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L’impossibile riconciliazione italiana

«Ricordare significa anche non rassegnarsi mai nella ricerca della verità» è una frase del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che è anche la sintesi dell’azione della Associazione Domenico Ricci costituita, nel maggio del 2015, per volere di Giovanni e Paolo Ricci, al fine di tutelare e onorare la memoria dell’appuntato dell’Arma dei Carabinieri Domenico Ricci, Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, assassinato dalla Brigate Rosse insieme agli altri agenti della scorta di Aldo Moro nella “Strage di via Mario Fani”, a Roma, il 16 marzo 1978.

Abbiamo incontrato Giovanni Ricci, sociologo, esperto in criminologia e diritto penale dell’informatica per saperne di più su questa Associazione che intende tenere viva la memoria dei molti servitori dello Stato e di quanti hanno dato la vita nell’infausto periodo degli “Anni di Piombo”.

Quali sono i vostri propositi, i vostri obiettivi?

Giovanni Ricci

«L’Associazione ha come obiettivo principale il compito di sensibilizzare la società civile, e in particolare le giovani generazioni a cui ci rivolgiamo nello specifico, sul periodo dello “stragismo” e della “lotta armata”. Si propone di svolgere un’ampia azione di informazione e riflessione su quel periodo storico; per restituire alle vittime, se non la giustizia, almeno la Verità e la degna considerazione delle loro vite e del sacrificio compiuto. Inoltre, partecipiamo insieme alle altre Associazioni al protocollo d’intesa con il MIUR per la conoscenza e l’insegnamento della storia degli “Anni di piombo” negli Istituti scolastici di ogni ordine e grado del Paese».

A chi sono rivolti i vostri progetti?

«L’operato della nostra Associazione ha dato vita a centinaia di collaborazioni con scuole di ogni ordine e grado dell’intero Paese e collaboriamo con molti comuni italiani per impegnare cittadini e studenti in momenti di riflessione sul periodo degli Anni 70 e non solo».

Quali sono i punti importanti del vostro percorso?

«Tre in particolare: formazione, trasmissione e la condivisione e sensibilizzazione. Contribuiamo a formare docenti di ogni ordine e grado sul periodo dello stragismo e della lotta armata. Questo senza volersi sostituire agli storici ma si tratta di condividere con i docenti quelle testimonianze dirette che possono fare e fanno la differenza. Purtroppo, duole dirlo, a volte le esperienze ideologiche dei docenti impediscono loro di comprendere in maniera oggettiva e piena quel periodo storico.
Da qui anche la sensibilizzazione sulle tematiche degli “Anni di piombo” degli studenti, attraverso percorsi “mirati” al loro coinvolgimento, quali: lezioni, viaggi sui luoghi delle stragi, realizzazione di percorsi educativi didattici, anche attraverso mostre fotografiche o realizzazioni video. Questo percorso “dedicato” per le giovani generazioni, unico nel suo genere, è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione dell’Associazione Fratelli Mattei con cui collaboriamo da anni e che ci ha permesso di ricevere anche riconoscimenti Istituzionali.
Infine, ma non ultima, la creazione della “Giornata in memoria di Domenico Ricci” giunta alla VIII edizione e dedicata ai giovani studenti della Regione Marche, che è stata insignita più volte della “Medaglia celebrativa del Presidente della Repubblica” per l’alto e significativo impegno nella trasmissione della memoria a livello nazionale».

Aldo Moro seguito e scortato da Domenico Ricci

C’è un problema nel far capire termini e situazioni ormai anacronistiche?

«Abbiamo compreso come oggi, semanticamente parlando, le nuove generazioni non capiscano o, meglio, fraintendano il linguaggio utilizzato a volte da tanti storici circa gli anni ’70. In primis la disconoscenza di fatti e personaggi della Storia contemporanea ormai sconosciuti alle masse di giovani anche universitari (è di questi giorni il caso della “sardina” Santoni che ha definito come opera della mafia il delitto Moro ndr.)
Se parlassimo con il linguaggio di quei tempi molti termini sarebbero fraintesi: per esempio PC per la nostra generazione è il Partito Comunista mentre oggi è il Personal Computer; il Cellulare per noi è il blindato delle Forze dell’Ordine per i ragazzi odierni lo Smarthphone.
Serve quindi un linguaggio che possa dare alle nuove generazioni la possibilità della comprensione locuzioni divenute arcaiche. Purtroppo, ancora oggi, invece, termini come fascista/antifascista hanno derive ideologiche anti-storiche. Parole come queste hanno senso se collocate in un contesto storico specifico: la Seconda guerra mondiale, la Resistenza e la Costituzione promulgata nel 1947. Oggi – ancora peggio che negli anni ’70 – hanno assunto un significato completamente diverso a uso esclusivo delle derive ideologiche di destra o di sinistra. È quello che accade anche quando si confondono i termini antisemitismo (ovvero l’odio culturale e razziale nei confronti di chi professa la religione ebraica) e antisionismo (cioè la disapprovazione, in toto o in parte, di quel movimento che prende il nome di “sionismo”).  Sono due cose completamenti differenti ma confuse nel linguaggio da numerosi giovani come se fossero uguali».

