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USA, il Covid alimenta il razzismo nei confronti degli asiatici

Democratici e Repubblicani faticano a raggiungere ogni genere di compromesso, anche per trovare un accordo sulle misure economiche di sostegno al popolo statunitense durante la pandemia, in un’America solcata dalle divisioni.

Quando il presidente americano Lyndon Johnson firmò l’Immigration and Nationality Act che aboliva la cosiddetta National Origins Formula, il 3 ottobre 1965, diede agli asiatico-americani, assieme ad altre minoranze il diritto di diventare cittadini statunitensi, chiudendo anni di tensioni e di discriminazioni, specialmente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi. Fu una legge sostenuta sia da repubblicani che da democratici al Congresso e rappresenta ancora oggi una pietra miliare della storia americana.

Più di cinquant’anni dopo, tante cose sono cambiate dalla firma su quella legge. Democratici e Repubblicani faticano a raggiungere ogni genere di compromesso, anche per trovare un accordo sulle misure economiche di sostegno al popolo statunitense durante la pandemia, in un’America solcata dalle divisioni. Il presidente non è più Dem, ma un Repubblicano atipico, Donald Trump, che il partito di destra sembra averlo sempre più tra le mani. Ma le tensioni, dopo decenni di relativa quiete sembrano essere tornate. E il coronavirus è stata la miccia che le ha portate a esplodere.

Ne sono la prova gli episodi di discriminazione contro gli americani di origine asiatica. Secondo il database dell’Asian Pacific Policy and Planning Council e Chinese for Affirmative Action, solamente da marzo a giugno, sono stati più di 2100 gli episodi di razzismo contro gli asiatici. Uno di questi è capitato a Dorothea Gloria, un’attrice di origine filippine di 28 anni che vive a New York. “Un giorno stavo camminando per strada ad Astoria, nel Queens, diretta verso la banca. Mentre camminavo, ho sentito una signora urlarmi contro, accusandomi di aver portato il virus”, dice a Orwell.

“Era sulla falsariga di, ‘stronza cinese!’ e ‘Hai portato il virus qui tu!’”, ricorda Gloria. Prima che la donna potesse avvicinarsi a lei ulteriormente, ha accelerato il passo e ha lasciato la via il prima possibile. “È stata la prima volta che mi sono sentita come se qualcuno volesse farmi del male solo per il mio aspetto”, continua.
Dorothea Gloria non è la prima e non è nemmeno l’ultima persona di origini asiatiche che negli Stati Uniti ha dovuto rispondere a episodi discriminazione. Quasi un terzo degli asiatici americani (31%)ha ammesso di essere stato oggetto di insulti o battute razziste, mentre il 26% ha affermato di aver temuto di poter subire aggressioni fisiche, secondo un recente studio del Pew Research Study.

Il focus e le attenzioni su Wuhan, la città della Cina dove si ritiene che il virus sia stato diagnosticato per la prima volta a dicembre e dove si pensa che abbia iniziato la propria diffusione, non hanno aiutato. E a essere attaccate sono anche persone che americane lo sono al 100 per cento. O persino canadesi.

È il caso di Kiana Wu, 23 anni, originaria di Taiwan, di base Montreal, che ha vissuto per anni a New York. Su un volo in Florida, racconta, “le persone mi guardavano spaventate mentre camminavo nel corridoio dell’aereo”. Erano le ultime settimane di febbraio. Donald Trump non aveva ancora dichiarato l’emergenza nazionale per il coronavirus, ma aveva già preventivamente bloccato i voli dalla Cina. Il Paese non aveva ancora iniziato a chiudere e l’uso delle mascherine non era entrato nella quotidianità degli americani. Ma Wu veniva già vista come un pericolo da molti.

“La cosa che mi fa sorridere amaro è che non sono nemmeno cinese!”, dice ancora oggi, un po’ perplessa, dalla sua casa in Canada. “Su quell’aereo mi guardavano male e si giravano dall’altra parte come per dire, ‘Da dove sta arrivando? È stata in Cina di recente? Perché sta volando con noi?’ È stato strano”.

Davide Mamone
Articolo di

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