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Smart-working = Smart-growing? (parte seconda)

La diffusione dello smart-working, sempre più capillare su impulso degli eventi pandemici del 2020, come si è già detto potrebbe rappresentare un evento di discontinuità al pari della rivoluzione industriale di fine ‘700.

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La diffusione dello smart-working, sempre più capillare su impulso degli eventi pandemici del 2020, come si è già detto potrebbe rappresentare un evento di discontinuità al pari della rivoluzione industriale di fine ‘700.

Il progresso tecnologico, soprattutto in ambito informatico, permette oggi di dematerializzare la presenza sul luogo di lavoro senza grosse ripercussioni sulla prestazione lavorativa e, anzi, a migliorarne la resa sia a livello qualitativo sia a livello quantitativo.

La grande differenza, tra un buco nell’acqua e una vera e propria opportunità, sta tutta nei nuovi modelli organizzativi interni che le aziende dovranno darsi.

Non più per quantità di lavoro erogato ma per qualità e per raggiungimento di obiettivi, dotando ogni lavoratore, di fatto, di un’autonomia e di una responsabilizzazione finora tipica solo dei liberi professionisti la cui differenza giuridica con i dipendenti starà solo nelle previsioni contrattuali e in un vincolo di subordinazione continuata con un datore di lavoro che, nel caso del lavoro autonomo, non esiste se non per l’obbligazione di risultato che sorge tra professionista e cliente.

Contorto?

Meno di quanto sembri.

Oggi, mediamente, un lavoratore dipendente ha un obbligo di prestazione oraria, avulso da ugni tipo di risultato, da svolgersi in una sede specifica, con l’introduzione di un sistema di lavoro agile queste limitazioni verrebbero meno e l’obbligazione di tempo verrebbe sostituita con una di risultato da ottenersi entro una scadenza prefissata.

Questo comporta una maggiore responsabilizzazione del lavoratore e la concessione di maggiore flessibilità legata non a orari specifici nel corso della giornata, né alla presenza obbligata in un determinato posto, ma al conseguimento di un risultato in un periodo prefissato in cui l’impegno giornaliero può essere deciso autonomamente del soggetto, fatti salvi gli appuntamenti per riunioni, colloqui con clienti, eccetera che si verranno a creare nel tempo.

È evidente che un’organizzazione siffatta permette di migliorare anche l’alternanza lavoro-tempo libero che, spesso, risulta vanificata dagli spostamenti necessari per raggiungere la sede lavorativa.

I vantaggi sono evidenti almeno dal lato ambientale, poiché minori spostamenti significano minori emissioni inquinanti da parte dei mezzi di trasporto e minore “decentramento” dei rifiuti prodotti, fosse anche solo dalle confezioni dei pasti consumati.

Solo i dati ARPA relativi al periodo di lockdown di quest’anno possono valere a prova di questa affermazione, infatti, con il miglioramento non solo della qualità dell’aria, per minori emissioni, ma anche dell’acqua, la riduzione dell’inquinamento del suolo e via di seguito.

Dal lato aziendale, in più, uno studio effettuato nel 2018 (quindi pre-COVID19) da parte dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ha rilevato che, pur stentando a decollare per una sorta di resistenza culturale tra le PMI (soprattutto per via del tipo di produzione e di organizzazione, invece, aggiungerei io), le aziende che l’abbiano adottato, anche solo parzialmente, abbiano registrato un aumento di produttività stimato del 15%, una riduzione dell’assenteismo del 20% e un risparmio sui costi di gestione dei luoghi di lavoro del 30%. A questo va aggiunto che la quasi totalità dei lavoratori coinvolti, circa l’80%, dichiara di aver migliorato il suo equilibrio tra lavoro e vita privata.

La diffusione di questo modello di organizzazione, quindi, rappresenta realmente un’opportunità da perseguire anche se, ovviamente, come tutte le modificazioni radicali dello status quo questo porterà anche a un forte cambiamento nella filiera produttiva legata al mondo del lavoro.

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I primi a farne le conseguenze saranno i gestori dei mezzi pubblici, treni e bus, e le aziende di ristorazione che hanno focalizzato il loro business sulla refezione dei lavoratori.

Questo comporterà la necessità di un riposizionamento di queste imprese in altri settori, magari legati al turismo o alla mobilità privata le prime e a un’offerta di pasti a domicilio o di maggior qualità l seconde.

Questo perché lo smart-working non è il lavoro da casa ma il lavoro in mobilità, senza una postazione fisica prefissata: per contro si potrebbe lavorare dalla spiaggia, seguendo gli spostamenti per ferie del resto della famiglia, o da un locale in montagna o in una città, come si vede già spesso nelle grandi città estere come New York.

L’immagine del manager che lavora con il suo portatile a Starbucks, per esempio, potrebbe diventare quella del dipendente bancario che segue un’urgenza a livello di sistemi di pagamento mentre sta viaggiando verso la sua destinazione per il weekend, permettendo così, anche spostamenti più lunghi per le pause settimanali.

L’avvento e la diffusione della tecnologia 5G nelle telecomunicazioni, poi, renderebbe ancora più efficiente questo modello di lavoro, permettendo anche di riqualificare molte figure professionali oggi esistenti e di crearne di nuove che solo un paio di anni fa nemmeno erano ipotizzate.

Il futuro non è già fissato, infatti, contrariamente a quanto sostengono i “terrorizzati dal domani” ma va scritto giorno per giorno e questa è la sfida che oggi si è aperta.

 

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Matteo Gianola
Articolo di

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