Raccontare una storia significa sempre partire da questo: un nome e un volto

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Lo sa bene Chiara Alessi, che – tra tutti i mille sentieri che si biforcano – si è presa in cura (nel senso latino di “preoccupazione”) e narrato, insieme alla voce del padre Marius, quella di Ani Guibahi Laurent Barthélémy, il 14enne trovato senza vita lo scorso 7 gennaio nel carrello di un aereo Air France partito da Abidjan, in Costa d’Avorio, e arrivato a Parigi, all’aeroporto Charles De Gaulle.

Una vicenda che ha avuto un’eco mediatica estesa nello spazio (dai giornali francesi la notizia è rimbalzata in tutto il mondo), quanto ristretta nel tempo, e che ci costringe a provare a ribaltare la prospettiva su un fenomeno controverso come quello delle migrazioni. Non solo perché – lo possiamo solo immaginare e neppure pienamente – la visuale in volo non è la stessa di quella di chi passa giorni e notti su un barcone per attraversare il Mediterraneo. Questo racconto – sempre avendo come punto di partenza dell’analisi le inaccettabili disuguaglianze economiche tra Paesi alla base delle migrazioni – mette in evidenza i pericoli dei viaggi dall’Africa all’Europa, vista un po’ come una “malafemmina”, che attira chi di lei si innamora attraverso le immagini di Internet, spingendolo a partire anche solo con uno zainetto, senza mantenere le promesse fatte. Le stesse che tradirono nel 1999 Yaguine e Fodé, di 15 e 14 anni, anche loro ritrovati nel carrello di un aereo, che avevano con loro una lettera in cui “osavano scrivere” – parole loro – ai “signori membri e responsabili dell’Europa”.

Ma questa storia è più di tutto la “storia unica e dolorosa” di un ragazzino, di quel ragazzino, nato il 5 febbraio 2005, e del suo corpo. Perché singolarità significa anche avere ed essere un corpo. E il corpo è in qualche modo il centro, lo snodo del narrare: prima l’improvviso mancare, con la sparizione del figlio dalla casa dal padre, poi il ritrovamento da parte delle autorità francesi, a cui fa seguito l’ingarbugliato iter burocratico per l’accesso all’obitorio di Parigi. Infine, l’ultimo incontro: il riconoscimento e l’ultimo saluto.

La singolarità è nel nome: Prince, quello elettivo che Ani aveva scelto per sé, che per il padre Marius è diventato un segno, ora che tutti parlano di lui. La singolarità è nei molti appellativi e soprannomi che l’uomo ricorda nei suoi ultimi saluti al figlio: “Ti ho sempre chiamato ‘amico mio’. Non è un caso, viene dal profondo del cuore”. Guibahi Laurent, che Marius ha scelto per lui per ricordare un suo “compagno di viaggio”, un capitano di polizia che lo ha sostenuto e aiutato nei momenti difficili della vita. Awidi, perché – spiega Marius – “tu eri il figlio che aveva vissuto più tempo insieme a me e volevo infondere in te valori grandi e importanti”.

Il nome, ce lo spiega il filosofo francese Roland Barthes, “e la differenza riempita del suo proprio” rappresentano “un resto prezioso (come l’individualità, in quanto qualitativa, ineffabile)”. Qualcosa che permette alla persona di esistere al di fuori delle sue azioni.

Ani Guibahi Laurent Barthélémy. Prince.

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