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Il vittimismo immaginario di Battisti

Vittimismo: per la Treccani è “l’inclinazione a fare la vittima, cioè a considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene”.

Vittimismo: per la Treccani è “l’inclinazione a fare la vittima, cioè a considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene”.

Ed è proprio questa l’inclinazione assunta da Cesare Battisti da Sermoneta (Latina), terrorista dei Proletari armati per il comunismo, finalmente estradato in Italia nel gennaio del 2019 dopo una lunga e rosso-dorata latitanza tra Francia e Sud America.

Ora, a parte il fatto che il sostantivo maschile in questione deriva per assurdo proprio da “vittime”, ed ha quindi un ulteriore, inquietante collegamento con la scia di vittime lasciata da Battisti nei suoi anni da “combattente” (con la condanna a quattro ergastoli per altrettanti omicidi),  l’assurdo è che questo signore, oggi 66enne e che gioca anche a fare lo scrittore, si è calato perfettamente nella parte e sta dando fondo ad un vittimismo senza precedenti, proprio da quando è tornato nelle patrie galere, forse allo scopo di vedersi ridurre la condanna all’ergastolo in 30 anni di reclusione (richiesta comunque nel frattempo respinta dai giudici milanesi).

Il pianto greco di Battisti in realtà è stato prima un pianto sardo e poi calabrese. Dal carcere sardo di Oristano, infatti, ha avuto di che lamentarsi anche di vitto e alloggio, affidando ad un legale il copione numero uno della farsa del vittimismo:

“Sono stato sotto sequestro in Bolivia (il Paese dove cercò nuovo rifugio dopo essere scappato dal Brasile, ndr) e  ora in Sardegna”, con tanto di sciopero della fame e con altre dichiarazioni che pensavamo perdute nella motte dei tempi, tipo il  “sentirsi prigioniero di una sporca guerra tra lo Stato e la lotta armata, e non, del periodo delle grandi contraddizioni sociali che hanno sconvolto l’Italia dalla fine degli anni ’60 agli inizi degli anni ’80.

Lo Stato vuole sacrificare me in nome di una giustizia che non c’è, mi ha dichiarato guerra. Siamo davanti alla vendetta dello Stato nei miei confronti a distanza di oltre 40 anni dalle contraddizioni sociali emerse con il ’68.

Le contraddizioni che hanno portato al ’68 sono frutto dello Stato e hanno generato il fenomeno della lotta armata. E sempre in nome di quelle contraddizioni lo Stato ancora oggi mi perseguita”.

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Un pianto che Battisti ha rinnovato anche dal carcere di Rossano Calabro, chiamando a raccolta gli amici e soprattutto quei compagni che nel primo interrogatorio una volta tornato in Italia, ha pensato subito di scagionare per tenerseli buoni una seconda volta: “Escludo di avere mai avuto rapporti logistici o finanziari da soggetti italiani per favorire la mia latitanza”. Ovvio che il denaro e le altre coperture a suo tempo gli furono forniti da Paperino e dai sette nani di Biancaneve.

E così, come accennato, Battisti ora tenta di ridare la stura a quell’ondata di politici, politicanti e intellettuali italiani che già nel 2004 si prodigarono in firme a sostegno del terrorista rosso.

Ecco dunque la chiamata alle armi della mobilitazione:

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«Anche se dovessero ridurmi al silenzio, i compagni e gli amici qui e altrove sapranno adoperarsi come hanno sempre fatto pubblicamente», aggiungendo di essere finito in una sorta di Guantanamo e di aver paura perfino di una minaccia dell’Isis. Manca solo il classico meteorite che ovviamente finirà solo sulla sua testa e poi siamo a posto col repertorio di Battisti Cesare. Repertorio che comprende anche le lacrime di coccodrillo: tornato in patria, l’esponente dei Proletari armati per il comunismo ha assai tardivamente ammesso gli addebiti, altrettanto lesto però ad assegnarsi un ruolo da “mandante morale” di quella che all’epoca per lui e tanti altri compagni era “un guerra giusta”.

Poi ci sono le lacrime del coccodrillo brasiliano per eccellenza, ovvero l’ex presidente Lula, al cui confronto gli alligatori del Rio fanno la figura di lucertoline da allevamento. Lula, per chi avesse rimosso il misfatto, nell’ultimo giorno da presidente del Brasile, 31 dicembre 2010, anziché festeggiare il capodanno o finalmente fare qualcosa per i suoi connazionali, trovò solo il tempo di concedere un visto permanente a Battisti, respingendo le istanze di estradizione arrivate dall’Italia e facendosi beffe di un Paese e di quella sinistra italiana che l’ha sempre vezzeggiato.

Per dirla tutta: Matteo Renzi, nel suo primo atto da premier, accolse proprio Lula, definendolo “il mio mentore”, mentre dall’Expo di Milano stesero poi tappeti (ovviamente rossi) per le consulenze del Lula medesimo.

Ma intanto un mesetto fa – ed eccoci alle lacrime di coccodrillo – Lula ha dichiarato:

«Ho sbagliato a concedere l’asilo a Cesare Battisti, perché ha commesso dei crimini e ingannato molta gente, chiedo scusa alle famiglie delle vittime».

Dichiarazioni rese in un’intervista come l’estremo tentativo di Lula di rifarsi una verginità nei confronti di quei brasiliani che nel frattempo gli hanno sonoramente voltato le spalle: «Non conoscevo Battisti, ma di aiutarlo me lo chiedevano i compagni brasiliani». Insomma, vittimismo anche oltre Oceano.

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Igor Traboni
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