Noi imprenditori: Gianluca dell’Antoglietta

«Ridurre la burocrazia e aumentare la velocità» nella erogazione di aiuti che non creino nuovo debito, solo così le aziende, azzerate dal lochdown, potranno riprendersi

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La famiglia di Gianluca dell’Antoglietta produce vino in Salento da diverse generazioni, sia dal lato paterno che da quello materno. Nel 2008, dopo un periodo nel quale si è dedicato a formarsi presso alcune tra le migliori aziende vitivinicole, dell’Antoglietta decide di occuparsi dell’azienda agricola di famiglia che, a Salice Salentino, ha circa 120 ettari.

Gianluca dell’Antoglietta

Vuole coronare il sogno della sua vita, ovvero quello di possedere una cantina sua, creare i suoi vini da vitigni autoctoni e commercializzarli direttamente con il suo brand. Nasce quindi all’insegna della tradizione Sanchirico, che porta il nome della masseria della famiglia materna e ha nel logo un simbolo circolare che, invece, rimanda alla storia di quella paterna.

I vini prodotti provengono tutti da vitigni autoctoni: Negroamaro, Primitivo, Susumaniello. Vitigno quest’ultimo abbandonato a causa della scarsa produttività ma recentemente recuperato in Salento grazie alle moderne tecniche di coltura. Ai quali si aggiunge il Fiano, non propriamente autoctono ma che in Salento è riuscito ad esprimersi in modo particolare.

Sanchirico è ancora una piccola azienda, molto focalizzata sulla qualità. Fattura 500 mila euro e impiega lavoratori stagionali che possono andare da un minimo di un paio nei periodi di minor attività fino a un massimo di 30 in quelli più intensi.

Dell’Antoglietta gestisce in prima persona le attività commerciali dell’azienda «La mia strategia è sempre stata basata sulla qualità del prodotto e su un rapporto il più diretto possibile con il cliente finale. I nostri prodotti sono particolari, vanno spiegati e capiti, quindi, ho puntato molto sul canale HoReCa, che ci permette di essere più vicini al consumatore».

L’azienda ha sempre registrato crescite anno su anno?

«Veniamo da un periodo molto positivo. I primi mesi di quest’anno ci hanno regalato un +35% rispetto all’anno scorso. Purtroppo, invece, a marzo e aprile il fatturato è calato del 98%. In pratica si è azzerato».

Come mai, al netto della crisi pandemica, un calo così drastico? Anche le altre cantine sono nella stessa situazione?

«Perché noi, come dicevo, abbiamo puntato sulla qualità e ci siamo affidati al canale che quella qualità riesce ad apprezzarla e a trasferirla al consumatore: ristoranti, enoteche, bar, alberghi. Il lockdown  ha determinato la chiusura praticamente di tutto il canale che servivo, quindi niente consegne e niente pagamenti».

Nemmeno ordini per la ripresa delle attività?

«Al momento, il problema vero è che i ristoranti non sanno ancora come riusciranno a riaprire. Molti non riusciranno a far quadrare i costi fissi con la riduzione dei coperti richiesta per adeguarsi alle misure di distanziamento sociale, quindi non sappiamo quanti dei nostri clienti decideranno di continuare. Inoltre il vino – ed i ristoranti – sono sinonimo di convivialità. Non possiamo sapere nemmeno come il pubblico reagirà alla riapertura: nessuno vuole andare in ristoranti che sembrano ospedali con i disinfettanti, i camerieri con mascherina e guanti monouso, le barriere in plexiglas. In Svezia, per esempio, dove non hanno attuato il lockdown, i consumi si sono comunque contratti notevolmente:la gente non ha voglia di ».

Quindi cosa ci aspetta secondo lei?

«Dovremo prepararci a nuove modalità di fruizione, aumenterà il take away, a pranzo si consumerà un panino fuori dal ristorante, vedremo. Noi ci dobbiamo preparare al peggio».

Ha pensato di rivolgersi ad altri canali?

