Il caso Moro e l’Honda anomala -2

Chi c’era davvero in via Fani, insieme ai brigatisti: terroristi tedeschi, agenti dei servizi segreti, uomini della Gladio... la verità emersa fino a oggi è solo «un abito costruito su misura»

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Seconda parte –
Il 16 marzo 1978, il presidente della Democrazia Cristiano, Aldo Moro, viene rapito. Il suo corpo viene fatto ritrovare il 9 maggio in via Caetani. Abbiamo iniziato ieri a ricostruire con il professor Pietro Ratto, autore del libro-inchiesta “L’Honda anomala” (Bibliotheka) alcuni dei molti lati oscuri di questa vicenda.

Pietro Ratto

Non le sembra strano che Moro, nelle lettere che conosciamo, non faccia mai riferimento alla strage di via Fani?

«Questo potrebbe avvalorare la tesi estrema secondo cui Moro in via Fani non c’era. Quindi, essendo stato “prelevato” prima della strage non immagina cosa sia successo. Ma io non penso che sia andata così. È più probabile che il memoriale ritrovato in via Montenevoso, che riporta le fotocopie delle lettere scritte da Moro, non sia completo. Che manchino delle parti… Anche il generale Dalla Chiesa, chiamato dai magistrati per parlare del “memoriale Moro” ritrovato dai suoi uomini, disse con chiarezza che quel memoriale era poca cosa rispetto a quello che aveva visto lui. Le carte e i documenti risultavano molto ridotti di numero, passati sotto censura e, quindi, privati di moltissime pagine. Il “Memoriale Moro” reso pubblico è, insomma, un documento ben confezionato, una “versione di comodo”. Per uscirne tutti al meglio possibile, definitivamente».

Dove pensa sia l’originale integrale del “Memoriale Moro”?

«Penso che la versione originale integrale di questo importantissimo documento si trovi in un luogo ben nascosto. Potendo così costituire una specie di salvacondotto sulla vita di quei brigatisti che si sono fatti ben pochi anni di carcere rispetto ai loro delitti e alla loro responsabilità».

Torniamo all’Honda anomala… come è nata l’inchiesta?

«Alla fine di dicembre del 2010, un ispettore della Digos di Torino, Enrico Rossi, trova in un cassetto della scrivania di un suo sovrintendente una cartellina A4 trasparente, contenente una busta. Dentro c’è una lettera anonima. L’ispettore constata che la lettera è stata recapitata il mese precedente al giornale La Stampa di Torino. Che, per il contenuto delicato, l’ha a sua volta inviata alla Questura. La lettera riporta la confessione di uno dei due passeggeri della moto Honda presente in via Fani. Che, trovandosi in fase oncologica terminale, confessa quello che realmente è successo quella mattina del 16 marzo 1978…».

Cosa c’era scritto?

«Chi l’ha scritta, dichiara la sua presenza in via Fani, la mattina della strage, sostenendo di esser stato lì al comando del colonnello Guglielmi, a bordo di una moto. E invita i giornalisti ad andare a cercare l’altro occupante della Honda. Colui che potrebbe fornire prove tangibili della sua confessione. Specificando di non conoscerne il nome, ma fornendo indicazioni su come reperirlo. Quella lettera, infatti, riporta il nome della compagna dell’uomo da ricercare. Una certa Tiziana, che lavora in un negozio di dischi di Torino. La speranza dell’estensore è che quel suo collega sia ancora vivo, così da raccontare come siano effettivamente andate le cose in via Fani. L’ispettore Rossi comincia a cercare, chiede subito l’autorizzazione a indagare su questa lettera, ma l’autorizzazione tarda molto ad arrivare…».

