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USA, il Covid alimenta il razzismo nei confronti degli asiatici – Seconda parte

Come evidenziato nella prima parte di questa storia, il coronavirus è entrato prepotentemente a incidere sui destini delle elezioni del 2020, a tutto tondo, per come potrebbe influenzare l’andamento del voto per la comunità asiatica negli Stati Uniti. Ma non solo, perché le ricadute sono giunte anche, se non soprattutto, a livello istituzionale e diplomatico.

Come evidenziato nella prima parte di questa storia, il coronavirus è entrato prepotentemente a incidere sui destini delle elezioni del 2020, a tutto tondo, per come potrebbe influenzare l’andamento del voto per la comunità asiatica negli Stati Uniti. Ma non solo, perché le ricadute sono giunte anche, se non soprattutto, a livello istituzionale e diplomatico.

La pandemia coronavirus ha infatti inasprito i rapporti tra Cina e Stati Uniti, tra il presidente Xi e l’amministrazione Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha duramente attaccato il governo cinese accusandolo di aver nascosto le prove della diffusione del virus nelle prime settimane. Ha poi tagliato I fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, rea di non aver controllato come avrebbe potuto e dovuto sia le fasi precedenti alla diffusione del virus, sia quelle successive di gestione del contagio.

E nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, martedì 22 settembre, ha dedicato grossa parte dei suoi 7 minuti di intervento ad attaccare Pechino e le sue mancanze dopo aver definito il COVID-19 un “virus cinese”, in diverse occasioni, negli ultimi mesi.

Se George W. Bush aveva tentato di abbassare I toni nei confronti della comunità musulmana d’America dopo l’attacco alle Twin Towers dell’11 Settembre, Donald Trump ha alzato quei toni, scagliandosi contro il governo di Pechino in ogni contesto politico e istituzionale. “Lo definisco cinese perchè da li è venuto, non perché sono contro le persone”, ha detto il Presidente fin da marzo rispondendo a una reporter dalla Casa Bianca.

Anche perché gli asiatico-americani sono tra le comunità più in crescita negli Stati Uniti. Quasi 21 milioni sono gli statunitensi originari dall’Asia, secondo l’American Community Survey Demographic and Housing Estimates dell’U.S. Census Bureau. Mentre il numero di persone aventi diritto al voto è letteralmente esploso, crescendo del 139% a 7.5 milioni dal 2000 al 2020, secondo Pew Research Center.

Gli asiatici americani non sono solo cinesi, ovviamente. Sono una comunità culturalmente ricca e diversificata che include anche persone indiane, giapponesi, filippine, coreane, vietnamite e bengalesi, tra le altre. Per i candidati alla Casa Bianca, intercettare questi elettori è difficile perché cambiano le lingue, sono diversi I bisogni, sono più disparate le problematiche delle singole comunità. Basti vedere le differenze nel reddito medio annuo degli asiatico-americani che è ancora il più alto del Paese per (85.897 dollari, rispetto a 65.902 per i caucasici americani, 41.511 per i neri americani e 51.404 per i latinoamericani), ma decisamente diversificato al loro interno. Chi arriva dal Bangladesh, ad esempio, da cittadino americano guadagna decisamente meno rispetto a chi abbia origini indiane, ad esempio.

“Ciò che è ironico è che abbiamo un’enorme percentuale di americani asiatici negli ospedali che aiutano a salvare le persone dal COVID-19 in questo momento”, spiega a Orwell Elizabeth OuYang, consulente per l’impegno civico nella comunità americana dell’Asia del Pacifico. “Allo stesso tempo, siamo stati presi troppo a lungo di mira solo per il nostro aspetto, quest’anno e ancora non me lo spiego”. I genitori di OuYang sono emigrati dalla Cina negli Stati Uniti negli anni ’50 e lei è avvocato per i diritti civili da oltre 25 anni. Quando è iniziato il 2020, uno dei suoi obiettivi era educare e sostenere la partecipazione degli asiatici americani al processo elettorale. Ora prova a difesa persone come il fratello, che è uno dei medici che continua a salvare vite negli ospedali, ma nonostante questo “continua a essere attaccato perché lo vedono che sia di origini asiatiche”.

E uno degli effetti collaterali, ora, è anche legato al tema delle armi. Sentendosi in pericolo, infatti, diversi asiatico-americani, che sono storicamente a favore della regolamentazione delle libertà concesse dal Secondo Emendamento, hanno cambiato idea. Diversi media locali hanno riferito che l’aumento delle vendite di pistole automatiche e semi-automatiche sia legato all’arrivo di nuovi clienti che mai prima si erano affacciati al mondo delle armi. Molti di loro, sono asiatico-americani.

“Sono sempre stato molto contrario alle armi, ma ora sto riconsiderando la mia posizione. Se la mia famiglia è in pericolo, penso di avere il diritto di proteggere me stesso e se stessi,” dice Rob Chen, che vive a Brooklyn, dove è nato. Ha cambiato definitivamente idea quando ha visto un episodio di discriminazione colpire un’anziana signora cinese, offesa da un passante e picchiata. “È successo nel mio quartiere, sulla mia via di casa. Quell’anziana signora sarebbe potuta essere mia mamma”.

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Davide Mamone
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