Orwell si è fermato in Cina. Seconda parte: la videosorveglianza

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La videosorveglianza in Cina è esplosa negli ultimi anni: nel 2017 c’erano 170 milioni di videocamere digitali, che alla fine del 2020 dovrebbero arrivare a 400 milioni, e a 500 milioni nel 2021. Le stime sono controverse: per il centro studi inglese Ihs Markit, le telecamere avanzate cinesi sarebbero 626 milioni già oggi (mentre negli Stati Uniti sarebbero 62 milioni, e circa 2 milioni in Italia).

In Cina all’ingresso di uffici, di fabbriche e di ogni complesso condominiale c’è sempre una telecamera digitale: chi entra e chi esce deve sempre mostrare il volto. Tutti i dispositivi sono collegati al data-base dello Scs e questo permette l’immediato riconoscimento facciale attraverso le immagini che vi sono archiviate.

Sui monitor della polizia, ogni volto che passa davanti alle telecamere di un incrocio o per strada riporta accanto a sé una scheda con i principali dati anagrafici e il punteggio dello Scs. Immagini di questo tipo compaiono spesso alla tv cinese, per mostrare l’efficacia del sistema contro la criminalità e per ampliare il consenso dei cittadini al suo impiego.

È insomma un altro Grande fratello, cui l’85-90% dei cinesi è favorevole per motivi di sicurezza. Negli ultimi anni lo Xue Liang è stato perfezionato: oggi un algoritmo può rilevare addirittura il «timbro» della camminata di ciascuno, consentendo così di riconoscere anche quanti indossano cappucci o mascherine.

Che cosa è accaduto durante la pandemia

L’epidemia di Coronavirus, da gennaio, ha indotto le autorità cinesi all’uso incrociato di tutti questi strumenti. Attraverso Ali-Pay o WeChat ogni cinese è stato contrassegnato da un colore identificativo, che compare sia sulla sua scheda negli archivi informatici, sia sul suo cellulare: il segno è verde se il cittadino è totalmente sano; è giallo se è da considerare in varia misura a rischio; è rosso se è un contagiato da Covid-19.

Il colore che compare sullo smartphone condiziona tutti i comportamenti del suo proprietario: chi è verde può muoversi liberamente e andare a lavorare; chi è giallo non può andare al lavoro e, a seconda della temperatura o dei sintomi, ha restrizioni di movimento o deve proprio isolarsi a casa; chi è rosso è contagioso e deve stare in ospedale, o nelle quarantene organizzate dal sistema sanitario.

Violare queste norme di comportamento espone a gravi rischi penali.

Per evitare che un furbo classificato «a rischio» possa uscire con il cellulare di un altro, da quando il sistema è entrato in funzione ogni cittadino deve farsi riconoscere abbassando la mascherina (che è sempre obbligatoria fuori di casa) al passaggio davanti alle telecamere condominiali, negli uffici e nelle fabbriche. Se manca il collegamento volto-smartphone, scattano le sanzioni.

Anche uscire di casa senza il cellulare, un’azione di per sé proibita, non basta comunque a eludere i controlli: è del tutto inutile perché il sistema di riconoscimento facciale da mesi ha aggiunto alla scheda individuale il colore indicativo dello stato di salute. Sul monitor, pertanto, il cittadino «rosso» viene immediatamente riconosciuto, segnalato alla polizia o ai militari, e bloccato. Lo stesso accade anche a chi è «giallo», se si trova dove non dovrebbe essere.

La classificazione sanitaria individuale è soggetta a continue modifiche e si basa fondamentalmente sulla febbre corporea. Il controllo è ubiquo: addetti che misurano la temperatura sono presenti all’ingresso di edifici, fabbriche, centri commerciali e uffici. La SenseTime, azienda pubblica cinese dell’intelligenza artificiale, produce strumenti che misurano la temperatura a distanza. I suoi misuratori sono già stati installati nella metropolitana, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione di Pechino, Shanghai e Shenzhen.

Per passare dal verde al giallo, basta che un qualsiasi controllo casuale della temperatura dia un risultato superiore a 37,5 gradi. A quel punto, parte la segnalazione via smartphone. Il cittadino passato al giallo da quel momento dovrà stare a casa per 14 giorni e misurarsi la temperatura due volte al giorno, a un determinato orario, per poi segnalarne il risultato alle autorità, sempre attraverso l’applicazione.

Chi deve stare a casa può comprare online solo beni di prima necessità, che gli saranno depositati alla porta: le consegne sono gestite dall’amministrazione condominiale, che fa anche da referente-controllore per conto della polizia. Con frequenza variabile, a campione, incaricati del governo verificano a domicilio che le misurazioni della temperatura siano corrette. A chi è «giallo» o «rosso» e viola le prescrizioni, e per esempio esce di casa là dove non dovrebbe, la polizia appone i sigilli alla porta.

Il nuovo sistema cinese di controllo contro il Covid-19 usa gli smartphone sfruttandone anche la geo-localizzazione: può così monitorare gli spostamenti di tutti, anche quelli del recente passato, mentre attraverso il controllo degli acquisti si può sapere quali negozi sono stati frequentati, e quando. Questo permette alle autorità di polizia e sanitarie di ricostruire i contatti di chi sia contagioso, e monitorare tempestivamente quanti siano da considerare i possibili contagiati.

A seconda delle decisioni delle autorità, poi, sui monitor degli smartphone vengono inviati ordini di comportamento al proprietario del cellulare, che deve attenersi alle regole ricevute. Su WeChat e Ali-Pay c’è una sezione dove si può inserire il numero del treno o del bus, o il proprio indirizzo, per verificare quanti e dove siano i «gialli» e i «rossi» nelle vicinanze, ed evitarli.

Metodi di controllo sanitari simili a quello cinese, anche se meno invasivi e non collegati a sistemi altrettanto polizieschi e repressivi, sono stati efficacemente adottati contro il Covid-19 a Singapore e in Corea del Sud. È evidente il rischio che questo tipo di sistemi, in virtù della loro evidente efficacia, possa un domani «contagiare» l’Occidente democratico, imponendo possibili derive autoritarie. È un’eventualità cui nessuno vuole credere, al momento.

Ma al Grande Fratello ci stiamo tutti lentamente abituando. Del resto, il rating online da anni condiziona molti nostri comportamenti: ormai valutiamo online ristoranti, hotel, film, libri, servizi e persino ospedali e medici. Google-map sa tutto dei nostri spostamenti, anche di quelli del passato remoto. E il riconoscimento facciale di Facebook è in grado di identificarci con una precisione dell’83%. Insomma, siamo tutti «culturalmente» pronti a diventare le prossime inconsapevoli vittime di uno Zhìma in versione occidentale.

Sarebbe, forse, il primo passo verso l’addio delle libertà tipiche delle democrazie liberali. Saperlo, cioè conoscere la minaccia, può essere l’unico antidoto possibile.

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