Una lettera qualunque

Lettere di un paese chiuso 70

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Intanto grazie per i vostri messaggi. Non avendo più età o salute per fare il volontario, l’aver fatto compagnia lo prendo come il mio volontariato, consapevole che aiutare aiuta di più chi aiuta che chi è aiutato: ho giocato con le parole, come quando si fa un sorriso per spezzare un silenzio imbarazzato.

Voglio aggiungere solo una cosa, che mi ha ricordato altre stagioni della mia vita, complicate. Di origini sono molto incasinato, e di carattere restio all’appartenenza a un gruppo, a una bandiera, a qualcuno. Però nella mia vita mi sono sentito meglio quando, in certi momenti, mi sono identificato con i sentimenti di altri, fossero pure sentimenti disperati. Mi è successo, da giovane, con il terremoto del Friuli o con la guerra civile in Salvador, e poi con gli assediati di Sarajevo o con i bombardati di Belgrado. Anche in occasioni straordinarie ma belle, come l’abbattimento del muro di Berlino, l’alzata di sbarre ai confini con la Slovenia, la risalita dei 33 minatori cileni.

Ma la gioia è passeggera, il dolore lascia cicatrici che non se ne vanno. E a volte fanno bene: ti accorgi che una persona era importante quando non c ‘è più. Tanto tempo fa, in un paese della Daunia, raccontai la storia dello scemo del villaggio ucciso dal branco. Si chiamava Giovanni.

Siccome era uno scemo a volte aggressivo, non c’era chi non lo evitasse. Ma quando fu ucciso, a tutto il paese mancò qualcosa. Non so se sia un limite o no, ma mi ci è voluto questo odioso virus per sentirmi milanese, io che milanese non sono. E sentirmi bergamasco, e bresciano. E napoletano quando qualcuno offende i meridionali, e quando De Luca sgrida i suoi. E pantesco quando penso alla serietà con cui sono rimasti a zero contagi. Il dolore, a volte, ti fa scoprire chi sei, che cosa hai dentro, com’eri cambiato senza accorgertene, prima.

E che fai parte, per quanto individualista e solitario, di una comunità. Quando mi scrivevano Giuseppe Verardi dall’Arabia Saudita, o Giuseppe Pigliacampo dal Kazakistan, ero loro grato, e mi veniva in mente una scena di un film poco visto. Non ne ricordo neppure il titolo, ma è la storia di un ragazzo del nord, milanese o veneziano, che va a cercare qualcuno in sud America. E a un certo punto c’è una scena – un cammeo, si dice – con Massimo Troisi che fa il barcarolo traghettatore sul fiume. Il protagonista non fa in tempo a dirgli tutto contento: “Ah sei italiano anche tu..” in quel posto assurdo e così lontano, che Troisi sbuffa:

“eh però se eravamo in un autobus a Roma, manco mi salutavi, a me terrone…”.

Traversando un’emergenza straniera siamo stati tutti più compaesani. Ecco, i drammi collettivi almeno a questo servono: ti fanno sentire che sei come gli altri, e gli altri sono come te, anche i grandi si ammalano, anche gli scrittori muoiono, anche gli sconosciuti sono simili a te. Per questo le ultime righe di questa lettera voglio dedicarle, come ho fatto altre volte, a persone qualunque, a caso. Perché mi è successo, sui marciapiedi vuoti di questo nostro deserto, di trovarmi come in un sentiero di montagna, dove o per la rarefazione delle persone o per le difficoltà del percorso, o per la gentilezza che la bellezza estrae in ciascuno, ci si saluta.

Sono persone che non conoscevo, ma mancheranno, oltre che ai loro cari, anche a me e a voi. Sia pure dentro a un numero così grande, nel bilancio finale, che diremo: è come se fosse scomparsa una cittadina intera…. No, ci saranno semplicemente dei vuoti, in ogni paese, in ogni città, in ognuno di noi.

Giuan Zinghì era all’anagrafe Giovanni Zingarelli, anni 73. E’ stato la ventiquattresima vittima di Carpenendolo, Brescia. Era socio dei donatori di sangue e dell’Associazione nazionale Carabinieri. “Dove serviva una mano, tu c’eri” , ha scritto il segretario del Gruppo Alpini.

Il vicesindaco ha scritto su FB : “Per te ho quindi soltanto grazie da dirti: sei stato un gioiello prezioso. Senza di te tutto sarebbe stato più grigio, difficile e triste per me. Un nemico invisibile ti ha portato via da qui, ma ho bisogno di sentirti ancora accanto… e sono sicuro che lo sarai da lassù». Quando diciamo “Lassù” di chi se n’è andato intendiamo dire, con pudore, il Paradiso. Ma Giuàn era anche un gran appassionato di montagna, e ognuno può interpretare come vuole.

Non sappiamo quale ambulanza l’abbia portato via l’ultima volta, se fosse la stessa che aveva guidato da volontario tante volte, o un’altra.

