La disperazione degli agenti di commercio

Sono tante le categorie messe in ginocchio dalle norme e dalle false promesse di questi mesi. Per loro nessuno ha mosso un dito: «Dal governo solo parole vuote, ma ce ne ricorderemo…»

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«Da una parte si vedono elargire soldi ad altri Stati o soldi al terrorismo, dall’altra i parenti dei defunti di Bergamo si vedono recapitare le urne con le ceneri accompagnate da fattura e se qualcuno protesta viene arrestato o multato. Poi pretendono anche che tu creda alle promesse del governo, tra “faremo, elargiremo, daremo”… Ma quando? Quando?».

In questi giorni molti cittadini ci contattano per protestare per i provvedimenti promessi ma mai ricevuti, inizialmente. Sono realmente tanti, troppi, coloro che sono in attesa che il governo faccia qualcosa di concreto: ci sono gli imprenditori, che attendo inutilmente un “atto d’amore” da parte delle banche.

Ci sono gli artigiani e i negozianti, che hanno dovuto accollarsi ulteriori spese per poter riaprire e ci sono anche i liberi professionisti che, oggi, sono in grandissima difficoltà. Come Umberto, agente di commercio residente a Milano. Un libero professionista di 51 anni, con 22 anni di esperienza nel commercio del calzaturiero di medio-alto livello.

Momento di grande crisi, in un settore che non stava bene già prima del Covid-19?

«Vero, c’erano dei problemi di settore non indifferenti. Per tre cause principali: la possibilità di fare acquisti, ma anche ordini (da parte dei negozi) interfacciandosi direttamente via computer con il produttore; così, la mia figura, ma anche quella del negoziante a volte, diventano marginali. La seconda motivazione è di ordine fiscale e burocratico, che rende il lavoro sempre più macchinoso, con margini sempre più sottili. La terza causa riguarda le grandi catene di distribuzione del settore, che strozzano e spazzano via i piccoli negozi a conduzione familiare che erano la spina dorsale del nostro lavoro».

Poi è arrivata la pandemia…

«La parte del mio lavoro che mi garantisce il 90% del reddito, si concentra in pochi mesi dell’anno, praticamente in marzo/aprile, per la produzione autunno inverno e settembre/ottobre per la collezione primavera-estate. In questo periodo, io faccio il giro di tutti i miei clienti, raccolgo gli ordini e li trasmetto alle varie aziende che mettono in produzione le scarpe. Negli altri mesi, il mio è un lavoro di rappresentanza, di visite di cortesia e supervisioni che tutto il lavoro vada per il meglio.
Oltre a questo, per l’azienda principale per cui lavoro, insieme alla Lombardia, ho anche il Piemonte… ma, come sapete, non è ancora possibile uscire dalla regione. Non avendo potuto lavorare, a causa dell’isolamento, non guadagnerò niente per i prossimi 6 mesi. Questo vi può far comprendere il danno».

Adesso come fa ad andare avanti?

«Con la fede, coltivando la pazienza e la speranza, senza cedere ai momenti di sconforto che comunque ci sono. Mi tengo in contatto con diversi colleghi cercando di capire se rientriamo o meno nei famosi provvedimenti che senti annunciare dal governo. Sto attingendo a tutti i miei risparmi, quando è stato possibile mi sono recato in banca a contrattare le rate del mutuo sulla casa. Tra grande incertezza e ore notturne passate a guardare il soffitto, cerchi di ripianificare la tua vita».

Rientra tra gli aiuti promessi dal governo?

«In teoria sì, in pratica non ho visto ancora niente. I 600 euro promessi, a me non sono mai arrivati, ma neanche a tanti miei colleghi che hanno fatto la domanda prima di me. Dall’altra parte, oltre al mutuo, i pagamenti vari continuano ad arrivare… mi fa molto arrabbiare chi parla di prestiti agevolati, che non sono altro che debito che si aggiunge ad altro debito. Non riesco più a guardare neanche i vari telegiornali, mi monta una rabbia che non fa bene alla mia salute».

Perché rabbia?

