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Non scaricare Immuni è eticamente corretto

Più di 280.000 persone in tutto il mondo sono morte per COVID-19. Mentre, quasi ovunque, la pandemia sta regredendo e la vita lentamente riprende, molti governi stanno spingendo i cittadini a utilizzare app progettate per rilevare quando qualcuno entra in contatto con una persona infetta e monitorare così la diffusione dell’infezione. Un tempo si sarebbe detto “chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati”.

Dopo anni di scandali sulla privacy violata e sulla sorveglianza che ci viene imposta – dalle rivelazioni di Snowden a Cambridge Analytica – molti giustamente diffidano di tali app. Un recente sondaggio ha rilevato che oltre la metà degli americani non vorrebbe utilizzare questo tipo di app di tracciamento dei contatti, ben sapendo che queste che l’app non funzionerà se più della metà della popolazione si rifiuta di usarla.

Un po’ ovunque nel mondo (tranne che sul mainstream italiano…) ci si interroga sul valore etico dell’utilizzo o, peggio, dell’imposizione di queste app (come l’italiana Immuni) di tracciamento dei contatti con “la scusa” del dramma della pandemia.

L’interrogativo è stato posto anche al professor Brent Mittelstadt, bioetico dell’istituto universitario della Oxford University, che ha studiato le implicazioni morali dei dispositivi di monitoraggio della salute e l’etica digitale che circonda l’uso dei dati personali per la ricerca sulla salute.

Mittelstadt è stato anche l’autore principale di un documento accademico che ha tentato di spiegare se le persone hanno o meno il dovere morale di partecipare all’epidemiologia digitale, ovvero all’uso dei dati personali con l’obiettivo di monitorare le malattie. «Quando esiste una grave minaccia per la salute della popolazione, per esempio alla luce di una possibile pandemia, le misure di salute pubblica violano spesso i diritti e gli interessi individuali, teoricamente per il bene degli interessi collettivi, vale a dire la salute di una popolazione», hanno scritto Mittelstadt e i suoi colleghi.

Quel che è più interessante però sono le posizioni espresse da Mittelstadt su Vice, che qui sintetizziamo per i lettori italiani. Si parte da una semplice quanto esaustiva domanda: «Siamo tutti degli idioti se mettiamo la privacy sopra ogni altra cosa e ci rifiutiamo di usare un’app di tracciamento di Coronavirus?».

La risposta parte con una risata: «Beh, è un modo interessante di dirlo! Scherzi a parte, ho molte esitazioni sull’uso di un’app di tracciamento dei contatti. Penso che sia ragionevole avere delle preoccupazioni al riguardo. Ritengo che manchino i segnali positivi per scaricare un’app di contact tracing, anche solo per dire “Ehi, sai, potresti davvero dare un aiuto significativo nella lotta contro il virus”. Sento che il lato della violazione privacy ha davvero messo in ombra il resto».

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Insomma: «Mancano completamente prove della positività che ci sarebbe nello scaricare queste app. Penso dunque che sia del tutto naturale passare ad argomenti che sembrano molto più concreti e la privacy è uno di questi»

«Se conosciamo il tipo di dati che le app potrebbero raccogliere – prosegue Mittelstadt – possiamo iniziare a immaginare tutti i diversi modi in cui tali tipi di dati potrebbero essere utilizzati in modo improprio. Vi è incertezza anche su come i dati verranno effettivamente utilizzati in futuro. Ma possiamo guardare casi passati, come Cambridge Analytica, per esempio, e avere una previsione molto più seria su come queste cose possano essere usate in modo improprio in futuro. Quindi è abbastanza comprensibile esserne molto preoccupati».

Qualcuno però potrebbe pensare di avere il “dovere morale” di scaricare un’app di contact tracing, di fronte a una simile pandemia.

«Molte delle preoccupazioni derivano dai modi in cui i dati raccolti potrebbero effettivamente essere riproposti in futuro, utilizzati per una più ampia sorveglianza – chiarisce bene il professor Mittelstadt – Molte delle nostre ansie, giustamente, riguardano proprio la sorveglianza futura che questo tipo di tecnologia potrebbe consentire. Poi però c’è un’altra questione: le scelte politiche che dovrebbero impostare chiari limiti sui tempi: per quanto funziona l’app, quanto a lungo vengono conservati i dati, come i dati possono essere riutilizzati in futuro? Tali indicazioni dovrebbero essere immediate. Anche qualora dicessimo che scaricare queste app può essere un atto altruistico, non dobbiamo affidare un mandato in bianco alle autorità sanitarie pubbliche o al governo. Se parliamo di doveri morali, dobbiamo ricordare anzitutto che ci sono anche doveri dall’altra parte, posti ai ricercatori e ai responsabili del trattamento dei dati, o a chiunque sia che governa effettivamente i sistemi».

Cosa fare se il download dell’app fosse reso obbligatorio?

«Esistono vari problemi. Dire, per esempio, adozione obbligatoria perché altrimenti, se non la scarichi, si possono attuare iniziative come limitare l’accesso al lavoro, ai viaggi, ai ristoranti o alla società in generale, è qualcosa che non dovrebbe nemmeno essere sul tavolo a questo punto. – continua Mittelstadt – Se stiamo parlando di rendere obbligatorio il download quale mezzo per limitare sostanzialmente l’accesso delle persone alla società, all’occupazione, stiamo parlando di questioni collegate ai diritti umani fondamentali. Girarsi all’improvviso e usare la pandemia come scusa per limitare gravemente la capacità delle persone di esercitare i propri diritti, per me richiederebbe una sorta di giustificazione completamente diversa, che non sarebbe certamente accettata in Europa (…)».

«Qui avremmo a che fare con una sorta di svolta autoritaria completa, in cui stai dicendo, okay, non ci limiteremo a gestirla provando a rilevare i casi in anticipo, in realtà impediremo nuovi casi bloccando le persone nelle loro case o impedendo loro di partecipare essenzialmente all’economia e alla società. Abbiamo bisogno di soluzioni diverse, rispettose delle libertà personali. Siamo dinanzi ad esempi di Paesi che hanno contenuto con successo il virus senza andare verso opzioni più invasive come l’uso obbligatorio delle app o il caricamento obbligatorio di diversi tipi di dati identificabili».

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«Occhi bene aperti dunque su queste app. – conclude il professor Mittelstadt – Cerchiamo di capire se possono essere in qualche modo utili, o se vengono proposte e utilizzate in un modo che non coincide con il fine presentato al pubblico».

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