«Il nostro vino non è un prodotto da GDO, per questioni sia legate al prezzo sia alla dimensione dell’azienda: non siamo ancora abbastanza grandi per confrontarci con loro. Un canale in crescita è l’online, soprattutto in questi mesi ha ovviamente aumento il suo potenziale, che però resta comunque limitato. Per noi potrebbe essere interessante in futuro».

Che misure ha messo in atto per superare questa crisi? Ha un piano per la sua azienda?

«Sicuramente, continuare a puntare sulla qualità e focalizzarci sulla strategia per il futuro. Per quanto riguarda il momento non possiamo far altro che attendere e capire che mercato troveremo. Tra l’altro gran parte del mio fatturato viene dalla Puglia, nel solco del fenomeno di regionalizzazione dei consumi di vino degli ultimi anni e, nel nostro caso, guidato anche dallo sviluppo del turismo in Salento.
Dobbiamo capire quanti turisti avremo, quanti ristoranti avremo, se riusciremo ad vere dei contributi. Devo pensare sicuramente a difendere l’azienda ma, anche e soprattutto, a darle una direzione per il futuro».

A cosa sta pensando?

«Sto pensando a differenziare la produzione, non solo vino ma anche altre colture e altri strumenti di sfruttamento agricolo delle nostre terre».

Intende trasformare le sue vigne in altro?

«No, questo non posso e non voglio farlo. Il vigneto è una coltura che non si può abbandonare, abbiamo qualche altro appezzamento non vitato che potremo utilizzare per uno sviluppo alternativo».

Delle misure adottate dal governo cosa pensa?

«Io ho approfittato solo dei 600 euro destinati alle micro imprese. Non credo che chiedere alle aziende di indebitarsi sia la soluzione, tanto più che, comunque, i tassi non sono proprio bassi. Una cosa del genere metterebbe in seria difficoltà il mio piano finanziario che adesso è comunque equilibrato».

Cosa avrebbe dovuto fare il governo secondo lei?

«Avrebbe dovuto agire subito, immediatamente. Sono stati lenti ed inefficaci, avrebbero dovuto sospendere immediatamente tutte le incombenze delle aziende nel periodo di lockdown: non solo leasing ma anche mutui, affitti, contributi, tasse. Tra privati, al nostro livello, i pagamenti sono stati sospesi automaticamente. Se i miei clienti non mi pagano io non posso pagare i miei fornitori e se proprio volessi essere pagato nessuno in questo momento riuscirebbe a ottenere un decreto ingiuntivo. Quindi il governo che, non dimentichiamolo, è nostro,”socio” al 30, 40, anche al 60% (visto le tasse che paghiamo ndr.) avrebbe dovuto capire e intervenire subito. Se noi chiudiamo anche e soprattutto quel nostro socio ha da perdere.
Tra l’altro, parlando della Puglia, veniamo da anni nei quali siamo andati avanti esclusivamente con le nostre forze. In passato abbiamo potuto godere dell’aiuto dei fondi comunitari e stiamo parlando di miliardi di euro. Da 4-5 anni molti bandi cui abbiamo partecipato sono saltati perché in Regione hanno sbagliato a gestirli e la UE ce li ha ritirati. Ma le sembra possibile?».

Lei cosa suggerirebbe?

«È chiaro che se vogliamo veramente fare qualcosa che abbia un senso non si può prescindere da contributi a fondo perduto. Sento parlare del 25% del fatturato perso ma chiaramente non ce lo possiamo permettere. Volendo rimanere con i piedi per terra penserei a una soluzione mista tra fondo perduto e finanziamenti a tasso zero e a lunga scadenza, senza troppi cavilli. Ma l’importante è la velocità nell’erogazione dei fondi: bisogna agire subito. Inoltre dobbiamo pensare che ci chiederanno di pagare l’anticipo delle tasse basato sui valori dell’anno scorso: come possiamo pensare che ciò sia fattibile? Bisogna approfittare di questo momento per rivedere il funzionamento dello Stato, è necessario ridurre la burocrazia e aumentare la velocità».

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