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Coronavirus

I medici migliori e il governo peggiore del mondo

La pandemia del Covid-19 ha dimostrato che in Italia abbiamo i medici migliori del mondo e il governo peggiore. Non è una affermazione politica, né una battuta per accattivarsi simpatie, è la semplice e tragica constatazione della realtà, dinanzi a decreti, circolari, documenti e proclami, di Conte e dei suoi ministri. che hanno ostacolato se non criminalizzato in ogni modo l’attività dei nostri medici impegnati a curare gli italiani.

Il tragico caso delle Circolari di Speranza

Il 22 gennaio il ministero della Salute, Roberto Speranza, emette la sua prima Circolare (“Polmonite da nuovo coronavirus, 2019 nCov, in Cina”) diretta a tutti gli assessorati regionali alla Sanità, con la quale definisce i criteri per considerare un paziente “caso sospetto”. La circolare stabilisce che può essere sottoposto a tampone: oltre a chi è stato in Cina, anche qualsiasi persona «che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio».

Insomma, una circolare che consente un’ampia indagine. Fin qui tutto bene. Infatti, se questa circolare fossa stata in vigore anche a febbraio, non ci sarebbe stato alcun problema e sarebbero stati sottoposti subito al tampone sia a Codogno il paziente 1, Mattia, sia a Vò Adriano Trevisan, colui che purtroppo sarà la prima vittima del virus. Per cui le loro positività al coronavirus sarebbero emerse ben prima del 21 febbraio, data ufficiale di inizio del contagio italiano.

Invece il governo cosa fa?
Soltanto cinque giorni dopo, ovvero il 27 gennaio, il Ministero cambia idea, e diffonde una seconda Circolare, di senso opposto alla prima, nella quale autorizza il test solo su pazienti che, oltre ad avere importanti sintomi, hanno avuto “contatti stretti con un infetto” o hanno “visitato o lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan”, “frequentato un reparto Covid”. In sintesi: tamponi solo a chi proviene dalla Cina o a chi è stato a stretto contatto con una persona rientrata.

L’anestesista disobbediente che trova il primo paziente

Così, quando Mattia e Adriano arrivano al pronto soccorso di Codogno e di Vò non vengono sottoposti al tampone e inizia un tragico balletto che favorisce la diffusione del contagio, con Mattia che torna a casa e, poi, di nuovo in ospedale. Dopo il secondo ricovero, visto che non risponde alle cure, l’anestesista Annalisa Malara, 38 anni, decide di violare quanto previsto dalla Circolare ministeriale e lo sottopone a tampone perché intuisce che può trattarsi di un caso di coronavirus.

La dottoressa spiega: «Quando un malato non risponde alle cure normali, all’Università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore. Mattia si è presentato con una polmonite leggera, ma resistente a ogni terapia nota. Ho pensato che anch’io, per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile e rimaneva solo da verificare il coronavirus».

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Così possono, finalmente, scattare tutte le misure del caso e si inizia a fronteggiare il contagio che, intanto, però si era diffuso. Ma se la dottoressa Malara avesse rispettato la circolare probabilmente avremmo aspettato ancora settimane prima di individuare il paziente numero 1 “con contatti diretti con la Cina”, con una diffusione dei contagi ancora maggiore di quella che si è verificata.

Il sacrificio di medici costretti a lavorare senza dpi

Il 20 gennaio il governo chiede al Comitato Scientifico di elaborare i possibili scenari che potrebbero verificarsi in Italia. Il 27 gennaio il presidente Conte dichiara in tv dalla Gruber: «Siamo prontissimi con un misure all’avanguardia». Il 30 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara l’emergenza. Il 31 gennaio il governo Conte dichiara lo stato di emergenza, ma non mette in campo nessuna misura per approvvigionarsi di mascherine, tute e guanti. Il 12 febbraio il Comitato Scientifico consegna al governo il documento con gli scenari possibili (anche catastrofici) ma il governo ancora non provvede a fare provviste dei dispositivi di protezione.

Il risultato è che quando, a fine febbraio, scoppia l’epidemia, medici e operatori sanitari si trovano a lavorare spesso senza le adeguate protezioni per cui gli Ospedali (e, successivamente, anche le Rsa) si trasformano in luoghi di diffusione del virus.

Nonostante ciò i medici, sia ospedalieri sia di famiglia, non si fermano, pagando un altissimo prezzo all’irresponsabilità e ai colpevoli ritardi del governo che, non contento, favorisce la diffusione esponenziale dei contagi tranquillizzando la popolazione (il 25-26 febbraio) avallando le scellerate iniziative dei sindaci di Milano, Bergamo e Brescia che promuovono cene, incontri e aperitivi ai quali partecipa anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti (che, infatti, viene contagiato).

Il tragico bilancio di questa impreparazione, per medici e operatori sanitari, supera i 10 mila contagiati con più di 200 morti.

Coraggio e sacrificio in corsia, arroganza e presunzione in tv

Anche nel cercare in ogni modo la cura giusta per guarire i malati e limitare le morti, i medici italiani dimostrano di essere tra i migliori del mondo pur trovandosi a lavorare in condizioni difficili. Oltre ai dispositivi di protezione, mancavano anche i respiratori (il governo contatta per la prima volta una ditta che li produce solo il 6 marzo).

In assenza di qualsiasi protocollo o di indicazioni terapeutiche provenienti dalla Cina, i nostri medici provato (primi al mondo) altre soluzioni. Vengono fatti test utilizzando farmaci contro l’artrite reumatoide, antimalarici, anche l’ozonoterapia, fino alla sperimentazione con il plasma iperimmune ricavato dai malati guariti.

Tutte cure sperimentali, ostacolate se non irrise dai “professoroni” che, intanto, se vanno a straparlare in tv ma non frequentano le corsie degli ospedali e quindi ignorano la realtà di cure che si rivelano funzionali e ottengono i risultati, proprio perché i clinici italiani sanno svolgere la loro professione, fedeli al giuramento di Ippocrate e lontani dalle ribalte televisive.

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Dalle autopsie “vietate” i patologi individuano una cura 

Il caso più eclatante è quello delle autopsie necessarie e fondamentali al fine di fornire ai clinici le reali cause dei decessi dei malati con coronavirus. Lo scrivono nero su bianco gli immuno-patologi in un documento di marzo, contro il quale si scaglia il governo che, ad aprile e a maggio, con due distinte Circolari, stabiliscono che «per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid-19…».

Il governo non vuole le autopsie, ma alcuni patologi procedono egualmente, sia all’ospedale Sacco di Milano, sia al Papa Giovanni di Bergamo, dove verificano che spesso la morte è causata da microtrombosi che possono essere curate con l’eparina e un mix fi farmaci anti-infiammatori e anticoagulanti.

Uno studio serio che sarà pubblicato su una delle più note riviste internazionali di medicina e che ha salvato decine di vite. A conferma ulteriore che i medici italiani sono i migliori al mondo, mentre questo governo è il peggiore…  responsabile per migliaia di morti e ora anche per la paralisi economica e sociale che ci sta rovinando.

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