Pier Luigi Tolaini, 83 anni, era un emigrante di ritorno. Aveva lasciato la misera della Garfagnana , Toscana, negli anni ’50, quando ancora non aveva vent’anni. Biglietto in nave, solo andata, per il Canada, Provincia di Manitoba, città di Winnipeg. Ha cominciato facendo il camionista, e ha messo in piedi una delle più grandi aziende di trasporto del Nordamerica. Quando aveva sessant’anni ha sentito il richiamo delle radici. Ha venduto l’azienda, è tornato in Toscana e ha realizzato il suo vero sogno: fare del vino. Ha avuto successo di nuovo.

Lo chiamavano “Il gigante buono”. Ermanno Bollin aveva 65 anni, ed era agente della Polizia provinciale. Il suo compito era il salvataggio degli animali selvatici, feriti dai bracconieri, finiti sui fili dell’alta tensione, investiti dalle automobili. Se non trovava posto nei Centri di recupero, i primi giorni li teneva a casa sua, li curava lui: gheppi,, ibis, gufi reali.

Prima di entrare, nel 1989, nella polizia provinciale, aveva lavorato con i disabili e gli anziani, ma gli animali erano stati la sua passione nel tempo libero. Era stato capo scout, e aveva contribuito a fondare la prima sezione bresciana del WWF. Teneva lezione sugli animali ai bambini delle scuole. E’ morto dopo una settimana di ricovero.

Che ci siate andati o no, avete visto i suoi cartelloni. Perché Rosario Pisciotta, è stato per tanti anni responsabile della pubblicità della regina del circo, Moira Orfei. Era nato a Palermo, e a settembre avrebbe compiuto 82 anni. Ha avuto, inevitabilmente, un’esistenza circense: era ricoverato in una Casa di riposo a Napoli, e poi si era trasferito in una residenza per artisti di Scandicci, vicino Firenze.

Ma era residente a San Donà, provincia di Venezia, in via Gondulmera, dove nel suo giardino rimane un carro-roulotte in legno degli anni Cinquanta, e la sua grande collezione di cimeli circensi.

Era l’ultimo dei bergamini della Valle Imagna, bergamasca. Carlo Rota detto ‘ol Carlì de Ghèlm. I “Bergamin” o “malghés” erano detti così perché provenivano dalle valli bergamasche e dalle malghe, cioè i pascoli in quota dei loro posti d’origine. Quando gli ultimi temporali d’agosto segnavano la fine dell’estate e, a settembre, sulle montagne bergamasche cominciava a far freddo, le mandrie scendevano a svernare nel basso Milanese, nel Lodigiano, da dove erano salite in primavera.

La data di scadenza della permanenza in pianura era il 23 aprile, festa di San Giorgio, che segnava la scadenza dei contratti per l’utilizzo dei pascoli e delle stalle. In testa alla colonna c’era il capofamiglia, i figli con i cani pastori bergamaschi tenevano assieme le mucche, un carro in coda teneva gli strumenti per fare il formaggio, vitellini appena nati, la farina per la polenta, e le galline per le uova. Un mondo scomparso. Ad aprile quest’anno, ’ol Carlì se n’è andato con la colonna delle vittime del Covid 19.

La Brexit li preoccupava, sì. Lucio Truono, 43 enne di Giffoni Vallepiana (Salerno), viveva e lavorava a Londra, come orafo. Gli viene la febbre, va all’ospedale, lo rimandano a casa. E’ andato peggiorando, fino a morire. La sua grande passione era la musica e al paese era stato tra i collaboratori del Giffoni Film Festival. Non conosceva Luca Di Nicola, 19 anni, uno chef giovanissimo che veniva da Nereto, in Abruzzo. Anche lui era stato curato a casa, al telefono, paracetamolo. Di entrambi non sappiamo dove siano stati sepolti. Quasi come le vittime del Mediterraneo.

Ha insegnato sci a generazioni, quando ancora lo sci sembrava uno sport solo per ricchi. Angelo Castelli detto Josè, 83 anni, viveva a Sarnico, Il suo furgone Transit dalla metà degli anni ’70 fino ai primi anni ’80 prendeva le mosse all’alba della domenica, destinazione Passo del Tonale, carico di ragazzi che volevano imparare. Due ore e mezzo l’andata, il ritorno di più, per le code. Quando non andava sulle piste era nel negozio di articoli sportivi gestito dalla moglie. E d’estate ? Sul lago d’Iseo, a insegnare a sciare sulla quella neve liquida e trasparente, senza sciolina. Il suo orgoglio: le medaglie vinte nello sci nautico dalla figlia.

Inventava bicilette che sembravano uscite da un cartone animato, da un libro di fiabe, da un manuale leonardesco. Guglielmo Pedroni, 84 anni, aveva suonato nella banda del paese di Gussago, lo strumento che forse non è il più difficile, ma il più allegro : i piatti. Odiava andare in macchina e girava con i suoi mezzi fantasiosi che alla Festa dell’Uva esibiva con la gioia di un bambino. Il prossimo mese di settembre non si sa che festa sarà qui in Franciacorta. Distanze sociali, mi sa. Ma senza di lui, è un’altra cosa.

