24 aprile 2020. Seduto in quel caffè….

Lettere di un paese chiuso 62

tempo di lettura 15 minuti

Voglio provare a raccontarvi due modelli di gestione dell’emergenza coronavirus, apparentemente contrapposti. Quello svedese, e quello portoghese. Sono affascinato da entrambi i paesi, per ragioni diverse. Mi piace il Portogallo, la sua grande storia, mi piacciono le maioliche portoghesi e il fado di Amalia Rodriguez.

Sì, sono luoghi comuni, ma spesso i luoghi comuni sono veri, specie per due paesi un po’ indecifrabili, come i loro idoli calcistici, Zlatan Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo. Mi piace il ricordo, quando ero giovane e ho lavorato l’estate in Germania, di quegli immigrati portoghesi, la loro dignità povera, quelle facce austere, come una versione triste del mondo latino.

La Svezia che per i maschi della mia generazione è stato il paradiso immaginario della libertà sessuale, è il paese in cui vivono alcuni amici, in cui mi sono annoiato traversandolo in auto (frenando in tempo, un giorno per non tamponare una roulotte che aveva investito una renna), la cui televisione mi ha dato lavoro quando ero senza, in America Centrale.

Ma se devo dirla tutta l’esperienza più clamorosa è stato un viaggio in traghetto da Stoccolma a Helsinki: il 99% era salito a bordo solo per ubriacarsi a buon mercato e avrebbe fatto andata e ritorno sabato e domenica. Io ero l’1%.

Però se devo dire che posto mi piace di più, dico Lisbona. Ci sono sempre andato per lavoro, e dunque non conosco l’Alentejo, ma la Torre di Belèm è sempre stata per me il finis terrae, dove l’Europa finisce e comincia il nuovo mondo: un posto promettente, specie adesso che sappiamo com’è andata a finire. Perché anche noi stiamo andando verso un mondo nuovo, ma ancora non sappiamo come, quale e quando.

Ma cominciamo dal freddo. La Svezia, che ha cessato da tempo di essere un monumento pragmatico all’ accoglienza (resta sempre infinitamente meglio dell’Italia, questo sì) è diventata in questi mesi uno dei modelli possibili di resistenza al Covid 19: la mitigazione dolce della pandemia, senza chiusure totali né divieti imperativi. Il tentativo di arginare il virus lasciando che faccia il suo corso, nella convinzione che Covid 19 non è una malattia che può essere sradicata e cancellata, fino a quando non arriverà un vaccino.

Intanto c’è da dire, sul piano politico istituzionale, che la Svezia ha un governo di minoranza (socialdemocratici più verdi) che però ha rinunciato ad avvalersi dei poteri speciali, che pure aveva ottenuto dal Parlamento. per affrontare l’emergenza. L’ha affrontata – o meglio si suoi epidemiologi l’hanno guidata ad affrontarla, in modo che assomiglia un po’ alla posizione iniziale di Boris Johnson, puntando all’immunità di gregge. Rischioso, naturalmente. Il primo caso accertato di coronavirus in Svezia risale al 31 gennaio. A febbraio il contagio è ancora limitato, e “importato” dalle località sciistiche alpine, a marzo il numero dei casi aumenta. A metà aprile i casi accertati sono 11.445 ma l’Agenzia per la sanità pubblica stima che la quota della popolazione contagiata oscilli tra il 5 e il 10%.

I pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 915 e i decessi 1033. Sono stati numeri a lungo in costante, seppure contenuta. ascesa. Ma da lì in poi la curva diventa quasi piatta, i numeri stabili: ieri, 23 aprile, la Svezia contava 13.517 casi positivi e 1937 decessi, e più di un migliaio i ricoverati nelle terapie intensive.

