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Editoriali

INCHIESTA -2: a chi fa paura la cura con il plasma?

Seconda parte –
Abbiamo visto ieri come la sperimentazione iniziata a Mantova dal dottor Giuseppe De Donno, in collaborazione con il Policlinico San Matteo di Pavia abbia dato subito ottimi risultati che sono diventati la base di un protocollo ormai mondiale per l’uso del plasma immune nella cura del Covid-19.
Abbiamo visto, anche, come questo successo italiano abbia scatenato le gelosie e le ire degli “scienziati” televisivi e ministeriali (quelli, per intenderci che non ne hanno mai beccata una).
Il dottor Di Donno, inoltre, ha lanciato l’idea di creare delle “banche” del plasma immune. Idea che viene ripresa dalla Regione Lombardia e da quella del Veneto, con l’Azienda ospedaliera universitaria di Padova, che ha iniziato anch’essa, con successo, l’uso di tale plasma.

Avere banche del plasma consentirebbe di essere pronti a rispondere a un eventuale nuovo focalaio del virus. Una questione veramente seria, che non ottiene, però, reazioni positive. Anzi.

Iniziano le losche manovre

Il 4 maggio, intervistato in tv, Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità afferma che «lo studio (del plasma immune ndr) sta dando apparentemente risultati promettenti», però «attendiamo con ansia e speranza prove scientifiche di efficacia». “Apparentemente”? “Prove scientifiche”? Quali, visto che ormai in tutto il mondo questo procedimento è stato imitato e adottato ed esistono già pubblicazioni a riguardo?

Di terapia «molto interessante e importante» parla subdolamente il dottor Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza (quello che si spacciava come delegato OMS…) che, infatti, aggiunge: «Consente di traferire gli anticorpi naturali da un soggetto a un altro. È una cosa molto difficile, costosa e complessa. Se questi anticorpi naturali funzionano, la sfida è produrli artificialmente. È comunque un approccio su cui si sta lavorando anche in Italia».
Cosa ci sia di difficile, costoso e complesso, davvero non si capisce, visto che il costo è solo quello della trasfusione e del normale trattamento del plasma (circa 80 euro per ogni sacca di plasma). Ma la frase decisiva è quella della “produzione artificiale”, perché Ricciardi, come tanti altri suoi colleghi, è al servizio della lobby farmaceutica non della scienza e, tantomeno, della salute pubblica.

Altri dubbi vengono avanzati in Emilia-Romagna (!) dal professor Pasquale Viale, direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, per il quale «i dati ancora scarsi non consentono di trarre conclusioni definitive» e dal Commissario per l’emergenza Sergio Venturi: «Abbiamo bisogno di più certezze» che rincara la dose affermando che «è un tormentone dei social, lo so, ma vi consiglio di verificare le notizie, non vi fidate delle catene di Sant’Antonio».

Si muovono le Regioni “rosse”

Il 5 maggio l’ospedale di Pisa informa di aver iniziato la sperimentazione con 2 (due) infusioni di sangue su altrettanti pazienti ma, come spiega una nota di agenzia, uno solo rientra nel protocollo della ricerca, mentre l’altro ne ha beneficiato “per uso compassionevole”.
Il professor Francesco Menichetti si appella alla complessità di selezionare i donatori, affermando – al contrario di quanto sostenuto a Mantova, Pavia e Padova – che «solo il 15-20 per cento dei potenziali donatori risultano idonei per la terapia».

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La sperimentazione di Pisa era stata annunciata il 14 aprile dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, con l’Azienda ospedaliero universitaria pisana come centro coordinatore e promotore a livello regionale con l’adesione all’Accordo Planet (Plasmaderivazione network) anche di Marche, Campania e Lazio (è un caso che siano tutte a guida Pd?).

In una nota era stato specificato che «se la sperimentazione darà i risultati sperati, si potrà eventualmente pensare alla produzione industriale di plasma o di gamma-globuline iperimmuni». Avete letto bene “produzione industriale”…

Il 6 maggio finalmente parla il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, con una nota del Ministero che afferma che «non è ancora un trattamento consolidato, perché non sono ancora disponibili evidenze scientifiche robuste» ma, parallelamente, si pensa già alla messa a punto di un possibile farmaco basato sul plasma e prodotto su scala industriale.
Ecco il punto: l’obiettivo del ministero (e del Pd) è l’ennesimo farmaco prodotti dalle multinazionali farmaceutiche, quasi tutte straniere…

La folle indicazione di Pisa

Con questo paradigma, il 10 maggio il Ministero della Salute decide di avviare ufficialmente una sperimentazione nazionale. Secondo voi a chi si rivolge come “Principal Investigator”? A Pavia, capofila del protocollo? No. A Mantova dove c’è il dottor De Donno? No. A Padova, che ha già anche creato una banca del plasma? No. Incredibilmente, il centro prescelto, è Pisa…

Con orgoglio, la renziana Regione Toscana rende noto che lo studio “Tsunami” sulla plasmaterapia diventa capofila della sperimentazione nazionale per la cura del Covid-19.

Ed ecco il passo successivo. Su indicazione del Ministero della Salute, l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e l’Iss (Istituto superiore di sanità) hanno deciso di proporre la sperimentazione della plasmaterapia con siero iperimmune da donatori convalescenti da Covid-19 sul territorio nazionale. Lo studio toscano “Tsunami” (acronimo di TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), che già aveva raccolto l’adesione delle Regioni Lazio, Campania, Marche ed Umbria, oltreché della Sanità Militare, è stato scelto quale modello metodologico di riferimento per il nuovo studio.

Certo scegliere come modello metodologico lo studio Tsunami che in 21 giorni è riuscito a trattare solo 1 (uno) paziente nella sua ricerca, è davvero incredibile.

Evidente che il criterio adottato non è scientifico, perché sia Pavia che Mantova che Padova sono ben più avanti sulla strada della sperimentazione. Non sfugge, invece, il senso politico della scelta di un consorzio di Regioni filo-governative e prone agli interessi delle farmaceutiche. Perché, chiaramente, l’obiettivo è un altro, e in ballo c’è la questione del “farmaco plasmaderivato” (come indicato nello studio toscano).

Intanto registriamo sempre il silenzio del ministro Speranza. Anche la trasmissione “Le iene” (unico media nazionale attento al problema) ha provato inutilmente a interpellare il ministro, tramite il portavoce. Se non risponde vuol dire che è un argomento troppo scomodo e che non ha la coscienza pulita.
(2 – Continua)

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