Feltri per gli olandesi è meridionale

Lettere di un paese chiuso 61

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Vedo una sollevazione social contro Vittorio Feltri, che in televisione ha detto – non l’ho visto, ma tengo fede ai resoconti che “i meridionali non hanno un complesso di inferiorità, sono inferiori”. Una fesseria, che forse è stata detta perché ci crede davvero, forse perchè bisogna spararle grosse per fare notizia, forse perché crede di reagire così agli attacchi contro la Lombardia. E’ una fesseria perché la cultura italiana è intrisa di cultura meridionale.

Perché lo sviluppo del nord è sudato dal lavoro anche meridionale. Perché tante delle migliori professionalità del sud contribuiscono a fare grande il nord. Non lo dico perché mio genero, che da due mesi incontro dietro a un vetro, è in Lombardia un giovane primario di terapia intensiva di origine calabrese. Lo dico perché io sono di origine napoletana, e ho provato sulla mia pelle il sospetto, la commiserazione degli altri, e perfino la rassegnazione di noi terroni. Mio padre, quando ancora dovevo imparare a difendermi da solo e mi lamentavo perchè mi prendevano in giro a scuola per il mio cognome, diceva: “Tu hai a essere fiero. Quando questi camminavano a quattro zampe, noi discutevamo di filosofia, al tramonto, in riva al mare”.

Ma poi quando salivano i miei zii (eravamo poveri, e il viaggio di nozze lo facevano a casa nostra, con puntata a/r a Venezia per farsi la foto con i colombi in piazza San Marco, si raccomandava ai suoi fratelli minori: “Uè, mi raccomando, non facciamoci conoscere”. Sono cresciuto tra l’orgoglio delle mie radici e il peso della diversità, e ancora oggi mi meraviglio quando pronunciano bene il mio cognome, grazie a quel po’ di precaria notorietà che il giornalismo televisivo assegna: CA-PUO-ZZO.

Io mi dico friulano, perché sono nato lì, e in quel piccolo mondo sono cresciuto: l’identità è qualcosa che scegli. Ma sono fiero del mio cognome, delle mie radici meridionali. A Napoli qualche volta mi è capitato di chiedere: “Ma di dove sei ?” E se mi rispondevano “Sto al Vomero”, scuotevo la testa perché sessant’anni fa giocavo sotto casa a vico Lungo Gelso, nei Quartieri, quella è Napoli, non il Vomero.

Conosco i pregi e i difetti del nord, e pregi e difetti del sud, per averli in me entrambi. Paradossalmente voglio bene al sud e al nord per i loro difetti, perché è facile amare per i lati belli, devi amare le debolezze, le fragilità, le difficoltà delle persone. Mi sento un po’ bastardo, e fiero di esserlo: I bastardi sono i cani più sani, e spesso più intelligenti. Sento le mie radici confuse: napoletane, triestine, lucane, carinziane, greche, friulane come una dote, non come un peso. E ho sempre cercato esempi che fossero un riscatto della mia condizione, come l’alpino Sanna, un sardo caduto in Afghanistan, rimpianto dalla valle friulana dove aveva vissuto. O, in questi giorni, il bergamasco uscito dal coma in un ospedale di Palermo.

E’ per questo che mi permetto di dirvi non dall’alto, ma dal basso, cari compaesani terroni, e cari compaesani polentoni, che vi stanno tirando dentro una battaglia inutile. Che quando cercano di reclutarmi a un battaglia tra nord e sud, destra e sinistra, mi sembra di essere chiamato alla leva: cose del secolo scorso, davanti a pandemie e mutamenti climatici. Una battaglia elettorale dove contano i voti, quelli di chi ha il potere e quelli di chi vuole averlo. E non la battaglia che dovremmo affrontare tutti insieme per ripartire. Succede anche a Bruxelles. Dove non è il giorno della verità.

Dalla riunione di oggi uscirà l’idea del Recovery Fund, o Fondo de Recuperaciòn, perché l’hanno proposto gli spagnoli. L’idea, perché la pratica richiederà tempo: quanto soldi di prestiti e quanti a fondo perduto, quali settori andranno a finanziare e quali strumenti per farlo. Temporeggiare vuol dire che la pratica partirà non prima dell’anno prossimo. E così quei 30 miliardi e passa del Mes “ senza condizioni” diventeranno i soldi sporchi e maledetti ma subito, che l’ l’Italia sarebbe sciocca a respingere. E ognuno, di ritorno, vi venderà la sua campagna vittoriosa: ci siamo fatti rispettare. No, hanno tradito. E’ un Mes travestito.