Se questo può avere un significato – stiamo parlando a lavori in corso e di un virus mai studiato prima – vuol dire che la Svezia è vicina all’uscita dal tunnel., Senza però, attenzione, aver pagato il costo della chiusura di fabbriche, uffici, senza la quarantena imposta ai suoi cittadini, e perfino ristoranti e bar aperti, con il solo invito a servire ai tavoli. Si è limitata a tenere l’epidemia a un livello tollerabile dal servizio sanitario. Come ha fatto ? Più persuasione che divieti e la responsabilità individuale: il tuo compito di singolo cittadino è non solo di difendere te stesso, ma anche di non diffondere il contagio. Ho chiesto qualche giorno fa a un’amica che conosce il Giappone come mai si vedessero molto tempo fa, prima del coronavirus, turiste giapponesi, a Milano o Roma, con le mascherine.

Mi ha spiegato che chi ha un raffreddore le indossa per proteggere gli altri, non se stessi. In Svezia questo ha voluto dire tenere aperte le scuole inferiori (superiori e università sono stati invitati, non costretti, al 19 marzo alle lezioni a distanza) anche per salvaguardare la salute fisica e psichica dei minori ( e naturalmente nessun impedimento a chiunque volesse fare attività fisica, a qualunque età, ma invitato a farlo in modo distanziato). Il governo ha proibito gli assembramenti con più di 50 persone (fino al 29 marzo il tetto era 500); ha proibito le visite alle case di riposo (fino al 30 marzo il divieto era a discrezione dei comuni) ma non ha chiuso le frontiere (se non ai voli provenienti da paesi non europei, accogliendo un’indicazione dell’UE), né le attività produttive e commerciali, e dove era possibile è stato incoraggiato il telelavoro.

Dal 10 aprile i locali che non mantengono la distanza di sicurezza tra i clienti vengono prima multati, poi chiusi, se insistono. Per il resto le norme che conosciamo: mascherine, lavarsi le mani. E stare a casa sì, ma quando si hanno sintomi, per il resto solo prudenza, autoregolamentazione, comprensione del momento.

Sembra, visto dall’ Italia, un altro pianeta, come sembrava a noi ragazzi la Svezia della libertà sessuale degli anni ’50 e ’60. Cosa abbiamo avuto in comune ? La piaga delle case di riposo, dove si è verificato il maggior numero di decessi. E ovviamente le scelte del governo hanno provocato qualche polemica, specie nell’ambiente medico. Del resto non c’ è, in Svezia la volontà di essere un modello. Cosa ci insegna ? Forse niente: non sappiamo se in Italia, con le dimensioni che il contagio ha avuto nel giro di poche settimane, sarebbe stato possibile comportarsi così, e il nostro sistema sanitario è stato davvero sull’orlo del collasso. In Svezia gli abitanti sono 10 milioni su un territorio grande una volta e mezzo l’Italia: il distanziamento sociale è più semplice. I nuclei famigliari sono diversi dai nostri: i contati tra generazioni più radi e il civismo, la fiducia nelle istituzioni e il rispetto per gli altri cittadini, più alto che da noi.

Ma dobbiamo sapere, e questo getta un’ombra sulla nostra fase 2 – che l’idea dell’Agenzia per la sanità pubblica svedese è che il lockdown, oltre a implicare costi sociali ed economici altissimi, non protegge dal rischio di ondate di ritorno del contagio. Lasciare circolare il virus, invece, porta gradualmente ad avere una maggioranza di cittadini che ha sviluppato l’immunità al virus. Funzionerà ? Non lo sappiamo, non lo sappiamo ancora. Norvegia, Finlandia e Danimarca hanno preso misure molto più severe, chiudendo frontiere, scuole, negozi. Ma nessuno dei tre ha chiuso le fabbriche, e nessuno ha sospeso la libertà di movimento die cittadini.

