Il caso Moro e l’Honda anomala

42 anni fa, oggi, venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, rapito e ucciso dalla Brigate Rosse... ma, forse, non solo da loro

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Prima parte –
Il 9 maggio 1978, fu ritrovato a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, all’angolo con l’allora sede del Partito comunista italiano, il corpo di Aldo Moro. Il leader democristiano era stato rapito, il 16 marzo, da un commando delle Brigate Rosse che aveva sterminato la sua scorta di 5 uomini.

A distanza di 42 anni da quel giorno, nonostante vari processi, decine di sentenze e centinaia di inchieste, molti particolari di quel sequestro e omicidio non sono ancora stati chiariti.

Il professor Pietro Ratto, scrittore e filosofo, autore di molti saggi, ha dedicato un libro, “L’Honda anomala” (Bibliotheka) alla vicenda partendo dalla storia di un’indagine avviata a Torino, iniziata da una lettera anonima e proseguita attraverso l’acquisizione di indizi importanti che hanno portato l’ispettore della Digos, Enrico Rossi, a sconcertanti scoperte. Però, quando l’indagine sembrava arrivata a prove del tutto nuove rispetto a quelle già conosciute, “qualcuno” decide di far scendere il sipario prematuramente…

«Moro doveva morire» Dice, oggi, il professor Ratto: «Era deciso a priori. Ad aver stabilito questa sentenza sono stati gli americani. Non in senso governativo, ma certi gruppi di potere, a cominciare dalla Trilateral. Moro, durante la prigionia, attraverso le sue lettere, cita più volte la Trilateral…».

Cos’è la Trilateral?

«È un’associazione privata nata all’inizio degli anni ’70 per volontà di David Rockefeller, composta da politici, banchieri, grandi industriali, imprenditori della comunicazione e grandi editori, che avevano come obiettivo quello di favorire gli interessi economici e politici del Tri-latero, quindi delle potenze dell’area occidentale nordamericana, europea e giapponese, nei confronti del blocco sovietico. Poi diventa solo una centrale di potere. Nel 1978, però, siamo in una fase di forte aumento dell’ingerenza degli interessi economici americani, mentre Aldo Moro (con le sue aperture al Pci ndr.) cerca di mettersi di traverso rispetto a questa ingerenza, avendo capito la grande portata di ciò che si sta verificando. In ballo c’è la libertà e l’autonomia del nostro popolo».

Praticamente Moro è una vittima designata?

«Sicuramente. E da tempo. Ad attenderlo in via Fani, quel 16 marzo 1978, ci sono persone che difendono molteplici interessi. Ci sono “anche” dei brigatisti, ma chi compie materialmente la strage della sua scorta è sicuramente un professionista, uno del mestiere. Si tratta di gente altamente specializzata in operazioni speciali. La presenza di questa “Honda” sulla scena della strage, non è un fatto trascurabile ma fa parte di un disegno pianificato nei dettagli, proprio come si fa nelle operazioni speciali di tipo militare. Tutto deve funzionare come un orologio svizzero, niente è lasciato al caso. Un lavoro di alta professionalità, non certo da lasciare in mano ai giovani e inesperti BR. Uscire indenni, da un fuoco incrociato di armi automatiche che sparano 91 colpi, come accade in via Fani, senza colpire Moro, è veramente un fatto eccezionale. Pensi all’ipotesi di proiettili di rimbalzo o provenienti da altre direzioni, pensi ad eventuali reazioni emotive dello stesso presidente».

Sia quella mattina sia nei giorni precedenti il rapimento, si erano verificate cose strane?

«Tante, troppe. Che gli inquirenti non hanno voluto considerare. In quella mattina del 16 marzo, il figlio di Rossellini dai microfoni di Radio Città Futura alle 8,15 paventa che qualcosa di grave è nell’aria e sta per succedere. Diversi giorni prima, Mino Pecorelli, dalle pagine di OP “annuncia” l’assassinio di Moro proprio per il 15 Marzo… Nel mio libro parlo anche del militante G71 (Antonino Arconte), uno degli uomini di Gladio, all’inizio di marzo contattato da un suo superiore per ricevere un dispaccio che gli ordina di recarsi a Beirut e di portare dei documenti a un suo superiore, il colonnello Giovannone, del Sismi, affinché questo si attivi per la liberazione di Aldo Moro. Gli viene ordinato questo il 6 di marzo e il documento è addirittura datato 2 marzo. Moro, però, viene catturato il 16. Quindi ci troviamo di fronte a un documento che pianifica un’azione militare per liberare Moro ben due settimane prima che questi venga effettivamente catturato. La mia ipotesi è che, probabilmente, i servizi segreti si erano spaccati in due. C’era una parte fedele al governo, che aveva già ben chiaro il progetto e si attivava per tempo, poi c’era un’altra parte dei servizi, fedele invece agli americani (e a Giulio Andreotti) che aveva in mente un progetto diverso».

Oltre a questo, anche sul luogo della strage ci sono presenze strane?

«Il colonnello Guglielmi, per esempio, alto ufficiale del Sismi, presente all’angolo opposto di via Stresa pochi minuti prima della strage e riconosciuto da testimoni. Subito convocato ed interrogato circa la sua presenza sul luogo, il colonnello non poté smentire, riconobbe di essere stato lì a disse ai magistrati che stava andando a pranzo da un amico. Solo che erano le 8,40 di mattina: un po’ strano… Ma chi era deputato a investigare non approfondì adeguatamente. L’amico di Guglielmi era il colonnello Armando d’Ambrosio, che dichiarò agli inquirenti: “Guglielmi, si è presentato a casa mia poco dopo le nove, non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo. Si è intrattenuto per qualche minuto a casa mia ed è tornato in strada“».

Il colonnello Guglielmi si collega alla sua storia…

«Probabilmente, era sul luogo per vedere che tutto andasse secondo i piani. All’amico colonnello, prima di uscire, confidò che qualcosa di grosso stava per accadere.

Torniamo alla Honda

Questa motocicletta, come vedremo, è presente sul luogo con a bordo due uomini di Gladio. Non escludo che ce ne fossero altri, in altre zone del perimetro della strage. La presenza di almeno un’altra moto è stata accertata dall’ultima Commissione Moro. L’Honda viene notata da diversi testimoni oculari, compreso un ingegnere, che si trovava lì, a bordo di una Vespa, a cui uno dei due passeggeri della moto spara, spaccandogli il parabrezza. La cosa incredibile è che, invece, ancora oggi della presenza di questa moto si continua a dubitare. Per il semplice fatto che non è riconducibile al commando delle Brigate Rosse».
(1 – Continua)

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