Il Recovery Fund è il rilancio dell’Europa. E’ la sua fine. Lo avete già sentito ? Si, è lo spettacolo del dopoelezioni, quando hanno vinto tutti. E sta lì, il peccato originale, della confusione ferita e allegra con cui andiamo a ricominciare. Non sta nelle incertezze dell’inizio, la fase 1,nè nella minacciose e necessarie app che inaugurano la fase 2. Non sta nella rivoluzione di un sud sano e di un nord infetto. Ci siamo presentati a Bruxelles divisi , sia le forze di governo che le forze di opposizione: voi prestereste soldi alla ditta di due soci che litigano fin sotto allo sportello? Abbiamo fatto la figura di chi ha fatto festa fino a ieri sera, e si presenta al colloquio di lavoro con il mal di testa, ma alzando la voce, e la fama di non essere uno che onora i debiti: siamo tutti meridionali di qualcun altro. L’Europa non è il Paradiso terrestre, ma il peccato originale è stato commesso sotto casa: l’emergenza è stata affrontata come una campagna elettorale. Ancora oggi i 5 Stelle devono smarcarsi dal bacio della morte europeista del PD, e Forza Italia deve ambire a essere la voce responsabile dei moderati. A gennaio, a sentire il governo, avevano in mano un piano segreto sull’emergenza che non poteva essere divulgato, perché prevedeva un numero di morti spaventoso (il guaio è che non hanno avvertito neanche tutti quelli che brindavano con aperitivi e mangiando involtini primavera, non si sono presi sul serio neppure davanti allo specchio). E che succede ? Succede che il 31 gennaio sulla Gazzetta ufficiale viene dichiarato lo stato d’emergenza. In un paese normale, il governo avrebbe convocato l’opposizione, sotto lo sguardo severo e benevolo del Quirinale.

Avrebbero dichiarato una sorta di armistizio e un modus operandi per cui, ognuno con le sue responsabilità, affrontare la situazione: decreti ministeriali, leggi parlamentari, conferenze stampa, rapporti con le Regioni, rapporti con l’Europa. Da lì in poi avremmo assistito a uno spettacolo meno confusionario, meno assurdo, di quello che abbiamo visto in questi ultimi tre mesi. Avrebbero potuto farlo ?

La natura dei rapporti personali tra l’opposizione, e segnatamente Salvini, e la maggioranza, segnatamente Conte, lo rendevano difficile. La natura del governo Conte, nato solo per scongiurare le elezioni , faceva assumere all’emergenza le caratteristiche di una ghiotta occasione. Da lì in poi siamo entrati in una campagna elettorale permanente, in mezzo ai funerali. Il capolinea, dopo tre mesi, è un governo spaccato sul Mes, un’opposizione spaccata sul Mes, le prove generali di nuove maggioranze, e le richieste di dimissioni o di commissariamento si sprecano come salve di artiglieria.

Ovvio che sia stato difficile per chiunque avesse responsabilità, a ogni livello. Si può governare l’emergenza con l’obbligo di aver successo davanti ai gufi, e lo spauracchio dell’insuccesso, e del nemico pronto a coglierlo ? Avrebbe dovuto essere un rischio condiviso, chiusure e riaperture, e un approccio diversificato, ma senza gare, tra situazioni locali diverse. No: è stata una campagna elettorale, con l’opposizione e il governo che facevano l’omino della pioggia e la donnina del sole dei vecchi barometri: tu dici una cosa ? Io dico il contrario. Tu dici il contrario ? Io dico una cosa. Tu mi attacchi, e io ti attacco. Ma non credo che in quella ormai famosa conferenza stampa a Conte siano sfuggiti i nomi di Salvini e Meloni. E’ che lui ne ha bisogno come dell’ossigeno: il giorno che Salvini e Meloni non sono più una minaccia, Conte non serve più.

Le emergenze non si governano con il consenso, non chiedi voti, dici la verità, non le promesse. Si governano con l’assunzione di responsabilità, non contano i sondaggi o i like. Ma se senti il fiato sul collo, ogni decisione la assegni di fatto ai pareri dei tecnici: quelli romani, e quelli lombardi, come un alibi.

