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Noi imprenditori: Angelo Mucelli

Angelo Mucelli è riuscito, partendo dalla piccola azienda artigianale di famiglia e superata una grossa crisi nel 1996, a formare un piccolo gruppo di aziende attive nella filiera dei complementi d’arredo.

Angelo Mucelli

La sua nicchia di mercato è quella dei “salva spazio”: un catalogo di sgabelli snodabili, sedie e tavolini pieghevoli e quant’altro possa permettere di occupare il minor spazio possibile a riposo pur mantenendo la sua funzione inalterata.

Il suo gruppo, l’Arsenale sas di Musile di Piave, fattura circa 10 milioni e dà lavoro a 55 addetti. Gli affari andavano bene: grazie alla qualità dei prodotti e alla pazienza nel competere con i cinesi, Mucelli ha visto il suo fatturato crescere del 25% nel 2019.

La sua è un’azienda di nicchia, non particolarmente digitalizzata. «Non credo molto negli strumenti digitali per la mia azienda. Sono utilissimi per altre realtà ma noi ci conosciamo tutti e preferiamo lavorare ancora con quel che ci rimane della nostra umanità».

Non si tratta di una chiusura tout court all’innovazione: «anni fa la nostra responsabile amministrativa si è dovuta spostare per un anno intero in Danimarca. Ho cercato di capire se fosse meglio assumere un’altra persona ma, alla fine, ho preferito tenere lei e dotarla degli strumenti per lavorare da remoto. Ha funzionato tutto bene ma, in realtà, ho dovuto dedicare una persona qui in azienda a fare da interfaccia a lei che non c’era».

«È chiaro che questi strumenti sono efficaci solo in un contesto di digitalizzazione diffusa in azienda». Le vendite fanno capo a un paio di addetti commerciali che gestiscono una cinquantina di agenti plurimandatari in tutto il mondo. Hanno un sito e dei profili social che utilizzano principalmente per presentare i propri cataloghi e promuovono la loro attività tramite la presenza in 4 fiere ogni anno.

Quindi un archetipo delle PMI italiane: grande creatività, focus sulla qualità, molto lavoro, collaboratori fedeli e metodi di lavoro collaudati che si presterebbero bene a progetti di trasformazione digitale di cui però, al momento, non sembrano sentirne la necessità.

Da inizio aprile le attività di Arsenale sono bloccate. Mucelli prevede una flessione del 30% del giro d’affari a fine anno, e non prevede di crescere il prossimo. A ciò si somma un danno da 1,2 milioni del volano finanziario dovuto al fermo attività. A parte tre dipendenti che si occupano di quelle poche attività residue e destinate a quei codici ATECO che sono stati mantenuti aperti, i rimanenti sono in cassa integrazione.

«Non hanno ancora visto un euro – racconta Mucelli – ma so che l’INPS ha preso in carico la nostra pratica anche se non mi hanno saputo dire quando riusciranno a pagare». Arsenale ha costi fissi per 5000 euro al giorno e avrebbe bisogno di aiuti finanziari per far in modo che l’azienda possa sopravvivere alla crisi.

Pensa che il governo stia prendendo le misure corrette per aiutarla?

«Vede, il problema non sono le misure ma l’incertezza. Il fatto di non avere informazioni certe sia sull’iniezione di liquidità sia sulla durata del lockdown, rende molto difficile fare previsioni. Molti di noi devono decidere cosa fare. Vendo la casa al mare per salvare l’azienda? Quanto della mia azienda posso salvare? A quante risorse dovrò rinunciare? Noi piccoli imprenditori sappiamo bene che siamo sempre e comunque a un giorno di distanza dal perdere la casa ma, almeno, possiamo prevedere delle misure perché siamo in grado di prevedere cosa può andare male e siamo abituati a gestire il rischio».

Il pacchetto liquidità previsto dal governo potrebbe risolvere le cose?

«Io avrei diritto a un finanziamento del 25% sull’ultimo fatturato, oppure 2 volte l’ammontare del costo del personale. Quindi, nel mio caso, tra 2,5 e 2,8 milioni. In realtà me ne servirebbero solo 1,3, non ne voglio di più. Quello che serve è la certezza dei provvedimenti. Le banche in ogni caso non saranno pronte prima di metà giugno e, per quel momento, sarà troppo tardi per molti di noi. In Germania forniscono già 50mila euro a fondo perduto per tre mesi ad aziende come la mia».

Che azioni suggerirebbe al governo?

«Mi rendo conto che non siamo la Germania. Quello che serve è decidere e agire, magari con meno risorse, ma certe. Mi sento invece di suggerire a voi, che fate comunicazione, di spiegare bene il problema, aiutare la gente a orientarsi in questo caos e seminare buon senso. Chiarire che il problema che abbiamo è che il servizio sanitario non era preparato. Invitare tutti a risolvere la situazione con il buon senso, non con i giudici».
(2 – Continua)

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