Penultima lettera, per sax e violino

Lettere di un paese chiuso 70

715 Accessi unici
Tempo di lettura 15 minuti

Quella di domani sarà l’ultima lettera da un paese chiuso. Com’è giusto perchè sarà un paese semichiuso, o semiaperto, fate voi. Perché ci affacceremo alla porta di casa come in quelle giornate incerte se mi porto l’ombrello o no, e il meteo è diverso da regione a regione. Come è ovvio che sia, perché le lettere sono nate per farmi e per farci compagnia nel confino, e adesso entriamo in qualcos’altro. Ma siccome non sopporto il sapore delle ultime cose, voglio che la lettera di domani non debba essere un ‘ultima lettera, e sia invece una lettera di un giorno come gli altri. Più semplice scrivere la penultima lettera.

Innanzitutto vi ringrazio. Sì, credo che prima o poi sarà un libro, ma sarà incompleto. Per esserlo dovrebbe comprendere tutti i commenti, i messaggi e le lettere che avete scritto voi. Sono fiero di due cose, una è stupida, l’altra è importante.

Quella stupida è di essere riuscito ad andare controcorrente, scrivere cose lunghe come le lettere di una volta, in un mondo di singulti veloci. Questo, in qualche modo, è figlio non solo di un vezzo antico e di una qualche inabilità mia a essere al passo con i tempi, ma anche di questa pessima emergenza, che almeno qualche cosa di buono ce lo ha insegnato.

Dove andiamo, sempre di fretta ? Ho letto molti anni fa un libro che oltre a essere bello, mi ha insegnato qualcosa che ho provato a conservare. Il libro è di Sten Nadolny, e si intitola La scoperta della lentezza. Del valore della lentezza si sono occupati in molti, da Calvino a Sepulveda. Ma il libro di Nadolny narra una storia vera. Quella di un bambino lento, che fatica a giocare con i suoi compagni, che è sempre in ritardo nella vita e che proprio grazie a questo suo limite diventerà un grande esploratore. Forse il lockdown, come lo chiamano, almeno questo ci ha lasciato: la maestria di provare a governare il tempo, di non farci sfuggire i piccoli gesti, le cose che prima davamo per scontate. Abbiamo avuto molto tempo vuoto. Fin troppo, da vertigine. Ma anche il solo constatarlo ci aiuta a far sì che non sia il tempo a governare le nostre vite frettolose, dopo.

Quella importante è che ci siamo rispettati, e abbiamo provato a capire, non siamo appartenuti a questa o a quella bandiera, ma a noi stessi. Non è semplice, ma è successo questo: che i pochi urlatori, odiatori, insultatori non sono stati bloccati o bannati, come si dice. Hanno dovuto rassegnarsi al fatto che non era il posto per loro, non c’era gusto, era noioso, e se ne sono andati altrove. Questo è merito di tutti voi, ognuno con le sue idee, e qualche volta con il lusso di non sapere cosa dire su una questione (a volte, quando mi capita di dire che non so davvero cosa pensare di qualcosa, sento davvero il profumo della libertà, della curiosità, della disponibilità a sentire le ragioni altrui…).

Abbiamo scoperto che a volte il Mi piace è un limite, che qualcosa mi piace e qualcosa no, che si può essere d’accordo un giorno e in disaccordo il giorno dopo, che la logica binaria dello schierarsi, impoverisce quella meravigliosa e avventurosa parte della conoscenza che è il dubbio. Il giorno che penserò di sapere tutto, o di saperla più lunga di qualunque altro, e non sarò curioso e capace di ricredermi, ecco quel giorno sarò davvero anziano (la parola vecchio, invece, mi piace). Diciamo che siamo stati, insieme, una piccola e modesta rarità, al tempo dei social.

