Un'emblematica foto del Collegio, dove sono tutti in piedi tranne il giudice Franco
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Berlusconi, il giudice Franco e la sCassazione

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Veloce come il lampo, rumorosa come il tuono, la litania antiberlusconiana si è subito scatenata. La contromossa alle clamorose rivelazioni che lunedì hanno fatto emergere le contraddizioni interne al collegio giudicante di Cassazione che il 1° agosto 2013 aveva condannato e azzoppato politicamente Silvio Berlusconi è evidente: la parola d’ordine è sopire, attenuare, tacitare. Si cerca insomma di coprire di vernice ignifuga le accuse al vetriolo lanciate dal giudice relatore di quella sentenza, Amedeo Franco, il quale purtroppo è morto un anno fa.

Alcuni mesi dopo la condanna per frode fiscale (quattro anni di reclusione, tre dei quali condonati) Berlusconi aveva casualmente incontrato il giudice Franco, in compagnia di altre persone. La data dell’incontro non è certa, ma più o meno doveva essere tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Quel che è certo è che il giudice aveva pronunciato accuse così gravi che uno dei presenti aveva deciso di registrarle con il telefonino.

Franco aveva rivelato a Berlusconi che il collegio della Cassazione di cui aveva fatto parte aveva commesso «una grave ingiustizia», e che il leader del centrodestra era stato «condannato a priori». Il giudice aveva aggiunto anche la netta impressione che tutta la vicenda, dalla scelta del collegio fino alla condanna, fosse stata «guidata dall’alto». Franco aveva detto anche che la condanna per frode fiscale era stata «una porcheria», e che la corte davanti alla quale Berlusconi s’era seduto per avere giustizia era stata invece un «plotone d’esecuzione».

Di fronte a queste gravissime accuse, sia pure postume, da due giorni il centrodestra è sulle barricate e pretende improbabili commissioni parlamentari d’inchiesta sulla malagiustizia; chiede risarcimenti politici per il Cavaliere disarcionato da una sentenza chiaramente «politica»; invoca le riforme mai fatte, che dovrebbero garantire una piena (e tardiva) separazione tra i poteri dello Stato.

Di fronte al disastro d’immagine che colpisce la magistratura politicizzata, invece, gli antiberlusconiani e i giornali main-stream hanno subito montato il silenziatore e si sono messi tutti a scuotere la testa come certi cagnolini che negli anni Sessanta comparivano dietro al lunotto posteriore delle malinconiche Prinz.

A sinistra, in coro, dicono che il giudice Franco avrebbe dovuto opporsi già in camera di consiglio all’ingiustizia, se tale la riteneva; che avrebbe potuto parlare molto prima; che avrebbe dovuto esporsi personalmente, denunciando quel che sapeva al Consiglio superiore della magistratura…

Bisogna ricordare due fatti, entrambi importanti e dimenticati. Il primo fatto: Amedeo Franco, tra i cinque giudici che avevano giudicato Berlusconi nella sezione «feriale» della Cassazione, era l’unico proveniente dalla Terza sezione penale, e quindi l’unico davvero competente in materia di reati tributari.

Gli altri magistrati, e cioè il presidente Antonio Esposito e i giudici a latere Claudio D’Isa, Ercole Aprile e Giuseppe De Marzo, venivano invece da altre sezioni della stessa suprema corte, ed erano stati raccolti assieme per comporre un collegio agostano e «d’urgenza»: un collegio divenuto improvvisamente urgente dopo che in giugno un articolo del Corriere della Sera aveva segnalato la vicina prescrizione del processo. Era accaduto così che il fascicolo di Berlusconi, originariamente destinato alla Terza sezione, era stato improvvisamente dirottato alla «sezione feriale» che l’aveva valutato in tempi record.

Anche il secondo fatto non viene ricordato da nessuno, oggi, e invece è fondamentale perché rivela l’irritazione e lo sconforto di Amedeo Franco. E rende pubblica la sua contrarietà già dal 19 dicembre 2014. Quel giorno, infatti, la Terza sezione della Cassazione – di cui Franco faceva parte – aveva letteralmente devastato la condanna di Berlusconi, pronunciata 17 mesi prima dalla «sezione feriale». Diverso ovviamente era l’imputato: in questo caso si trattava di un imprenditore trentino. Ma identica era l’accusa di frode fiscale.

Soprattutto, era opposta la conclusione cui era arrivato il collegio: la condanna d’appello nei confronti dell’imprenditore trentino doveva essere annullata perché «tutti i comportamenti illeciti tenuti da un qualsiasi soggetto prima della presentazione della dichiarazione fiscale sono irrilevanti ai fini penali, perché per configurare il reato è indispensabile che gli elementi fittizi siano contenuti nella dichiarazione stessa». In quel caso, il colpevole è soltanto chi firma la dichiarazione fiscale.

Detto per inciso, la norma «garantista» alla base dell’assoluzione dell’imprenditore trentino non è nemmeno berlusconiana: si tratta della legge numero 74 del 10 marzo 2000, varata dal governo di Massimo D’Alema e confermata in Parlamento da una maggioranza di centrosinistra.

Lo stesso, identico problema era stato al centro del processo Mediaset: il problema è che Berlusconi, che non aveva firmato nulla (e anzi si proclamava ignaro di tutto quello che aveva riguardato l’amministrazione di Mediaset dalla sua discesa in campo), nel 1994, in Cassazione era stato condannato. Il Cavaliere era stato ritenuto il solo responsabile di una dichiarazione dei redditi mendace, anche se non l’aveva sottoscritta lui.

In definitiva, con la sentenza del dicembre 2014, la Terza sezione penale della Cassazione aveva smentito seccamente la «sezione feriale». E Franco, che era il relatore della sentenza d’assoluzione, ne aveva trasformato le motivazioni in un notevolissimo calcio negli stinchi dei suoi colleghi della «feriale».

In quelle pagine, in modo del tutto irrituale, Franco aveva scritto, testualmente, che la Corte d’appello di Trento aveva condannato l’imprenditore perché aveva valutato male la legge, adottandone «un’interpretazione analoga a quella seguita dalla sezione feriale il 1° agosto 2013 (…) nel senso che per la sussistenza del reato sarebbe sufficiente la prova di un “coinvolgimento diretto e consapevole alla creazione del meccanismo fraudolento che ha consentito di avvalersi della documentazione fittizia al sottoscrittore della dichiarazione”».

Non accade mai che la Cassazione critichi la Cassazione in una sentenza. Ma Franco lo aveva fatto, sostenendo che la condanna di Berlusconi era sbagliata. L’aveva scritto con durissima chiarezza: «Si tratta di una tesi che non può essere condivisa e confermata, perché è contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari, introdotto dal legislatore con il Dlgs 10 marzo 2000 n° 74».

Non basta. Perché Franco aveva anche ricordato che la Cassazione aveva più volte ribadito quel concetto, anche con sentenze pronunciate dalle Sezioni unite (e quindi particolarmente importanti), e che perfino la Corte costituzionale nel 2002 aveva confermato che la legge 74 non punisce «le violazioni prodromiche a una falsa dichiarazione» dei redditi. La forza della smentita, insomma, era davvero brutale e inusitata: la condanna di Berlusconi era «non condivisibile» e «contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza».

E con quella sentenza di sei anni fa, con cui la Terza sezione della Cassazione aveva cassato la Cassazione feriale, il giudice Franco aveva già detto tutto.

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