La tomba dello sceriffo. E le altre.

Lettere di un paese chiuso 68

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Nella terra in cui sono cresciuto, ormai parlando di un periodo in cui uno si vieta l’osteria, o si mette a dieta, diciamo: “sono in ramadàn”. E’ un segno, buono secondo me, di come una parola, una comunità e abitudini lontane siano entrate a far parte del nostro gergo quotidiano.

Non ho mai nascosto il mio impegno contro il fondamentalismo islamico, lontano da qui, e anche in Italia. Ho passato tanto tempo in paesi islamici, e ho imparato un po’ di cose. Qualche volta insospettabili: ad esempio in Afghanistan ho scoperto che Mazar è la tomba, e Mazar al Sherif è la Tomba dello Sceriffo, e Mazara del Vallo dunque vuol dire la Tomba del Vallo, come Marsala è Marsa Allah, il porto di Allah.

Qualche volta più inquietanti. Ho molti amici islamici – uno per me è un figlio – ma questo non mi ha mai portato a fare sconti. Capire e studiare sì, ma senza facilonerie. Sono per l’integrazione, ma non attraverso la rinuncia alla nostra storia, antica e recente, fino ai diritti della donna, alla separazione tra Chiesa e Stato, tra politica e religione, fino al diritto a credere a quello che si vuole, come si vuole, fino a quando non si calpestano i diritti degli altri.

Anzi, sono convinto che la vera integrazione passi attraverso un confronto sincero e aspro, se serve, non attraverso l’idea facile e ignorante del multiculturalismo, che scambia i valori per cucine etniche, assaggia. Facile, difficile ? Dipende da noi, e da loro. L’Islam non è una religione qualunque, confinata nell’esperienza individuale, e non ha l’idea universale del cristianesimo: il “prossimo” chiunque esso sia. Ha un’idea del mondo – i fedeli e gli infedeli – più divisiva, e un credo che si allarga all’ambito famigliare, all’ economia, alla politica, all’idea stessa di democrazia laica.

Detto questo, credo si debba dire anche che le comunità islamiche italiane ci hanno accompagnato, in questo confinamento collettivo, come parte integrante della nostra società, abbiano condiviso con noi, da concittadini, questa disgrazia.
Per loro, da venerdì scorso è più difficile. Perché è iniziato il mese sacro del Ramadan, che commemora la prima rivelazione del Corano a Maometto, quando la rottura serale del digiuno è conviviale, e la preghiera collettiva del venerdì un appuntamento irrinunciabile. Come hanno protestato i vescovi, così ha protestato il presidente delle comunità islamiche in Italia, Yassine Lafram.

“E’ importante rispettare le disposizioni del governo, ma chiediamo fermamente che vengano messe a disposizione il prima possibile delle misure ad hoc che permettano ai fedeli di partecipare alle preghiere in condizioni di sicurezza”. Si può dargli torto ? Il protocollo promesso dal governo ai vescovi dovrà riguardare anche quella che è, ormai, la seconda religione in Italia.
Nel frattempo, le comunità sono state invitate a osservare tutti i divieti: “Siamo consapevoli che il Ramadan in quarantena, senza le consuete preghiere di comunità, è difficile e inusuale, ma dobbiamo continuare ad essere pazienti per tutelare la vita dei più deboli e tornare alla normalità quanto prima – ha detto Lafram – Preghiamo Iddio affinché voglia debellare al più presto questo male che affligge il nostro Paese e il mondo intero”.

Il mondo intero, anche quello islamico. Non solo la Mecca e Medina, chiuse al rituale pellegrinaggio, ma anche l’Islam europeo. E quello italiano.
All’inizio c’ era stata la surreale reazione dell’Isis, dai suoi nascondigli mediorientali; la pandemia è una punizione divina per i miscredenti, per i nostri peccati. Qualche imam l’ha addomesticata, trasformandola in una “prova” che i musulmani devono superare per purificarsi e ascoltare il richiamo della fede.

Alla fine ha vinto la realtà: i musulmani d’Italia l’hanno vissuta e la stanno vivendo, la pandemia, come chiunque altro: le mascherine, il distanziamento sociale, un po’ di speranza e un po’ di preoccupazione. E il rispetto delle regole: le moschee e i luoghi di culto hanno chiuso le porte, i fedeli invitati a compiere le loro preghiere a casa. Non c’era altro da fare per evitare la propagazione del virus.

