Ecco perché Immuni non serve e non funziona

L’utilizzo della tecnologia Bluetooth non garantisce di tracciare sempre correttamente l’effettiva distanza tra utilizzatori e l’esperienza di Singapore lo testimonia... allora a cosa serve?

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App Immuni: ne abbiamo parlato approfonditamente negli ultimi giorni, sviscerando tutti gli innumerevoli lati di quella che si preannuncia l’App di Contact Tracing pronta a intrufolarsi nei nostri smartphone e nelle nostre vite, e che potrebbero essere fonte di gravi violazione della nostra privacy online e offline. C’è però una domanda che dovrebbe venire prima di ogni altra: Immuni funzionerà o no?

Eh sì, perché il paradosso è proprio questo: oltre a tutti i pericoli cui ci potremmo esporre scaricandola, potrebbe mostrarsi, semplicemente… inutile. Com’è possibile? Semplice. Tutto ruota intorno alla tecnologia Bluetooth. Se effettivamente sarà questa la tecnologia utilizzata (domanda doverosa, dato che Immuni, secondo alcune voci e nonostante le promesse, parrebbe essere predisposta anche alla localizzazione GPS) il Bluetooth, in quanto tale, potrebbe risultare inefficace per lo scopo previsto.

Sono gli stessi inventori del Bluetooth a esprimere i loro dubbi sul fatto che la loro creatura possa essere efficace in questo compito di tracciamento: il segnale radio, infatti, è condizionato da tutta una serie di elementi che non sono solamente la distanza tra due dispositivi, ma anche l’orientamento, il posizionamento, le riflessioni o l’attenuazione del segnale sulle superfici esistenti, in base alla loro forma e natura.

Questa tecnologia, inclusa in qualche forma in quasi tutti i dispositivi portatili degli ultimi dieci anni, è fondamentale per le App di tracciamento del coronavirus inviate da Apple e Google a governi di tutto il mondo. Contando sull’ubiquità dello standard e sull’affidabilità notevolmente migliorata dagli anni ’90, sperano di trasformare miliardi di dispositivi abilitati Bluetooth in un esercito di automi in grado di mappare chiunque.

Anche se i piani esatti per l’utilizzo del Bluetooth variano da un governo all’altro, l’essenza è semplice: per consentire al tuo iPhone di connettersi all’altoparlante Bluetooth di un tuo amico, deve essenzialmente mandare segnali della propria presenza nello spettro elettromagnetico, inviando messaggi radio che annunciano che il dispositivo è acceso e disposto “ad accoppiarsi” con un altro.

Sono proprio queste brevi e ripetute esplosioni di onde radio che le aziende tecnologiche e le autorità sperano possano essere utilizzate per la traccia dei contatti, raccogliendo un registro “anonimo” di ogni annuncio Bluetooth entro un certo intervallo.

Però, la natura stessa dell’universo che ci circonda presenta alcune complicazioni. Il Bluetooth è fatto di onde radio (come la radio FM o il Wi-Fi) e, come si sa, ottenere un segnale affidabile, a volte, può essere difficile. Questo perché le onde radio vengono bloccate o assorbite dagli oggetti lungo il percorso (alberi, case, muri, gallerie) influenzando la potenza di quel segnale quando raggiunge la sua destinazione o impedendogli di raggiungerlo del tutto.

La tracciabilità dei contatti Bluetooth di Google e Apple si basa sulla indicazione della potenza del segnale ricevuto (RSSI) per determinare se mi trovavo a una certa distanza da un contagiato: ecco allora che quello delle interferenze potrebbe rappresentare un problema serio.

Swarun Kumar, professore di ingegneria elettrica e informatica presso la Carnegie Mellon University, ha recentemente stimato che i fattori ambientali potrebbero far apparire un dispositivo Bluetooth a 2 metri di distanza da un altro dispositivo come se fosse a 20 metri di distanza, o viceversa.

A Jaap Haartsen e Sven Mattisson, che hanno inventato il Bluetooth mentre lavoravano alla svedese Ericsson, hanno dichiarato che i problemi di precisione sono reali. «Un problema che viene in mente a livello fisico è l’incertezza nel raggio di rilevamento – ha spiegato Mattisson – vale a dire quanto si può valutare la distanza da un altro dispositivo BLE. La perdita di percorso del segnale radio varierà in modo significativo a seconda delle condizioni (spazio libero o oscurato)».

In altre parole, l’imprecisione del Bluetooth non è un grave problema per le applicazioni normale (connessione a un altoparlante di quell’amico, per esempio), ma certamente potrebbe esserlo se serve a determinare l’esposizione a un agente patogeno, dove un falso positivo potrebbe significare una persona sana trattata indebitamente come infetta o esposta (con tutta l’ansia e le restrizioni del caso), mentre un falso negativo significa che una persona che potrebbe aver bisogno di screening virale potrebbe non essere identificata perché in “zona d’ombra”.

Daniel Kahn Gillmor, un tecnico senior dell’American Civil Liberties Union, ha dichiarato che concorda sul fatto che segnali Bluetooth irregolari potrebbero causare più problemi che benefici.

Non a caso, a causa della significativa presenza di falsi allarmi legati ai segnali Bluetooth, dall’esperienza di Singapore arriva un altro tipo di allarme. Un responsabile dell’ente governativo che ha seguito lo sviluppo di un’App simile a Immuni, lancia in un suo post un chiaro monito: «Se mi chiedi se un sistema di tracciamento dei contatti Bluetooth implementato o in fase di sviluppo, in qualsiasi parte del mondo, è pronto a sostituire la traccia dei contatti manuale, dirò senza qualifica che la risposta è no». E ha aggiunto: «L’esperienza del tracciamento contatti di Singapore suggerisce che questo dovrebbe rimanere un processo gestito dall’uomo».

Allora perché il governo, tramite il Ministero guidato da Paola Pisano, insiste tanto per attivare questa App e magari per renderla obbligatoria? Forse perché il tracciamento die contagi è solo una scusa.