Il modello 470 e il bacio della liberazione

Lettere di un paese chiuso 69

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Intanto buon primo maggio, a tutti ma di più a quelli che hanno lavorato, in questi tempi. Specie alle infermiere, e alla fine spiegherò perché.

Se il grande Basaglia, l’uomo che abbattè le mura dei manicomi, tolse la corrente agli elettrochoc, e gettò le camicie di contenzione, tornasse tra noi, farebbe chiudere il mondo. L’America di Trump che supera, come racconta Federico Rampini, i sessantamila morti, il numero altamente simbolico dei caduti in vent’anni di guerra in Vietnam. Il sindaco newyorchese Di Blasio che interrompe il funerale di un rabbino a Brooklyn, o forse i 2500 fedeli che pretendevano di celebrarlo. La Svezia, che in due giorni passa da avventuriera della immunità di gregge a “modello di convivenza con il virus”, secondo quell’organizzazione Mondiale della Sanità che a gennaio ci rassicurava, tutto ok, possiamo andare e tornare da Wuhan, niente pandemia. In Svizzera sospendono il divieto di effusione tra nonni e bambini sotto i dieci anni: non sono portatori. Beati nonni svizzeri, cioccolata e vieni in braccio.

A proposito di modelli, quello italiano è singolare, tanto che vorrei cominciare a chiamarlo non modello 740 come quello delle tasse, ma modello 470, come il numero degli esperti di governo. Il modello 470 è quello in cui la Costituzione può essere sospesa, basta che si dica, e il Quirinale confermi e il Parlamento si adegui, che non è sospesa. Per essere semplici, nella Costituzione non c’è neanche una volta la parola “emergenza”. E poteri straordinari come quelli che il Governo si è attribuiti sono previsti – art. 78 – solo in caso di guerra.

Va bene, è una guerra contro il coronavirus, pazienza. Come siamo andati alla guerra, nel modello 470 ? Con due vizi italiani e una virtù: il fare di ogni occasione una campagna elettorale, l’essere in ritardo, e il saper improvvisare. Dicono: poverino Conte. A me sembra sia andato di corsa a mettere il collo sotto la ghigliottina, apprestandosi entusiasticamente al ruolo ingrato (“non sarò un Cincinnato”, aveva detto), abbia occupato la televisione e l’emergenza con l’improvvisazione di un liceo autogestito. Dicono: avrei voluto vedere qualcun altro.

Io no: adoro il discorso del leader dell’opposizione portoghese: stai al tuo posto, da oggi niente più opposizione, ma collaborazione. Ma ve l’immaginate cosa sarebbe successo se Conte avesse concordato una strategia con l’opposizione, se avesse preso le decisioni confortate dal dibattito parlamentare e condivise dall’opposizione, assumendosi lui il ruolo di guida, ma tutti il ruolo di classe politica responsabile chiamata a fare il bene del paese, vi pensate come sarebbero i nostri giorni se non ci fosse una campagna elettorale sui nostri giorni, governatori di centrodestra e governatori di centrosinistra ? Se avessero deciso insieme, condividendo successi ed errori, invece di darsi battaglia ? Si, però, la celerità delle decisioni…. già, infatti il decreto Aprile slitta a maggio, e qualche volta sono stati così celeri che arriva prima nelle case degli italiani con valigia pronta, che nelle aule parlamentari.

E gli scienziati ? Gli scienziati, abbiamo capito che stanno studiando, e le risposte raramente possono essere come i giochi televisivi, sì o no. Ci sono molti forse, e molte vanità, e molti conflitti tra ego: Conte non è l’unico ad essersi innamorato della persona sbagliata, cioè se stesso, lo statista che ci mancava. E l’informazione ? Molte truppe cammellate, dall’una e dall’altra parte. Che del resto assomigliano ai loro lettori, cioè a noi. La Germania allenta le misure, e migliaia scrivono che il contagio risale come una freccia, senza accorgersi che i tempi di incubazione restano di quattordici giorni. Ma serve a dimostrare che Fontana e Zaia scherzano con il fuoco. C’è anche molta informazione di servizio, questo sì, inevitabilmente avara sui dettagli (gli ascensori condominiali chi li sanifica? ) ma anche su questioni più importanti, metti le app di tracciamento.

Volontarie, ok. Ma spiegassero come funzionano: io mi registro, e un giorno segnalo che ho il Covid 19. Il telefonino avverte chiunque mi sfiori che ha sfiorato il Covid 19. A parte che mi immagino gli sguardi indagatori tutto attorno, dov’è lo sconosciuto nella folla, che cosa faccio ? Ho il diritto al tampone, come un bonus ? E se io contagiato, per evitare multe e per disprezzo civico non mi segnalo ? Forse sono io che non capisco, o forse il diritto alla privacy è inconciliabile con la tracciabilità. Infatti, quello sì, l’ho capito, se dal 4 maggio mi fermano, tu dici: vado da un congiunto. Quale congiunto ? Solo il grado, niente nomi e cognomi, comodo. Mi sembrano, questo decreti, le regole dei giochi da bambini: facciamo che, oppure tre corner un rigore.