Quali reazioni riscontrate tra chi vi ascolta?

«Le reazioni dei ragazzi sono spesso entusiasmanti. Vogliono sapere, vogliono comprendere, vogliono approfondire. Non ti lasciano andare senza mille e più domande al fine di capire l’intera esistenza della generazione degli anni ’70. Perché fondamentalmente a loro è stata negata la possibilità di conoscere la Storia di quel periodo. Un po’ come chi ha oggi 50, 60 anni e sentiva i propri nonni raccontare della Seconda Guerra Mondiale. Oggi ai nostri ragazzi viene negato, per convenzione sociale, di conoscere, apprendere, parlare di quel tragico periodo. Neppure le vittime del terrorismo hanno avuto il sostegno della società per parlare e testimoniare apertamente quanto loro accaduto. Ma i ragazzi di oggi, come recitava una famosa canzone, sono quelli che non rinunciano a conoscere le cose belle e quelle brutte accadute nel nostro Paese».

In questo suo percorso, ha incontrato anche ex terroristi?

«Come Associazione portiamo avanti “In primis” la memoria di quanti hanno sacrificato la loro esistenza per garantire la tenuta delle Istituzione democratiche in questo nostro Paese. Abbiamo narrato le esistenze di eroi, non solo unicamente la loro morte. Personalmente, però, ho portato avanti anche un percorso di riconciliazione e ricomposizione con il mio terribile passato. A volte è necessario affrontare i nostri nemici più bui per andare avanti serenamente e non convivere con l’odio, il rancore e la voglia di vendetta. Io non volevo infatti rivivere ogni giorno la morte di mio padre: avevo voglia di ricordare il suo splendido sorriso, la sua vita, le emozioni che mi ha dato, la famiglia felice che eravamo. Per questo ho affrontato un percorso difficilissimo e travagliato che mi ha portato a conoscere gli assassini di mio padre (che naturalmente rimangono assassini) ma che hanno compreso le terribili atrocità commesse e con loro ho fatto dei percorsi che mi hanno portato anche in scuole d’Italia dove ai ragazzi è stato ben spiegato che erano carnefici che, però, avevano compreso il male fatto ed erano cambiati pentendosi di quanto commesso e chiedendo perdono. Non che questo significhi giustificarli o perdonarli, però di fronte a questo a volte vi è la necessità di riconciliarsi con il passato, perché se si continua a condannare in eterno anche chi ha compreso il male fatto, lo si getta in una cella dove non può raccontare neppure il pentimento e la presa di coscienza del male fatto».

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La parola pacificazione sembra far paura, in Italia?

«Assolutamente si, percorsi di “Giustizia riparativa” dove la vittima si trova davanti al carnefice per confrontarsi/scontrarsi non sono accettati dalla società, perché il reo deve morire nell’indifferenza e nella solitudine, anche se si assume la colpa totale e soggettiva. Non abbiamo il coraggio del Sud Africa di istituire una Commissione per la “Verità e Riconciliazione” per ricostruire un percorso unito per riuscire ad andare avanti, superare il buio delle atrocità commesse. Siamo un Paese che, come gli struzzi, preferisce nascondere la testa nella sabbia pur di non scoprire la verità».

Perché tanta difficoltà a portare avanti una riconciliazione nazionale, ci sono ancora interessi politici che speculano sulla contrapposizione?

«Il mio parere, di cui mi assumo la piena responsabilità, è che dopo oltre 42 anni dalla “Strage di via Fani”: dopo sei processi, quattro commissioni parlamentari d’inchiesta e migliaia di libri scritti sul tema; ineludibilmente ci si ferma sempre allo stesso “paletto”: i terroristi delle Brigate Rosse non dicono tutta la verità. Certo, lo so io e l’ho detto anche a loro, i brigatisti non hanno detto l’intera verità sull’ “Affaire Moro”. Ma almeno loro una parte di verità l’hanno detta ed è agli atti processuali. Manca però lo “step” successivo, ovvero la ricerca delle responsabilità “politiche” e Istituzionali di quanto accadde. Per 42 anni ci si continua a barricare dietro le mancate verità brigatiste, cosa per altro oramai nota, pur non di andare avanti per comprendere come mai per il rapimento Moro, nessuno – e ripeto. nessuno – ebbe la voglia di trattare ad iniziare dai responsabili di allora della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Eppure, in molti altri casi similari si trattò! Verità e giustizia sono imprescindibili per comprendere quanto accadde, ma il “muro di gomma” creato dalle mancate verità brigatiste non ci ha mai permesso di andare oltre e avere vera Giustizia. Da qui la mancata riconciliazione che altri popoli ebbero l’incredibile coraggio di portare avanti».

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