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Coronavirus

Solidarietà Ultras: Irriducibili Amatori Lodi e Curva Sud Fanfulla

Ripercorrere le drammatiche fasi dell’epidemia è, ormai, un doloroso esercizio della memoria.

Soprattutto se a raccontarlo è chi, per primo, ha sperimentato sulla propria pelle la quarantena più stretta.

Per capirci, quella imposta dalla politica allo scopo d’isolare una decina di comuni del basso lodigiano, prima “zona rossa” d’Italia (record da condividere con il piccolo comune veneto di Vo’ Euganeo), colpita più che altrove dalla violenza del Covid-19.

In questa terra dal cuore agricolo, tra pioppi e mulini, incontriamo Marco G., pisano di nascita ma lodigiano d’adozione, responsabile del gruppo “Irriducibili” dell’Amatori Lodi di hockey su pista, fiore all’occhiello per un’intera comunità sportiva.

D’altra parte l’hockey, da queste parti, va considerato al pari di una religione.

Tantissimi sono, infatti, gli appassionati capaci di gremire e infuocare le tribune del “PalaCastellotti”.

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Insieme a Marco, dunque, abbiamo provato a rivivere quell’improvvisa, quanto inaspettata, esperienza di confine – tra vita e morte – capace di colpire la regione più importante (e ricca) del Paese.

«All’inizio – spiega Marco – siamo rimasti spiazzati dallo tsunami che ha investito il nostro territorio. Appartenenti al gruppo hanno avuto familiari contagiati dal virus. Anche alcuni amici, purtroppo, hanno subito la stessa sorte».

«Sembrava – prosegue il responsabile degli Irriducibili – di vivere da protagonisti alcune sequenze di noti film apocalittici».

«È stato orribile assistere, impotenti, al continuo alternarsi di ambulanze a sirene spiegate con infermieri e medici bardati da tute protettive. Immagini scolpite nella memoria a cui mai avrei pensato di poter assistere in vita mia se non attraverso la mediazione del grande schermo».

Non manca al racconto anche un filo di commozione quando le parole, inevitabilmente, sfociano nella tristezza più cupa, quella in grado di trasformare un’isola felice, fatta di nebbia e tranquillità, nella “pietra angolare” del dolore.

«Si tratta di scatti archiviati nella mente impossibili da dimenticare – racconta il responsabile degli Irriducibili -, come la coda creata da una decina di ambulanze incolonnate, in attesa di accedere agli spazi del pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore di Lodi. Una scena avvolta, tutta intorno, da un silenzio spettrale».

Siamo alla fine di febbraio e il lodigiano sta diventando, senza saperlo, epicentro del Coronavirus in Italia.

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Preoccupazione, paura e angoscia devastano nel profondo abitudini consolidate nel tempo.

Un tempo nuovo, questo, allucinato, in cui pena e sofferenza incagliano, disarticolandola, l’operosa quotidianità di migliaia di cittadini.

La narrazione, ora, è scossa da una nota autocritica.

«Non le nego – ammette Marco – un certo ritardo da parte nostra. Ci siamo mossi lentamente, ma i lutti causati dall’epidemia, accompagnati anche da un innegabile senso d’impotenza hanno rallentato, e in qualche modo neutralizzato, ogni nostra iniziativa».

«Tuttavia, una volta contattati sia l’Ospedale Maggiore sia la Croce Rossa di Lodi ci siamo attivati per promuovere, insieme ai gruppi della curva “Severino Bianchetti”, e ai “Made in Lodi”, una raccolta fondi collegata all’acquisto di una maglietta, disegnata con i colori della nostra squadra del cuore (“Operatori sanitari oggi più che mai eroi nazionali” ndr), il cui ricavato sarà donato al reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Maggiore e alla sezione della Croce Rossa della nostra città».

Connessa alla raccolta fondi degli “Irriducibili” anche l’iniziativa del gruppo “Ultimi Guerrieri” e “Curva sud” del Fanfulla, squadra di calcio di Lodi che milita in serie D.

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Nella battaglia contro il contagio, infatti, si sono distinti anche i locali ultras della squadra bianconera, soprattutto grazie alla vendita di mascherine protettive il cui ricavato integrerà i fondi già accumulati dagli Irriducibili.

In concomitanza con la “Festa della donna”, la curva giallorossa, sempre in collaborazione con i “colleghi” del Fanfulla, aveva esposto un lungo striscione per omaggiare il personale ospedaliero di turno al “Maggiore”, da giorni stremato nel tentativo di arginare l’emergenza causata dal Covid-19.

In questa terra bagnata dall’Adda e dal Po restano, oggi, le ferite sanguinose lasciate dal passaggio del virus con il suo inconsolabile carico di morti.

Un’esperienza collettiva destinata a diventare simbolo del coraggio di una comunità.

Donne e uomini che, per primi, sono stati in grado di reggere e collaudare l’imposizione di un isolamento forzato.

Segregazione capace, però, di mostrare all’Italia intera un nuovo modello di dignitosa e condivisa umanità, in cui, orgogliosamente, anche gli ultras hanno saputo portare il loro contributo di solidarietà.

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Carlo Cattaneo
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