Ma inevitabilmente si respira un’aria di piccola liberazione. Stavo attraversando una strada, ieri mattina presto, e ho dovuto fermarmi al giallo, perché c’erano già molte auto pronte. E’ partito per primo un furgone, e nonostante la mascherina ho sentito l’odore della sgasata, come ti succede quando sei in montagna. Era l’odore acre della libertà, come il napalm al mattino, non è finita del tutto, ma si inizia a ricominciare.

Non sogno il mondo della donzelletta che vien dalla campagna, i fenicotteri rosa e i cinghialetti in città, e i rii di Venezia puliti, tutte bellezze da ricchi alternativi. Amo animali e natura, e quando posso prendo il largo. Ma conosco il silenzio delle città abbandonate, dell’erba che cresce dove c’erano fabbriche, della ruggine, delle macerie, delle porte che sbattono al vento. L’uomo sa essere terribile, ma anche il mondo senza di lui, senza le sue voci e le sue stupidaggini. Deve solo provare a esserlo di meno – sarà difficile con la plastica che consumeremo in guanti di tutti i colori – non sparire, o chiudersi in casa per la paura di se stesso.

Da lunedì, e non conta la regione, le strade e i marciapiedi saranno più rumorosi, e il silenzio apparterrà alle serrande, alle vetrine, e non sai quante si alzeranno e si illumineranno ancora. Mi sembra la Liberazione di Trieste, quel 25 aprile cui seguirono i quaranta giorni dell’occupazione titina, foibe e processi sommari. Non è che venissero da una vacanza – la Risiera, i lager, i bombardamenti – ma la voglia di far festa passò in fretta. Le apparenze ingannano.

C’è una fotografia famosa che racconta la fine della guerra, scattata a Times Square, che adesso è vuota e allora, il14 agosto 1945, alle 17.51 era piena di gente in festa. In quella fotografia il marinaio George Mendonsa bacia l’infermiera Greta Zimmer Friedman, quasi un casqué.

Scattata da Alfred Eisenstaedt, con una Leica, venne pubblicata da Life e divenne la foto simbolo di quel tempo, il mondo nuovo che vince sul vecchio: dai cognomi, il fotografo era di origini tedesche, la ragazza ebrea, il marinaio ispanico. Non sapevano, i due, neanche il nome l’uno dell’altra, non si conoscevano.

Lei lavorava da un dentista lì vicino, lui faceva bisboccia, e si baciarono. Lei, che è morta nel 2016, a 92 anni, ha raccontato «Quell’uomo era molto forte. Io non lo stavo baciando. Fu lui a baciare me». E la lettura della foto, in anni di Mee too, cambiò la fotografia stessa. Non proprio un processo alla storia, ma almeno alle apparenze. «Arrivammo a Times Square – ha raccontato lui alla CNN – quando vidi l’infermiera. Avevo bevuto qualche drink, ed ebbi l’istinto di afferrarla». Il fotografo, morto nel 1995, raccontò:

“ ho visto un marinaio che correva lungo la strada afferrando qualsiasi ragazza vedesse. Che lei fosse una nonna, robusta, magra non faceva differenza. Stavo correndo davanti a lui con la mia Leica guardandomi indietro, ma nessuno dei possibili scatti mi piacevano. Poi, all’improvviso, in un lampo, ho visto che afferrava qualcosa di bianco: mi sono girato e ho cliccato nel momento in cui il marinaio baciava l’infermiera. Se lei fosse stata vestita con un abito scuro non avrei mai preso l’immagine. Lo stesso se il marinaio avesse indossato una divisa bianca”.

Scattò quattro immagini, a raffica. Solo una era buona. Ma Eisenstaedt non fece a tempo a segnarsi i nomi del marinaio e dell’infermiera. Così, nel corso degli anni, ci furono molti a pretendere di essere loro, il marinaio e l’infermiera di quel giorno, che del resto non si vedevano bene in volto.

Non so che foto faranno lunedì 4 maggio, se qualcuno che va a trovare un congiunto o un congiunto che pretende di andare a trovare qualcuno, se incontri casuali durante la corsa di due runner liberi, felici e single, potranno diventare relazioni stabili. Sarà una mezza liberazione, via. E lo stesso lunedì 18 maggio, e lo stesso lunedì 1 giugno: sono lunedì, con quel sapore di festa o di dramma finiti, e non si sa come va la settimana. Per non illudermi fotograferei qualcuno di spalle, che guarda una vetrina spenta. L’unica cosa davvero certa è che non sarà un bacio, in questo ballo in maschera di debuttanti di una prudente, timida e impaurita normalità.

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