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Uguale per tutti?

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La commissione Giustizia della alla Camera inizierà oggi l’esame della proposta di legge con cui Enrico Costa, deputato di Forza Italia, punta a rafforzare la responsabilità dei magistrati che provocano un’ingiusta detenzione. Come primo atto, è prevista la relazione introduttiva del deputato Pierantonio Zanettin, anch’egli di Forza Italia. Il testo della riforma ha buone possibilità di essere approvato, ma la sua calendarizzazione è prevista al momento per settembre.

La proposta di Costa, che è avvocato penalista e responsabile del Dipartimento giustizia di Forza Italia, modifica l’articolo 315 del Codice di procedura penale introducendo l’obbligo dell’immediata trasmissione della sentenza che accoglie la domanda di riparazione per un arresto sbagliato ai due organi titolari dell’azione disciplinare: la Procura generale presso la Cassazione e la commissione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. Che a quel punto non potranno sottrarsi all’obbligo di accertare le responsabilità dei pubblici ministeri e dei giudici che hanno stabilito e deciso l’ingiusta detenzione.

Il fenomeno delle custodie cautelari immotivate, in effetti, ha dimensioni notevolissime. Dal 1992 al 2019 i casi registrati, in base ai calcoli condotti dall’archivio ErroriGiudiziari.com, sono stati esattamente 28.702. Ogni anno, in media, gli italiani innocenti che finiscono in cella sono 1.025, cioè 85 al mese, tre al giorno, quasi uno ogni otto ore. Negli ultimi 28 anni, gli indennizzi per questo tipo di errori sono costati allo Stato un totale di 757.812.901 euro, ovverosia più di 27 milioni l’anno. «Troppo spesso», sostiene Costa, «accade che le ragioni che hanno determinato questi errori non siano rilevate e restino prive di conseguenze, anche sugli avanzamenti di carriera dei magistrati».

Le pratiche per accedere all’indennizzo sono complesse, tortuose, lunghissime. Anche la giurisprudenza concorre a renderle simili a un muro di gomma: una serie di sentenze di cassazione, per esempio, ha stabilito che se un indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere al pubblico ministero o al giudice, questo fatto da solo sia sufficiente perché lo Stato possa negare il risarcimento.

Un paradosso totale, dal momento che la facoltà di non rispondere è prevista come diritto inalienabile dell’indagato. Se poi alle ingiuste detenzioni si aggiungono i 191 casi di errore giudiziario in senso stretto ufficialmente riconosciuti dallo Stato tra il 1991 e il 2019, errori che hanno comportato risarcimenti per altri 65.878.424 euro, il totale del «costo sociale» della malagiustizia degli ultimi 28 anni arriva 823.691.325 euro.

Questi dati impressionanti contribuiscono inevitabilmente a dare forza alla proposta Costa, che è condivisa dalla maggior parte dei parlamentari, e arriva per di più in un periodo in cui la credibilità del sistema giudiziario è ridotta ai minimi termini a causa dello scandalo causato dalle intercettazioni dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara.

Già nel giugno 2019, sotto il governo Lega-Movimento 5 stelle guidato da Giuseppe Conte, una proposta di riforma molto simile e firmata dallo stesso Costa aveva ottenuto il via libera della stessa commissione Giustizia, che l’aveva addirittura votata all’unanimità.

Quando però il 2 luglio la prima proposta Costa era approdata all’aula di Montecitorio era stata affossata dalla maggioranza grillino-leghista perché quel giorno il governo era stato battuto su un emendamento alla norma, che stabiliva il diritto a ottenere l’indennizzo anche per l’indagato che si avvale della facoltà di non rispondere. L’emendamento era stato approvato a scrutinio segreto da una larga maggioranza di deputati (avevano votato a favore anche molti del Pd e di Scelta Civica), ma a quel punto il governo, un po’ per ritorsione e un po’ per paura di polemiche all’interno della maggioranza, aveva deciso di votare contro l’intera proposta di legge, che pertanto era decaduta.

Ora il deputato Costa, che è anche responsabile del dipartimento giustizia di Forza Italia e avvocato penalista, torna alla carica. La sua nuova proposta replica quella del 2019, ma oltre all’articolo 315 del Codice di procedura cerca di modificare anche il decreto legislativo che nel 2006 aveva stabilito l’elenco degli illeciti disciplinari dei magistrati.

Nella lista di 14 anni fa rientra l’aver contribuito a un’ingiusta detenzione «determinata da negligenza grave e inescusabile»: il testo di Costa specifica che basterà «aver concorso, con negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all’adozione dei provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione».

La puntualizzazione pare indirizzata soprattutto verso i pubblici ministeri.

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