Covid-19 ha fatto un’altra vittima: la democrazia

Il gotha degli intellettuali si interroga sulla deriva illiberale dei sistemi democratici, tra globalizzazione e turbo-capitalismo

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Qualche giorno fa sulle pagine culturali de Il Giornale campeggiava la scritta “Democrazia Addio” seguita dalla triste sentenza: “2020 l’inizio di una nuova epoca”. Segue l’analisi di Alessandro Gnocchi che collega più punti sullo stradario della storia. Le tappe cardinali di questo tortuoso percorso: il 25 aprile 1945 conclusione del secondo conflitto mondiale, il 9 novembre 1989 la caduta del muro di Berlino, l’11 settembre 2001 l’attentato alle torri gemelle, e i giorni nostri, i giorni della pandemia di coronavirus che colpisce, indistintamente, ogni longitudine e latitudine del globo.
Tappe e percorsi che hanno portato a una profonda modificazione della società.

Molti sono gli autori che si scagliati contro il progresso. Guy Debord, filosofo situazionista francese, ne La società dello spettacolo afferma: «Il sistema economico fondato sull’isolamento è una produzione circolare dell’isolamento». Ed è proprio l’alienamento ai domiciliari che abbiamo affrontato negli ultimi 60 giorni e chissà fino a quando ancora, che esalta la segregazione del capitalismo.

«Dall’automobile alla televisione, tutti i beni selezionati dal sistema spettacolare sono anche le sue armi per il rafforzamento costante delle condizioni di isolamento delle “folle solitarie”». Uomini soli totalmente evirati dalla loro componente comunitaria, gettati in pasto al consumismo.

In quest’ottica si inserisce l’accelerazionismo che punta, la propria ricerca filosofica, alla crescita smisurata del capitalismo in modo da vederne la sua implosione. Per Nick Land, pensatore britannico, il capitalismo avanzato è caos controllato, dove l’uomo perde la propria centralità in una lotta impari con la tecnica.

Analizzato il problema dell’oggi, studiosi come Giorgio Agamben si sono spinti più in là. In uno scritto apparso sul sito della casa editrice Quodlibet, dal titolo L’invenzione di un’epidemia, l’accademico romano riflette: «L’altro fatto, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale».

Sconvolti in un flusso di coscienza senza sosta, dal crollo del World Trade Center al 2020, abbiamo destinato ai governi l’opera di controllo dove «la limitazione delle libertà (…) viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza».

Sempre nel citato articolo viene lasciato campo aperto alle teorie di Slavoj Zizek che, invece, vede nel Covid-19 i limiti del populismo: «Gli Stati Uniti si possono salvare solo con il coordinamento globale. Non sono un utopista, non invoco una solidarietà idealizzata tra esseri umani. Ma la crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell’interesse di ciascuno di noi».

Le sirene di un comunismo rinvigorito fuso con l’armatura (di argilla?) del capitalismo, il più grande nemico dell’umanità, hanno impresso, da Jalta in poi, il dominio dell’economia sulla politica liberando le forze incontrollabili dello “sterco del demonio” il danaro, per dirla alla Massimo Fini.

È in questo scenario che si consuma la crisi dei democratici arrovellati davanti alla deriva illiberale della democrazia stessa. «Si temeva un nuovo Hitler e invece è arrivato un virus. E nessuno sa cosa fare, per l’oggi e per il domani». Questa la sentenza di Alessandro Campi, politologo dell’Università di Perugia.

Per molti la strategia del “tutti a casa” attuata dal primo ministro Giuseppe Conte ha mostrato una totale assenza di idee e strategie consegnando la post-democrazia alla sospensione dei diritti, DPCM dopo DPCM e conducendo gli italiani verso uno stato di polizia conclamato. Ed è qui che si apre, anche all’ombra della App Immuni, l’infinito dibattito tra salute e libertà. Tra sicurezza e sanità.

Addio democrazia, quindi? Mutuando le parole di Theodore J. Kaczynski, meglio noto come Unabomber ed ex professore universitario statunitense, contenute nel suo discusso manifesto: «libertà e progresso tecnologico sono incompatibili (…) Il sistema agisce per il bene dell’individuo: quando gli fa il lavaggio del cervello per portarlo al conformismo lo preserva da mali maggiori».

Del domani non c’è certezza, chi avrebbe potuto immaginare uno scenario simile – ah, sì perdonate il “filantropo” Bill Gates, lui l’aveva “previsto”.
Democrazia e capitalismo, si sa, hanno le spalle larghe di chi ha sepolto tutte le ideologie figlie del ‘900 (fascismi e comunismi). Eppure la speranza di un soggetto radicale, per dirla come Alexander Dugin, capace di cavalcare il tramonto dell’Occidente s’incarna nell’immagine romantica di una tradizione che la società post-moderna non può sopprimere.

 

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