Aver usato i social in un momento di distanziamento forzato ci ha fatto bene. Molte lettere che ho ricevuto mi hanno raccontato di momenti difficili, e storie dure. Non sapevo cosa dire, spesso, se non ricambiare la confidenza con un abbraccio. E’ stato un piccolo buco della serratura nelle nostre stanze chiuse, uno sguardo dalla finestra. Ma adesso è il momento di tornare a quel po’ di privatezza cui tutte le vite hanno diritto. Raccontare che mio genero è risultato negativo al tampone, oggi, o che tra un mese la mia nipotina fa un anno, o che il mio figlio più piccolo ha passato bene un esame universitario o che io mi sono scoperto più sordo del previsto, senza il labiale e a distanza di più di un metro, è, in fondo, privo di interesse.

Certo, si può commentare la sfida al coronavirus, e le storie che lo accompagnano, o il dibattito politico. Le mie perplessità non le ho nascoste, ma la cosa che adesso mi preoccupa di più – e mi preoccupa la distanza di una classe politica che ha esperienza, come me, solo di parole – è il lavoro, l’economia, e una crisi globale, con il nostro paese aggravato da patologie pregresse, per dirla con il linguaggio cinico delle statistiche.

E cosa sembra tutto questo affannarsi attorno ai sondaggi e alle bandierine, se pensi che un mondo è finito, e sarà un mondo diverso, nel lavoro, negli spostamenti, nel commercio, nella cultura…. Solo la politica resta uguale ? Solo da noi tutelare salute ed economia diventa una gara – operazione riuscita perfettamente, ma il paziente è morto – e non una sfida comune ?

Ho stretto qualche amicizia nuova o riallacciato qualche legame antico: un infermiere, un prete, un compagno di classe delle elementari e un commilitone di naja, gente comune in mezzo a qualcosa più grande di tutti noi.

Naturalmente non ho dubbi nel dire chi siano stati gli eroi, e i due video che ho scelto, la violinista sul tetto di Cremona e il saxofonista nel vento di Padova sono un omaggio a loro. Siccome è facile cadere nella retorica, voglio invece farvi conoscere le parole di un primario di terapia intensiva in Lombardia:

“In una Rianimazione COVID è tutto ancora più duro: il numero e la complessità dei pazienti, pochi riposi, la fatica emotiva dell’emergenza protratta, la comunicazione difficile con i familiari dei pazienti, il lavoro con i dispositivi di protezione individuale ed il timore di portare a casa il contagio. Questa emergenza avrebbe potuto travolgerci, ma è stata invece l’occasione attraverso la quale tutta l’équipe ha dimostrato passione professionale, competenza tecnica e coinvolgimento civile. Il team-work, la consapevolezza situazionale, la corretta comunicazione nelle crisi e la capacità di fronteggiare stress e fatica nelle situazioni più drammatiche sono tratti essenziali della nostra Specialità e ci caratterizzano. Le chiamiamo non-technical skills, ma non sarebbero bastate senza quella responsabilità reciproca, la capacità di affidamento e una certa forma di dolcezza che è progressivamente affiorata tra le difficoltà di questa sfida ed ha aiutato ciascuno di noi a farvi fronte…..

Con l’emergenza COVID siamo passati dal concetto di “Rianimazione aperta” che coinvolge tutto il nucleo familiare nel processo di cura ad una condizione di completo isolamento sociale che rende molto complessa anche la comunicazione con i familiari. Usiamo il telefono, chiamando almeno una volta al giorno e in caso di aggravamento: si informa e ci si informa, si rassicura, si raccoglie il pianto. E’ un’attività che richiede tempo che cerchiamo di dedicare, ma è capitato di essere stati sopraffatti da altre urgenze. Manca il contatto visivo, ma c’è sempre empatia e partecipazione.

Se il paziente è cosciente e lo desidera organizziamo videochiamate con i familiari. Spesso raccontiamo al paziente i messaggi che i familiari ci chiedono di riportare o leggiamo le loro lettere. Di alcune lettere siamo noi i destinatari, le famiglie che ci ringraziano anche quando le cose non vanno
bene o ci raccontano il loro caro prima del COVID o dopo la guarigione. E quando accade è una ricarica dalla fatica fisica ed emotiva.”

I drammi, come le guerre, mettono a nudo un paese, nel bene e anche nel male. E’ un paese, il nostro che ha dei problemi: l’esagerazione della correttezza politica. Mi ricordo il tempo del pericolo razzista, per me irrisorio. Adesso emerge che a Milano solo lo 0,1 dei cinesi è positivo.