Ma la cosa curiosa è che la Svezia, non ha fatto tifo per questo suo modello, come in parte è avvenuto tra Regioni in Italia, e come l’Italia stessa ha fatto, e Conte ripetuto più volte. Ci sono rimasti male – era circolato in rete – quando il viceministro italiano Roberto Buffagni aveva scritto che da una parte c’era chi voleva salvare vite e dall’altra chi credeva in una logica spietatamente darwinista. Noi e loro. Gli è sfuggito, per fortuna, l’atteggiamento dell’informazione italiana, che sembrava Aldo Giovanni e Giacomo vestiti da gufi sulla staccionata, aspettando che la pandemia gli desse una lezione, come a Boris Johnson. Non è andata così, e vedremo come andrà a finire.

Una strategia diversa. per non dire opposta, è quella del Portogallo, che ha un numero di abitanti molti simile a quello della Svezia. E che però ha in comune con l’Italia due cose: la crisi del debito precedente alla pandemia, e l’anzianità della popolazione (spesso sono anziani anche gli stranieri residenti: molti italiani si sono trasferiti in Portogallo per godere, oltre che del clima, delle grandi agevolazioni fiscali.) . Cosa dicono i dati ? Ieri, 23 aprile 2020, c’erano 20.054 casi positivi. I decessi sono stati 785 : meno delle nostre Marche, che però hanno solo un milione mezzo di abitanti, contro i dieci del Portogallo. E dieci volte meno della Spagna con cui confina.

La strategia ? Il governo del premier socialista Antonio Costa ha attivato il lockdown subito: sfruttando il vantaggio di tre settimane rispetto all’ Italia, e poco meno rispetto alla Spagna (La Spagna, invece, è stata bloccata dopo oltre 6 mila casi). Subito, e dappertutto : il 18 marzo il Portogallo ha chiuso, quando i contagi erano solo 448. Le scuole erano state chiuse ancora prima, il 12 marzo. Quando non c’era stato neppure il primo decesso.

Anche qui va fatto un accenno alla classe politica. Sapete cos’ha detto il leader dell’opposizione Rui Rio ? Si deve citare il suo discorso, dovrebbero studiarlo nelle facoltà di scienze Politiche: «La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità. Per me, in questo momento, il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro Antonio Costa conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna perché la sua fortuna è la nostra fortuna».

La fortuna è stata dalla parte del Portogallo, che temeva il peggio perché ad esempio i posti letti in terapia intensiva erano davvero pochi: 4, 2 ogni 100mila abitanti. Invece il tasso di mortalità per coronavirus in Portogallo è di circa il 3%, contro il 10% della Spagna. Come mai ? Da cinque anni il Portogallo cercava, spendendo (la spesa per la salute pubblica è cresciuta del 18% in quei cinque anni) , di riportare il servizio sanitario nazionale ai livelli precedenti, e il personale sanitario è aumentato del 13%. Cosa ci insegna ? Magari nulla, ma qualche differenza con il lockdown italiano c’è. Intanto la tempestività, abbiamo detto. E flessibilità: fabbriche e cantieri sono rimasti aperti.

E’ stato possibile fare sport all’aperto. Sono stati regolarizzati miglia di extracomunitari presenti nel paese per dar loro la possibilità di usufruire del servizio sanitario. Sospesi gli affitti delle case popolari giugno. Non è tutto rose e fiori, perché il Portogallo rischia di pagare duramente l’addio alla prossima stagione turistica .

Potessi scegliere dove andare a godermi le vacanze, tra Svezia e Portogallo, non ho dubbi. Per la cucina, per la gente, per il clima, il Portogallo tutta la vita. Per la letteratura, anche. Ma più Pessoa che Saramago. E il monumento a Pessoa, che tutti avrete visto o vedrete prima o poi nel quartiere del Chiado, lui seduto a un tavolino del caffè La Brasileira, adesso ha il sapore di quello che ci è proibito: sedere a un tavolino all’aperto, davanti a una tazzina di caffè, e guardare la gente che passa. E pensare che nella vita bisognerebbe tutti imparare dai nostri errori, e da quelli degli altri, e comunque mai pensare di essere un modello per tutti. Considerazione amara, ma prendo il caffè senza zucchero.

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