Tanti auguri GPII

Cento anni fa, oggi, nasceva Karol Wojtyla, non solo un grande papa e un santo, ma il simbolo stesso di una Tradizione bimillenaria consegnata ancora intatta al nuovo millennio...

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Seconda parte –
I viaggi sono stati un’altra caratteristica del pontificato di Karol Wojtyla che abbiamo iniziato ieri a ricordare. «In un certo senso – scrisse in Alzatevi, andiamo! – questo compito è stato dato al papa da Cristo stesso». In oltre 27 anni di pontificato Giovanni Paolo II ha viaggiato, nel mondo e in Italia, per più di ottocento giorni, percorrendo 1.247.613 chilometri, ovvero 3,24 volte la distanza tra la Terra e la Luna e circa 31 volte la lunghezza della circonferenza terrestre. Ha quindi viaggiato più di tutti i suoi predecessori messi insieme visitando 129 paesi diversi in 250 “missioni apostoliche”: 104 all’estero e 146 in Italia.

Non tutti i viaggi furono facili; alcuni, poi, richiesero anni e anni di attesa. Ce ne vollero 8 per potersi recare in Libano (1989) dove sentiva «l’interiore imperativo di andare» per portare conforto alla minoranza cristiano-maronita vittima di una decennale guerra civile. Ce ne vollero 3 per andare Sarajevo, nel 1994. Per raggiungere Cuba, poi, bisognò superare le difficoltà politiche imposte da Fidel Castro per giungere, nel gennaio 1998, a una visita segnata da innegabile successo.

Nel corso dei 3.288 discorsi tenuti di fronte a milioni di fedeli, così come negli incontri con tutti i potenti della Terra, Karol Wojtyla non mancò mai di sottolineare i temi forti del suo pontificato, anche se scomodi: il rispetto della dignità umana, la salvaguardia della famiglia, la libertà di professare la propria fede, il rispetto per la terra, la tutela del lavoro e della proprietà, la difesa dei diritti e dei valori fondamentali dell’uomo.

VOCAZIONE AL MARTIRIO

Anche per questo Giovanni Paolo II fu temuto e odiato da molti “poteri forti”. Tra i suoi tanti record c’è infatti anche quello del maggior numero di attentati subiti: ben 7.

Tutti ricordano i colpi di pistola che, il 13 maggio 1981, Alì Agca esplose contro di lui in piazza San Pietro. Pochi ricordano gli altri accertati: il 16 febbraio 1981 in Pakistan (esplosione di un ordigno, muore l’attentatore); 12 maggio 1982 e Fatima (tentativo di aggressione): 3 maggio 1984 a Seul (un uomo gli punta un’arma); 15 maggio 1988 in Perù (esplodono quattro bombe); 10 settembre 1990 in Costa d’Avorio (bomba sull’aereo); 15 gennaio 1995 nelle Filippine (rinvenuti timer ed esplosivi); 11 aprile 1997 a Sarajevo (carica esplosiva di 150 kg).

Forse anche per questo, più di qualsiasi altro pontefice, Karol Wojtyla ebbe ben presente il senso e l’importanza del martirio nella testimonianza cristiana e ciò al termine di un secolo, il XX, che è stato quello in cui sono stati uccisi più cristiani che in tutti i diciannove precedenti. I martiri da lui beatificati sono stati un piccolo esercito, tra essi: 233 caduti nella guerra civile spagnola uccisi per mano di comunisti e loro alleati. Seguono, per numero, i 120 martiri della Cina, i 117 martiri del Vietnam e i 103 martiri coreani.

IL SANTO DEI SANTI

Nel quarto di secolo del suo pontificato Giovanni Paolo elevò all’onore degli altari più santi e beati di tutti i suoi predecessori messi insieme. Un ennesimo record per un papa infaticabile, che sembrò sempre cercare tutte le formule possibili e immaginabili per “smuovere” la Cristianità e ridare forza, fiducia e identità al suo popolo, quasi “spingendo” fisicamente quanti più fedeli possibile a rimettersi in cammino.

Come sempre accade ogni qual volta si infrange il monopolio del “politicamente corretto”, anche questa iniziativa del papa scatenò ondate di critiche se non addirittura di irrisione da parte dei media “liberal”, che arrivarono a definire “fabbrica di santi” il suo pontificato.