Come dice Il versetto 195 della sura 2: “E non vi gettate con le vostre stesse mani nella distruzione”.
Non sappiamo se qualche musulmano è arrivato a esporre il tricolore alla finestra, ma a dimostrazione di un’ integrazione tra noi sta la realtà : molti paesi d’origine non si sono dimostrati entusiasti di accoglierle i migranti, possibili portatori di contagio, quando c’erano ancora voli per farlo. Anche senza il lavoro, che è la radice più profonda in Italia, sono stati dei nostri, per forza. Due milioni di musulmani – l’8,8% della popolazione – diventati italiani nel chiuso delle loro case, senza bisogno di cittadinanza in carta bollata. E’ diventato un Ramadan in streaming.

Per Izzedin Elzir, imam di Firenze, questo strano Ramadan adesso è una sfida che: «dobbiamo trasformare in un’opportunità per riscoprire i rapporti familiari e per riflettere. Restare a casa non significa non fare niente, è un momento per esaminare la nostra vita ed il rapporto che abbiamo con Dio e con il prossimo».

Come per noi, anche per i musulmani d’Italia, la pandemia ha chiamato alla solidarietà. Nelle terre più colpite, hanno fatto la loro parte. A Lodi la comunità islamica prepara l’iftar – il pasto che interrompe il digiuno – per le famiglie bisognose, non importa il credo o la nazionalità. “l’importante è dare una mano al paese e alla città che ci hanno ospitato e in cui viviamo in un momento così difficile per tutti”, ha detto il responsabile del Centro Abdelrahman El Said. Ammontano a quasi 30mila euro le donazioni agli ospedali degli undici centri islamici ed associazioni della provincia di Bergamo. «La comunità islamica – spiega il coordinatore dei centri Abdembi Hamzaoui – si sente parte della comunità bergamasca. Ci sentiamo vicini a tutte le famiglie che hanno subito un lutto, a quanti hanno perso una persona cara e stanno vivendo la malattia. Ognuno di noi sta cercando di fare qualcosa per i territori nei quali viviamo”.

Qualche tempo fa girai un piccolo reportage da Zingonia, dove convivevano il centro sportivo dell’Atalanta e macchie di degrado pazzesco, attorno a un gruppo di palazzi, abbattuti l’anno scorso. I senegalesi hanno donato tremila euro alla terapia intensiva dell’ospedale. Nel giro di pochi giorni i centri islamici della provincia di Brescia hanno versato 70mila euro sul conto corrente di aiutiAMObrescia, e la raccolta continua. Certo, le parabole puntate verso il paese di origine hanno continuato a cercare notizie, quando non bastavano le telefonate ai parenti. Ma improvvisamente sono diventate importanti anche le notizie italiane, i numeri che li riguardavano da vicino. Abbiamo condiviso la vita in questi 70 giorni di confinamento. E condiviso, purtroppo anche la morte.

Con qualche problema. La cosa più difficile è stata la rinuncia ai riti funebri, che prevedono il lavaggio del corpo, e avrebbero richiesto dispositivi di protezione per gli addetti che scarseggiano perfino negli ospedali. E poi l’inumazione a terra, la sepoltura entro ventiquattro ore, e mai e poi mai la cremazione. Il Consiglio della Fede Musulmana ha trovato il modo di conciliare principi e realtà, “Quelli che muoiono per l’epidemia sono martiri “. E nell’Islam i martiri che cadono sul campo di battaglia possono non essere lavati, e vengono sepolti con le vesti insanguinate. Così il Consiglio ha dispensato dal seguire le pratiche tradizionali, dando priorità alla sicurezza. Se era difficile tornare la paese di origine da vivi, peggio ancora da morti. Ed essere sepolti in Italia non è semplice per un musulmano, perché su ottomila comuni italiani solo in 58 c’è un’area cimiteriale dedicata agli islamici, sconsacrata e rivolta a sud est, verso la Mecca.

I regolamenti comunali in genere vietano la sepoltura a chi non era residente nel comune. Brescia e Bergamo sono venute incontro alle richieste, ma è stato laborioso per tutti: comunità, famiglie, prefetture, comuni, ministro dell’Interno, agenzie funebri. Adesso la richiesta, legittima, delle comunità islamiche è che vi sia almeno un cimitero musulmano per regione (in Campania, per esempio non ce n’è neanche uno), aperto, per così dire, a chi risiede in quella regione. Nell’emergenza, le bare di fedeli musulmani si sono accumulate negli obitori, in attesa di permessi, e poi inumate. Avvolte in un sudario simbolico, davanti a un solo imam e davanti a un solo membro della famiglia, per la Janazah, la preghiera funebre. Sì, il nostro stesso difficile addio, quasi a rovesciare la famosa frase di Tolstoj: stavolta le famiglie felici lo sono ognuna a modo suo, le famiglie infelici si somigliano tutte.

