confronti di quel sistema istituzionale in qualche modo coinvolto nelle adozioni e che va dal Ministero della Famiglia alla Commissione Adozioni Internazionali fino alle singole Regioni.

Di questo network pro adozioni appena messo su fanno parte: CIFA, ente italiano con il maggior numero di adozioni accompagnate; Ai.Bi. – Amici dei Bambini, l’ente con il maggior numero di sedi in Italia e sedi estere; ASA, realtà leader per le adozioni nell’Europa orientale; Ariete, l’ente più rappresentativo nel Sud Italia; Nidoli, organizzazione leader per le adozioni nella Federazione Russa. Da questa unione è come se nascesse in pratica un grande soggetto operativo in ben 50 Paesi stranieri e con oltre 30 sedi in tutta Italia.

Ma se la risposta degli enti autorizzati è questa, molto resta da fare proprio sul versante “istituzionale”: le risposte latitano, con un’indifferenza che fa male, tanto più che in gioco ci sono per l’appunto migliaia di bambini che aspettano una famiglia (in passato l’Italia è stata a dir poco generosa in questo settore, spesso seconda solo agli Stati Uniti per numero di bambini adottati).

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Basti pensare che il braccio operativo, ovvero la Commissione Adozioni Internazionali, di fatto è monco oramai da parecchi mesi; la presidenza della Cai spetta al ministro della Famiglia e in questo governo alla signora Elena Bonetti, che più volte ha espresso la volontà di farsi carico di determinate problematiche, solo che ha trovato un ascolto pari praticamente a zero da parte dei colleghi dell’esecutivo: i 47 enti italiani autorizzati avevano chiesto complessivamente un aiuto di 10 milioni di euro per far fronte a varie difficoltà, anche organizzative, moltiplicate dalla pandemia; solo che di milioni ne sono stati stanziati appena 2,3.

E chiedendo a ciascun ente di anticipare fino a 50 mila euro per una sorta di fideiussione.

Presidenza a parte, la Cai non ha un vicepresidente e neppure un direttore generale, ovvero le due figure operative. Il vicepresidente indicato è Vincenzo Starita, magistrato con lunga esperienza nell’ambito delle tematiche dei minori, ma da due mesi il Csm – evidentemente in altre faccende affaccendato – deve ancora dare il via libera alla nomina.

Certo, i problemi legati al crollo delle adozioni internazionali sono anche altri, ad iniziare da quello dei costi, ma anche in questo caso le misure a sostegno sono poche o nulle, come purtroppo sta diventando prassi per la politica italiana: le famiglie restano invisibili. Comprese quelle adottive.

Igor Traboni
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