A scorrere la lista dei 1.345 beati e dei 483 santi proclamati da papa Whojtyla si trova veramente ogni genere di vocazione alla santità, ogni classe sociale, ogni continente, ogni stato civile o religioso, ogni epoca, ogni età e ogni sesso. Oltre ai martiri, spiccano i “fondatori” di nuovi ordini e congregazioni e i “grandi” santi, come padre Pio da Pietrelcina o madre Teresa di Calcutta, per i quali piazza San Pietro si è riempita di centinaia di migliaia di fedeli.

Infine, come sempre, non mancarono le polemiche per scelte considerate “ideologiche” o “pericolose” come quella del beato Marco D’Aviano, osteggiata dai filo-islamici; quella di Pio IX osteggiata dai laicisti italiani; quella di Pio XII osteggiata dagli ebrei; quella di Gianna Beretta Molla, identificata come “paladina antiabortista” o quella del fondatore dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer, giudicato troppo “invischiato con il potere”.

Come sempre, papa Whojtyla tirò dritto per la sua strada con l’unico obiettivo di rilanciare la presenza della Chiesa cattolica e la forza del messaggio cristiano in ogni angolo della Terra.

INNO ALLA GIOVINEZZA

«Porterà i giovani dove lei vorrà», gli aveva profetizzato lo scrittore francese André Frossard nel 1980. «Credo piuttosto che saranno loro a guidarmi», gli rispose Giovanni Paolo II. Entrambe le affermazioni si sono rivelate vere, perché tra papa Wojtyla e le nuove generazioni si creò subito un legame così stretto e straordinario, che ciascuna parte ricevette e donò all’altra: coraggio, forza ed entusiasmo.

La Domenica delle Palme del 1984, Giovanni Paolo II decise di istituire la “Giornata mondiale della gioventù”, un incontro con cadenza biennale tra il papa e i giovani cattolici di tutto il mondo. L’idea si rivelò un successo straordinario, al di là di ogni aspettativa. In quelle occasioni, il papa non blandì mai i giovani, non pronunciò discorsi facili. Tutt’altro, chiese sempre a loro impegno, coerenza e responsabilità.

Giornalisti e commentatori scettici e agnostici parlarono con sufficienza e ironia di “esercito del papa” o di “papa boys”, incapaci di spiegare un fenomeno così lontano dagli stereotipi imposti dalle mode moderniste.

Milioni di giovani che attraversavano il mondo portando una Croce. Giovani allegri, sorridenti, chiassosi, con sacchi a pelo e chitarre… eppure diversi da quella “gioventù” così utile agli standard del consumismo, fatta di rav party, centri “sociali”, droga, alcool, sesso e sballo. I giovani del papa, invece, sanno commuoversi, pregare, partecipare da protagonisti alla vita, assumersi responsabilità, farsi carico dei più deboli, guardare lontano, sognare in grande.

DAL CALVARIO ALLA STORIA

Il lungo Calvario di Giovanni Paolo II, che lo trasformò da “atleta di Dio” a testimone vivente del dolore, della malattia e della sofferenza in vecchiaia, iniziò forse quel 13 maggio 1981 quando fu colpito dalle pallottole di Alì Agca. Il 15 luglio 1992 fu sottoposto a una importante operazione chirurgica, poi cadde fratturandosi il femore e, infine, nel 1996 arrivò anche il morbo di Parkinson.

Man mano che Giovanni Paolo II invecchiava, tutti i malanni si sommavano rendendolo sempre più curvo e tentennante. Infine, il 1 febbraio 2005 una laringo-tracheite acuta gli tolse la possibilità di parlare… ma non di salutare la folla. Fino all’ultimo giorno in cui spirò: sabato 2 aprile 2005,

Il giorno 4 la salma venne esposta all’interno della Basilica di San Pietro e iniziò l’infinita processione di fedeli che giungevano con ogni mezzo da tutto il mondo, disposti ad affrontare anche 12/16 ore di coda per poterlo salutare. Il giorno 7 la città fu invasa da oltre un milione di pellegrini. Il commissario straordinario e capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, coordinò l’emergenza allestendo campi, servizi, soccorsi e appellandosi ai cittadini e ai commercianti perché dessero sostegno ai fedeli. Non si può calcolare quante persone siano riuscite a sfilare davanti alla salma del papa, di certo milioni…

Era il grande cuore della Cristianità che batteva per il più popolare, amato e rispettato dei suoi padri.

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