Sembra, con qualche differenza di forma, l’inizio del film “Piazza delle cinque lune”…

«Sì, in un primo momento, l’ho pensato anch’io. La lettera, ripeto non ha data, potrebbe essere frutto di un millantatore che, visto il film di Renzo Martinelli del 2003, abbia voluto divertirsi riproponendone l’inizio; ma qui ci sono nomi che danno forma e sostanza a quanto la lettera afferma… Insieme alla richiesta di indagini, l’ispettore della Digos ne fa un’altra emblematica: chiede l’elenco completo dei militanti di Gladio. Domandare ciò ha un significato ben preciso, perché ufficialmente l’elenco completo lo abbiamo: lo ha consegnato Andreotti nel 1991, quando è saltato fuori lo scandalo di Gladio. Però, nel momento in cui l’ispettore fa quella richiesta, siamo nel 2010. Domandare l’elenco completo significa, insomma, non accettare il precedente. Ritenerlo incompleto…».

Eravamo rimasti alla richiesta di autorizzazione ad indagare…

«Arriva molto tardi. Nel frattempo, però, Rossi si muove in autonomia, riesce ad arrivare, dopo varie ricerche, alla moglie del secondo componente della moto Honda citato nella lettera (La Tiziana di cui l’anonimo estensore fa menzione, infatti, si rivela soltanto un’amante occasionale). Va a trovarla ma il marito non è in casa. Durante un controllo amministrativo nella stessa casa arrivano, misteriosamente, anche dei Carabinieri. Il Rossi esibisce regolare mandato e quelli se ne vanno.
Dal controllo emergono due pistole, di cui una contenuta in una scatola coperta da una copia fotostatica del quotidiano Repubblica risalente proprio al giorno del rapimento di Moro. L’edizione straordinaria che annuncia l’evento… L’ispettore della Digos rintraccia telefonicamente l’uomo, che risulta trasferito a Firenze. Poi chiama la Digos e domanda l’autorizzazione alla trasferta. Autorizzazione che gli viene negata. Circa tre mesi dopo, l’uomo muore misteriosamente. Nessuna autopsia viene effettuata».

Quali sono i punti emersi da tutta questa indagine?

«I due sulla Honda erano dei servizi o appartenenti a Gladio, anche il loro camuffarsi (il secondo aveva il passamontagna mentre chi guidava aveva il bavero del giubbotto alzato ndr.) non ha mai fatto parte del comportamento delle BR. I brigatisti hanno sempre agito a viso scoperto, in ogni operazione criminale. Sul luogo della strage diversi testimoni sentono pronunciare frasi in tedesco… L’ipotesi più probabile è che i brigatisti abbiano agito insieme a dei compagni della RAF (Rot Armee Fraktion ndr.), il gruppo terroristico tedesco.
In realtà, questi ultimi potevano essere altri infiltrati dei Servizi, professionisti in grado di compiere certe operazioni così delicate e complesse, da non lasciare in mano a dei giovani scapestrati con armi che si inceppavano spesso. La copertura, come quella degli uomini della Honda, in certe operazioni è fondamentale. Questo è il punto che i brigatisti continuano a tacere: l’idea di aver avuto il sostegno, seppure inconsapevolmente, dei servizi segreti. Un fatto del genere, se confermato ufficialmente, ridurrebbe significativamente la portata politica della loro missione e delle loro operazioni. Verrebbe insomma dimostrata la loro ingenuità e la loro inconsapevolezza nell’esser stati usati da una forza esterna, molto più forte e preparata, che ha saputo gestire la situazione di cui loro vantavano la pianificazione».

L’onorevole Giuseppe Fioroni, presentando le conclusioni dei lavori della Commissione Moro da lui presiieduta, ha affermato: «Quella che abbiamo saputo sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro è stata finora, una verità ritagliata, un abito costruito su misura, che ha tenuto fuori dal perimetro politico-giudiziario verità troppo grandi». Lei cosa ne pensa?

«Ha anche affermato con chiarezza che in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, non c’erano solo le BR ma anche altri terroristi che hanno partecipato all’assalto contro gli uomini della scorta di Moro. Due affermazioni che costituiscono una solida base su cui far leva per una nuova ricerca della verità».
(2 – Fine)

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