INCHIESTA: a chi fa paura la cura con il plasma?

Una sperimentazione tutta italiana (ripresa poi in tutto il mondo); una cura facile, naturale e poco costosa; risultati più che incoraggianti... poi, però, entrano in scena “scienziati” e politici che hanno... altri interessi

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Prima parte –
Un mese fa gli italiani apprendevano, per la prima volta, che la cura con il plasma immune per contrastare il Covid-19 funzionava. Da quel giorno, tra il silenzio del ministro della Salute, Roberto Speranza, il “disprezzo” dei guru alla Burioni e gli imbarazzanti omissis dei media di regime, sono iniziate le difficoltà per questa cura efficace, a basso costo e facile da applicare, in collaborazione con i centri trasfusionali. Riviviamo insieme, passo a passo, i moneti salienti di questa vicenda vergognosa.

Storia di un paradosso tutto italiano

Il 21 aprile il dottor Giuseppe De Donno, direttore del reparto di Pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, comunicava che la sperimentazione, con un protocollo comune con il Policlinico San Matteo di Pavia, in corso dal 31 marzo stava dando buoni risultati: 24 persone guarite su 24 trattate, utilizzando 50 sacche di plasma prelevato da pazienti che avevano contratto il Covid-19 sviluppando quindi gli anticoporti che rendono questo tipo di plasma “iperimmune”.

In particolare, veniva resa nota la vicenda di una donna in gravidanza, Pamela Vincenzi, 28 anni, ricoverata il 9 aprile e aggravatasi rapidamente, in 24 ore, senza rispondere ad altre cure. Dinanzi a tale peggioramento era stato deciso di trattarla con il plasma iperimmune (anche se il protocollo non prevedeva infusioni a donne incinte) e, subito dopo la prima trasfusione, le condizioni erano nettamente migliorate giungendo rapidamente a guarigione. Era il primo caso al mondo di donna in gravidanza trattata col plasma e guarita.

Con il dato di 24 persone guarite siamo già ben oltre il dato di una analoga sperimentazione cinese: il 7 aprile sulla rivista PNAS era stato, infatti, pubblicato uno studio dell’Università di Shanghai sui risultati positivi ottenuti dalla cura di 10 pazienti con il plasma immune. Più tardi, iI 18 aprile, si verrà a sapere che nell’intera provincia dell’Hubei era stato raccolto il plasma di 1.627 persone guarite per curare oltre 600 persone. Ma tutte le informazioni che vengono dalla Cina sono incerte e inattendibili.

Il 28 aprile, invece, l’ospedale di Novara annuncia ufficialmente che un primo paziente è stato trattato col plasma e già dopo la prima trasfusione ha ottenuto miglioramenti tali da lasciare la terapia intensiva.

Il 29 aprile la dottoressa Giustina De Silvestro, direttore del servizio trasfusionale dell’Azienda ospedaliera di Padova (dove dal 3 aprile hanno iniziato a sperimentare il plasma immune) annuncia che sono stati trattati 11 pazienti, alcuni migliorati e altri stabilizzati ma nessuno peggiorato.

Il 2 maggio il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana loda pubblicamente i risultati positivi della sperimentazione del plasma. Lo definisce «un incredibile traguardo» ottenuto «dal protocollo predisposto dal servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del policlinico San Matteo di Pavia, in collaborazione con le strutture di Mantova e Lodi, nonché dall’Azienda ospedaliera universitaria di Padova. Protocollo sviluppato in Lombardia e già esportato negli Usa dove viene applicato in 116 centri universitari».
Fontana ricorda anche che «la cura si sviluppa in abbinamento al test sierologico, sempre del San Matteo di Pavia, che, oltre a dire se hai o non hai gli anticorpi, ne analizza la quantità presente nel sangue definendo se si può diventare donatore del prezioso plasma con un’alta presenza di anticorpi.

Tra silenzi e intimidazioni

Tutti gli italiani dovrebbero essere contenti dei risultati ottenuti dalle sperimentazioni a Mantova, Pavia, Padova e Novara. Purtroppo, non è così. Nell’ambiente “scientifico” asservito alle aziende farmaceutiche non tutti gradiscono; di conseguenza anche al ministero della Salute (asservito agli pseudo-scienziati e alle farmaceutiche) nessuno si fa vivo con i ricercatori lombardi.

Anzi, il 3 maggio trapela la notizia che la sperimentazione a Mantova, nello specifico la vicenda della donna incinta guarita, è finita nel mirino dei Carabinieri dei Nas, il nucleo antisofisticazioni. «I Nas – spiega il dott. De Donno – hanno fatto una semplice telefonata in ospedale per raccogliere sommarie informazioni su quello che stavamo facendo. Dopo quella telefonata non ho più sentito nulla». Anche il direttore generale dell’Asst di Mantova, Raffaello Stradoni, conferma la telefonata e a chi ricorda l’esclusione dal protocollo delle donne in gravidanza risponde: «Quel caso rischiava di finire male e, quindi, abbiamo proceduto, salvando due vite».

Un risultato doppiamente positivo ma che, evidentemente, deve aver dato fastidio a qualcuno. Già “qualcuno”… Chi ha chiesto l’intervento dei Carabinieri con chiaro scopo intimidatorio?

Il 4 maggio il dottor De Donno comunica, in un’intervista radiofonica, che, tra Mantova e Pavia, con il plasma sono stati trattati quasi 80 pazienti con problemi respiratori gravi: «Nessuno è deceduto, la mortalità del nostro protocollo finora è zero». De Donno spiega che i donatori «devono avere delle caratteristiche fondamentali: devono essere donatori guariti da Coronavirus. La guarigione viene accertata con due tamponi sequenziali e la diagnosi deve essere stata fatta con un tampone positivo. Questi donatori guariti ci donano 600ml di sangue. Tratteniamo quindi il liquido che ha come caratteristica fondamentale la concentrazione di anticorpi, tra cui quelli contro il Coronavirus».

Adesso però, «ogni volta dobbiamo chiedere l’autorizzazione al “Comitato etico” e questo è un impedimento enorme perché ci fa perdere tempo prezioso per salvare le persone». Il plasma, chiarisce, «può essere congelato e durare fino a 6 mesi in stoccaggio, per questo a Mantova abbiamo creato una banca del plasma. Riusciamo anche ad aiutare altri ospedali che ci stanno chiedendo aiuto. Creando banche plasma in giro per l’Italia – conclude De Donno – riusciremmo ad arginare un’eventuale seconda ondata (della pandemia)».

Perché tante difficoltà al lavoro di De Donno? Chi sta mettendo i bastoni tra le ruote della sperimentazione? Lo scopriremo domani.
(2 -Continua)