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Editoriali

Digitalizzarsi o morire

Seppur il termine connettere significhi letteralmente unire (passato e presente, idee, dati, esperienze, persone), oggi la connessione alla Rete è il muro che divide molti di noi dal mondo in carne e ossa. Paradosso che ne porta con se un altro, ovvero che in troppi ancora s’illudono che stare sul Web sia di per se sufficiente per poter comunicare in modo efficace, ignorando che è soltanto lo strumento attraverso cui si potranno costruire – e successivamente gestire – una moltitudine di connessioni, quelle sì, autentiche.

Per intenderci, è come se pensassimo che comprando un’auto diventeremo automaticamente campioni di Formula 1. Una follia. Insomma, dev’essere chiaro che il nostro interlocutore non è la Rete, ma le persone che ci consente di raggiungere.

So bene che ad alcuni questo concetto apparirà banale, ma è il vero e proprio centro nevralgico dell’incapacità di troppi soggetti che, a tutti i livelli, si ostinano a non voler accettare che le regole del gioco sono cambiate e che questa evoluzione sia tutt’altro che reversibile.

Siamo al dentro o fuori: o ti digitalizzi o non competi, le vie di mezzo portano tutte alla sconfitta.

Una patologia vera e propria, che in Italia è diffusissima, in ogni ambito. Lasciamo perdere la pubblica amministrazione perché – al netto di un pugno di esempi virtuosi – significa davvero sparare sulla Croce Rossa: l’attuale livello di analfabetismo digitale sarebbe stato imbarazzante negli anni ’80, figuriamoci oggi.

Prendiamo, invece, la politica. Quello italiano è un sistema chiuso, reso ermetico dalla scomparsa dei partiti e delle loro sezioni in ogni paese o quartiere e dall’avvento – correva l’anno 2005 – del Porcellum, lo sciagurato sistema elettorale che introdusse il “parlamento dei nominati”. La quintessenza dell’elitarismo.

Dinnanzi all’eliminazione di spazi democratici, è stata fisiologica l’ascesa degli unici movimenti che, guarda caso, si sono aperti e non chiusi a riccio su se stessi: il Movimento 5 Stelle, radicatosi grazie a blog e piattaforma Rousseau, la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che hanno mixato l’orizzontalità della propria comunicazione online con il mantenimento di una struttura di partito gerarchizzata perché basata sulla valorizzazione di fedeltà e militanza.

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Chi sa usare la Rete vince, gli altri perdono. Tendenza confermata anche al di fuori dei confini nazionali: negli Stati Uniti prima con Obama e poi con Trump, in UK con la Brexit, senza contare le affermazioni di movimenti e partiti di ogni colore politico che si sono fatti strada utilizzando correttamente il Web: non come una vetrina, ma come strumento per dialogare con le persone per poi convincerle a partecipare.

Quello che gran parte di analisti e addetti ai lavori non hanno ancora compreso è che la vera sfida non è tra populisti e moderati, ma tra chi ha capito che la digital disruption ha letteralmente spazzato via i vecchi modelli di business e chi, invece, è ancora persuaso di essere negli anni ’90. Come mettere in competizione Blockbuster con Netflix.

Ora, se l’apertura al Web implica la costruzione di un rapporto orizzontale tra politico ed elettore, un suo utilizzo errato – quindi chiuso o verticale – viene percepito come l’atteggiamento di chi ti guarda dall’alto verso il basso. Quindi, chi utilizza correttamente la Rete è accessibile e “vicino” al popolo, mentre chi ne fa un uso errato viene percepito alla stregua di establishment.

Ragionamento che vale anche per le aziende: nel post-Covid ci aspetta una sfida difficile ma allo stesso tempo intrigante, ovvero quella di utilizzare la Rete come sprone per migliorarci costantemente anche e soprattutto attraverso un rapporto sempre più stretto e diretto con i nostri interlocutori.

Perché la credibilità non ce la regala nessuno, ma dobbiamo costruircela giorno dopo giorno. In Rete come nel mondo reale.

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