Se ne è andato sabato 4 Aprile, Sergio Bertino, 53 anni. Un ingegnere con un’inseparabile macchina fotografica e una grande passione per il jazz. Il Covid gli si è avvicinato nel modo peggiore: la sera del venerdì 13 marzo è mancata sua madre Colomba. Il 14 suo padre Franco. E in quello stesso giorno lui viene ricoverato. Lascia ricordi belli, non solo in famiglia, ma ovunque sia passato: la Scuola di Musica, il lavoro alla Tenaris, la multinazionale che donò i tubi per comunicare con i 33 minatori cileni sepolti vivi. In questi ultimi tempi il suo impegno era particolarmente dedicato alle bombole per lo stoccaggio e il trasporto di idrogeno gassoso ad alta pressione. E’ mancato in una terapia intensiva di Milano.

Vilminore di Scalve, Alpi Orobie, piange Angelo «Angilì» Tagliaferri: 92 anni, fondatore della Latteria Sociale Montana di Scalve, ma anche un nonno adottivo per chiunque volesse imparare a fare il formaggio. Per la festa dei cinquant’ anni della Latteria il paese aveva deciso di regalargli una targa. Erano arrivati sotto casa sua con i trattori, per fare un po’ di baccano. Li aveva fatti entrare tutti in casa: aveva voluto offrire a tutti un bicchiere di vino. Non so che targa metteranno sulla tomba, ma è facile che assomigli a quella che gli portarono sotto casa.

Giovanni Gastaldi lo conoscevano tutti quelli che avevano fatto il liceo Monti di Chieri, Torino. Era il bidello. Sempre sorridente. Gran tifoso del Toro. Sul sito del liceo lo ricordano così: «Ciao Giovanni, le parole dedicate a te, Giovanni, non possono che iniziare così, con il “ciao”, forte e sonoro con cui ci accoglievi ogni mattina, seguito dal nostro nome. Sì, perché tu i nostri nomi li conoscevi tutti e li conservavi nel cuore. Se pensiamo a te, a tutti noi vengono in mente parole come garbo, gentilezza, disponibilità. Ciascuno di noi conserva una immagine dolce e delicata di te, di quello che sei stato con noi. Ciao, Giovanni non ti dimenticheremo, per sempre nei nostri cuori».

Grazie per tutti i messaggi di ieri, scaldano il cuore. Voglio citarne solo uno, perché è ottimista, e perché parla di bambini. Io ho voluto parlare poco di bambini, in queste lettere, saperli chiusi mi rabbuiava, e le pallonate sul muro del cortile sotto casa mi ricordavano i noccioli di pesca strusciati all’infinito contro i muretti della colonia, giochi da cuccioli in gabbia. Il messaggio è di Alessandra Perini, una mia concittadina che non conosco.

“ Io che ho continuato a lavorare, che dopo le prime due settimane di chiusura ho evitato i telegiornali, grazie a lei ho in parte capito come si viveva questo paese chiuso. Ha citato il terremoto del Friuli: io c’ero. Al di là dell’immane tragedia, è stato il periodo più bello della mia vita di bambina.

La vita all’aria aperta, il susseguirsi di giorni e notti regolati dalla natura più che dalle consuetudini giornaliere, il senso di comunità con i vicini di casa e l’affetto che tutti gli adulti dimostravano verso noi piccoli. Ecco, ai bambini del lockdown auguro negli anni a venire di riuscire a ricordare questo periodo passato in casa assieme ai congiunti (uso volutamente questo termine) come uno dei più felici della loro infanzia. Rimarrà sempre nel loro cuore un senso di impotenza verso qualcosa di improvviso ed incomprensibile così come è rimasto nel mio il ricordo dell’Orcolat ma spero ci sarà spazio anche per il ricordo dell’amore incondizionato che hanno ricevuto in questo periodo in cui le attenzioni erano tutte per loro. Mi mancheranno le sue lettere, mi mancherà la sua saggezza, mi mancheranno le sue storie. Grazie Toni e mandi da Udin!“
Devo solo due spiegazioni. Mandi è il saluto friulano e credo di sapere che derivi da Mane Diu, che Dio sia con te (mia nonna napoletana si raccomandava più da donna a donna: a Maronna t’accumpagne Tonì).

L’Orcolat è la raffigurazione fiabesca del Terremoto che scuote la terra, scrollandosela di dosso. Ma gli uomini, tutti, hanno il coraggio per farcela, come canta James Blunt. Mi piace, perché il video racconta il mondo. E perché lui stava al comando di un reparto britannico in Kossovo, quand’era militare di professione. E dunque sa che il coraggio non esclude la paura, non si vergogna delle debolezze, non vieta le lacrime e i sorrisi.

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