Come se ne esce ? Con la voglia di ripresa di tutti, non con la voglia di rivincita su chi ti ha scippato o chi ti vuole scippare il governo, e ancora meno con le guerre tra i poveri, le valli bergamasche contro la Sila. Con il rispetto: non tra forze politiche, che diffidano l’una dell’altra e pure di se stesse anche quando devono spartirsi le grandi cariche (hanno aperto il vasetto del caviale, altro che scoperchiato la scatoletta di tonno). Il rispetto per un paese segnato, che ha il diritto di essere aiutato e non intralciato dalla burocrazia. E anche un po’ di giustizia, ma senza politica. Perché a volte sembra di vedere l’inizio di una specie di guanti puliti. Giusto fare inchieste sulle morti nelle RSA, ci mancherebbe. Ma senza grancassa. Sapendo che sono state altrettante le morti, se non di più in Francia, in Spagna, in molti paesi. Cosa vuol dire ? Tutti colpevoli nessun colpevole ? No, vuol dire che la lettura giudiziaria della pandemia in Italia rischia di essere pandemica, se ogni famiglia dei cento e passa medici farà causa al Servizio Sanitario, se lo farà ogni famiglia di ogni infermiere deceduto, e se lo farà ogni famigliare di vittima del Covid 19, e se lo farà ognuno ingiustamente multato per violazione delle restrizioni. Mani Pulite, nata proprio al Trivulzio, ha fatto risorgere l’Italia ? Non direi. Ma la Giustizia, in Italia, è restata sempre un po’ la continuazione della lotta politica con altri mezzi. Vi ricordate il terremoto dell’Abruzzo ?

Ci fu un lungo processo a sei scienziati della Commissione Grandi Rischi che faceva capo a Palazzo Chigi, dove allora stava Berlusconi. Avevano minimizzato lo sciame sismico che precedette il terremoto. Li assolse la Cassazione, che però condannò il vice di Bertolaso, De Bernardinis, perché in un’intervista televisiva, e dunque fuori da un inevitabilmente aleatorio dibattito scientifico sulle previsioni, aveva detto che “non c’era pericolo” . Una dichiarazione “negligente e imprudente”, che finì per rassicurare ingannevolmente gli abitanti dell’area colpita, secondo i giudici.

Ora ricorderete quello che il premier Conte, ospite della Gruber, il 27 gennaio 2020, ebbe a dire, rassicurante, sulla minaccia del virus, allora solo cinese: “Siamo prontissimi, continuiamo costantemente ad aggiornarci con il Ministro Speranza. L’Italia in questo momento è il Paese che ha adottato misure cautelative all’avanguardia rispetto agli altri, ancora più incisive. Abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili e immaginabili”. Come sia andata, questo lo sapete.

Feltri la spari pure, ma oltre ad avere torto, è un utile straccio rosso per distrarre il toro dai toreri e dai picadores che lo vogliono piegato sulle ginocchia. Non è il sud che ha attaccato la Lombardia, e ogni critica, se non ha secondi fini, dev’essere benvenuta, aiuta. Il “mio” cameraman, Salvo La Barbera, siciliano, ieri ha postato un’immagine, tipo quelle prese da satellite. Si vede la Sicilia e le luci disegnano un scritta “Feltri, suca !”. Lo capisco, e voglio bene a quel suo orgoglio ferito. Ma bisogna fare come San Gennaro: fottersene, e guardare avanti (scusate la parola, ma a Napoli si usa). L’altro ieri sono stati dimessi dall’ospedale in cui avevano fatto la riabilitazione i due coniugi cinesi.

Ve li ricordate ? Quei due turisti da Wuhan, primo caso in Italia, il tour che finisce allo Spallanzani, avete presente ? Quel che è stato è stato, e continueremo a lungo a raccontare guarigioni e decessi, faranno parte della normalità per molto tempo. Non si pretende la pace, no, e del resto la vendita di colombe, a Pasqua, è calata del 37,6%.

Ma una tregua sì. E se non la rispettano i politici, non facciamoci tirare dentro dagli arruffapopolo, istigati a farla tra di noi, pur di confondere le acque, e distrarci dai piccoli problemi veri: che io sappia le mascherine obbligatorie costano troppo da Aosta ad Agrigento. E il lavoro, la sicurezza, la salute, il benessere, il futuro dei giovani, la libertà, non hanno accento. Poi, che San Gennaro sia stato più efficace di Sant’Ambrogio, bisogna ammettere che è vero.

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