Si sono inabissati come sommergibili nella quarantena prima di noi, quando noi ancora insistevamo a mangiare gli involtini primavera: avete sentito qualcuno addebitargli, ciò che sarebbe ingiusto, il peso di un contagio toccato a noi ? Il peso immane della burocrazia, permessi e autocertificazioni, leggi e decreti: se il ponte di Genova è stato ricostruito presto è stato perché una legge ad hoc ha dribblato la giungla delle norme.

Il giustizialismo brutale, che guarda indietro e non avanti: si indigna perché qualche vecchio mafioso malandato viene mandato a casa, e non si preoccupa dello spazio che, a banche riluttanti, viene lasciato all’usura mafiosa. Il fardello delle ideologie, che ammansiscono o eccitano, a seconda che governino i tuoi oppure gli altri. Aveva ragione Renzi a dire: vi immaginate se ci fosse stato Berlusconi al governo ? Che rivolte di piazza ! Aveva ragione a dire: ci siamo indignati quando Salvini chiedeva pieni poteri, li diamo a adesso a Conte ?

Ma quello che dovevo dire l’ho detto. Qualche sassolino resta nelle pantofole ? Sì.
Un’ultima cosa. Non mi è mai piaciuto, anche prima, una specie di linguaggio involontariamente gladiatorio: ce l’ha fatta, ha vinto, non ce l’ha fatta, ha perso la sua battaglia con la malattia. Dovremmo festeggiare ogni guarigione, e piangere ogni morte con più umiltà, senza dare giudizi e stilare pagelle al mistero della vita e della morte. Renzi l’altro giorno è arrivato perfino a dire quello che i morti di Bergamo e Brescia si augurerebbero. Credo che vorrebbero essere lasciati in pace, lontani dalle lotte di potere, e al massimo si preoccuperebbero per le vite dei loro cari, dei figli, dei nipoti, del mondo che verrà e non è più il loro. Io ho sempre pensato che in qualche modo i miei vecchi mi proteggano, come quando ero bambino e meglio di quanto io abbia saputo fare con loro da vecchi.

Non hanno avuto funerali, quelli che sono andati avanti. E se dovessi arrogarmi di dire una sola cosa che non mi lascia in pace, è quell’addio distante. E anche quella visita frettolosa e nervosa e tardiva del Presidente del Consiglio, a Bergamo. Non posso dimenticare che il Presidente della Repubblica Mattarella, quando i signori della correttezza politica ritenevano che il nemico da cui guardarsi fosse il razzismo, e non il virus, improvvisò una visita a una scuola multietnica a piazza Vittorio, a Roma. Non fu un male, ma non serviva.

Il 25 aprile è andato all’altare della patria, una immagine indimenticabile, lui che scende solo, con la mascherina. Avrei voluto vederli, il nostro Presidente della Repubblica e il nostro Presidente del Consiglio, una sera di marzo, fermi e in silenzio a salutare quei convogli di morti ignoti che lasciavano Bergamo. Sarebbe servito.

Sì, sono anche un po’ stanchino, come diceva Forrest Gump dopo aver traversato di corsa l’America. Scriverò quando mi viene e quando mi capita, devo sbrigare qualche piccolo lavoro, fare le visite mediche saltate, e provare a raggiungere, prima o poi, il mio ritiro isolano. Fare un po’ di quarantena all’arrivo, ormai sono uno specialista, fare un bagno in mare, guardare il cielo la notte, mangiare un’insalata pantesca, e cercare di non sentire la mancanza di questi terribili mesi.

Dopo il terremoto del Friuli, dopo quell’estate calda e disperata, capitò a tanti di noi, nel lungo inverno della ricostruzione, di rimpiangere a bassa voce, con il rispetto verso coloro che erano morti, le speranze, la rabbia, le parole concitate di quell’estate, quando tutto sembrava impossibile e possibile allo stesso tempo.

https://www.youtube.com/watch?v=f8XCDISKwEI

Lascia un commento