«Soprattutto perché l’informazione è falsa e completamente gestita dai poteri forti. Mi sento preso in giro. Dicono delle cose inascoltabili sapendo di fare pessima informazione; sono così servi di chi li paga che hanno completamente tolto, per esempio, il microfono ai cittadini. Non sentono i pareri della gente, chiamano esperti a gettare altro fumo negli occhi. Se vogliono far passare un provvedimento impopolare chiamano nei giorni precedenti “esperti” che condividono quelle scelte e riempiono ogni spazio televisivo, affinché la gente si convinca che è quella la soluzione migliore o l’unica praticabile. Non sono più credibili, io cerco di documentarmi e informarmi attraverso internet, facendo molta attenzione alle fake news, verificando ogni notizia».

I suoi colleghi cosa fanno in questa situazione?

«Siamo tutti nella stessa condizione. In molti casi ci sono anche famiglie monoreddito con figli e qui il tasso di sconforto e preoccupazione è alle stelle. Si salvano solo gli agenti di Commercio con brand di alto livello, con numeri commerciali molto alti, ma saranno un manipolo rispetto ad alcune migliaia iscritti all’Albo. Anche i negozianti, nostri clienti, sono in grave difficoltà, dal momento che gli acquisti fatti che dovranno pagare, erano in previsione della stagione da febbraio ad agosto. Adesso hanno davanti solo due mesi di vendita (giugno/luglio) in cui è da escludere un recupero anche perché, con tutte le normative che prevedono distanze e quindi code, sicuramente molti sarà disincentivati. Questo va a tutto a vantaggio degli acquisti on line delle multinazionali dell’e-commerce, che come tutti sappiamo, incassano in Italia ma pagano le tasse nei paradisi fiscali di altri Paesi europei».

La piazza di Milano è più semplice o più difficile rispetto alle altre?

«Tutte le grandi città sono piazze di concorrenza, con la presenza di grandi catene di distribuzione, grandi centri commerciali, non è semplice, anzi è sempre più difficile, non solo per noi ma anche per i negozianti che riforniamo. Quando tutto sarà finito, anche parzialmente, ci ritroveremo in uno scenario di guerra, bisognerà vedere chi è rimasto in piedi, chi continuerà la propria attività e in che modo. Credo che sarà necessario inventarsi di nuovo il lavoro, se non totalmente, almeno in gran parte».

Da dove si riparte in questi casi?

«Da sé stessi. Dalle risorse personali, dalla propria autostima che questo stramaledetto virus ha cercato di intaccare. C’è da fare i conti con questa batosta che ha colpito anni e anni di lavoro: vent’anni di rapporti commerciali con persone e luoghi che forse non riapriranno più. Ho tentato di tenere rapporti telefonici, ma trovi molta incertezza tra i negozianti, con persone molto arrabbiate che, oltre al danno economico subito in questi mesi, adesso devono affrontare anche spese ingenti per le procedure di sanificazione e per ottemperanza alle nuove normative di igienizzazione anti-Covid. Molti sono scoraggiati, vanno avanti per non lasciarsi andare alla disperazione».

Quali sono le altre difficoltà che possono minare la ripresa dell’attività commerciale?

«Soprattutto il comportamento “cauto” da parte dei consumatori che, nel timore di eventuali ricadute sanitarie o ulteriori crisi economiche, si orientino a risparmiare anche i soldi per un nuovo paio di scarpe. Sarebbe difficilissimo rialzarsi e a quel punto. Voglio vedere allora cosa faranno anche coloro che agognano le nostre tasse… perché forse non è chiaro che, in questo modo, affondiamo tutti».

Nessuna fiducia nelle istituzioni…

«Assolutamente no, meno che zero. Politici per niente credibili; attuano scelte inconsistenti e fumose, con mille paletti e percorsi di guerra burocratici per accedervi. Però quando hanno da fare scelte ideologiche si attivano subito…  come per la liberazione dei carcerati o i provvedimenti pro-immigrati. Diamo soldi a Stati stranieri mentre io aspetto ancora questi miseri 600 euro e devo ricorrere alla pensione di mia madre per vivere. Come me, sono tanti a pensarla così; ma loro i cittadini li evitano, sanno perfettamente che la gente li disprezza, si riempiono la bocca di belle parole, belle frasi, contro l’odio e la divisione, ma sanno perfettamente che la causa di tutto quanto sono i loro comportamenti».

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