Il dolore, quando ha un nome e un volto, vince ogni pregiudizio. Cominciamo dai medici. Il primo è il dottor Tahsin Khrisat, di origine palestinese . Aveva 81 anni e ovviamente era in pensione. A Brescia si è offerto volontario. Contagiato dal Coronavirus, e la sua famiglia non è riuscita a trovare un posto nell’area del cimitero di Brescia riservata ai musulmani. E’ stato sepolto in mezzo a noi, dopo aver vissuto in mezzo a noi.

E’ morto a casa sua, a Porto San Giorgio, nelle Marche Abdulghani Makki, di Aleppo. Era nato in Siria 79 anni fa , aveva studiato a Perugia, e nel fermano era uno stimato dentista, con la passione per la scrittura: favole, pubblicate, ma nate per le sue nipotine. Positivo al coronavirus, morto per infarto. Non aveva mai dimenticato Aleppo, e le sue sofferenze.

Veniva da Aleppo anche il dottor Abdel Sattar Airoud. Aveva studiato medicina a Bologna e si era specializzato in oncologia a Genova. Anche in pensione non si era tolto il camice, aiutava in una clinica. Poi la chiamata a Podenzano, in provincia di Piacenza, “un uomo sta male”. E lui è corso. Quell’uomo aveva il Coronavirus. Abdel Sattar Airoud se ne è andato in 10 giorni. E’ stato sepolto a Manerbio, in provincia di Brescia, in un cimitero qualunque.

Amir parlava con lo sguardo. «Mio figlio non camminava e non parlava ma comunicava con gli occhi. Ora la nostra vita è vuota senza di lui». Il dolore di Asmaa Anbar, è il dolore di una mamma di trent’anni, che per 5 anni ha amato un bambino nato con una disabilità grave, all’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Per 5 anni la vita è stata viaggi di andata e ritorno tra la Pediatria e Curno, il loro paese. Negli ultimi giorni il suo reparto era diventato la terapia intensiva.

La casa non è vuota, adesso, per lei e il padre Abdelouahad. Perché ci sono altri due figli, di 11 e e 4 anni, ma come succede le attenzioni erano tutte per lui, dovevano essere per Amir. «Per noi è una mancanza profonda, ha sofferto molto per tutta la sua breve vita ma ho sempre cercato di non fargli mancare nulla”. Il piccolo è stato sepolto il 14 aprile al Cimitero islamico di Colognola, Bergamo. «Alla sua nascita – conclude la madre – ci avevano detto che era difficile che superasse l’anno di vita e invece per 5 anni e mezzo è stato con noi».

Il sindaco di Cavernago, nella pianura bergamasca, ha fatto una richiesta strana. Ha premesso: «Siamo una piccola comunità di 2676 persone e ogni volta che qualcuno muore, io partecipo ai funerali . Aggiorno la comunità su Facebook scrivendo delle morti, mentre alla famiglia mando una lettera privata di condoglianze. Sono cose banali ma una comunità così piccola è abituata a stare vicina. Se potessi, andrei ad abbracciarli».

La storia di Jawed Ahmed e della moglie Malika Bensaleh è una storia di amore e di morte. Lei era stata contagiata dal virus e trasportata in ospedale, il marito ha accusato un infarto poco dopo il ricovero della moglie. Sono morti quasi contemporaneamente. Il sindaco Giuseppe Togni ha chiesto e ottenuto, una deroga alle rigide tradizioni musulmane, che fossero sepolti uno accanto all’altra: «Volevo solo che rimanessero insieme anche dopo la morte, che li ha colti allo stesso tempo”. Mi è tornata in mente la tomba, in un angolo del cimitero del Leone, a Sarajevo, di Bosko e Admira. Lui serbo, lei musulmana: un amore più forte della guerra, e decidono di scappare insieme, verso una vita insieme. Sono morti insieme, per mano dei cecchini, e riposano insieme in un angolo del cimitero che non ha segni religiosi, solo una lapide a forma di cuore.

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