In morte di cinque donne

Lettere di un paese chiuso 59

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A dire la verità la notizia che più mi ha colpito nelle ultime ore non riguarda il coronavirus, se non molto molto indirettamente. La notizia è la morte di Alessandra Cità, 47 anni, a Truccazzano, vicino a Milano.

L’ha uccisa, perché non voleva rassegnarsi alla fine di una relazione durata sette anni, il suo ex compagno, Antonio Vena, suo coetaneo , di origini siciliane come lei, che lavorava normalmente dal lunedì al venerdì a Bressanone, Alto Adige, dove montava cabine doccia per un’azienda del luogo.

L’ha uccisa non nel mezzo di una discussione, di un litigio, in mezzo alle urla e ai pianti, no. L’ha uccisa nel silenzio delle due di notte, e nel modo più determinato e freddo possibile: un colpo di fucile a pompa alla testa mentre lei dormiva. Solo forzando il ragionamento si può arrivare al coronavirus, perché lei aveva accettato che lui, in ferie forzate dall’azienda in cui lavorava, trascorresse a casa sua, ormai solo da ospite al tramonto di una relazione, questo periodo di quarantena collettiva.

Ora le convivenze forzate, di ogni coppia e di ogni famiglia sono come tutte le guerre, tirano fuori il meglio e il peggio delle persone. I dati dei centri che si occupano di violenza contro le donne registrano un aumento delle richieste di aiuto del 74% , nel periodo dal 2 marzo al 5 aprile. In Antonio Vena hanno ritirato fuori il peggio del peggio. Perché aveva già precedenti di violenza nei confronti della ex moglie – nel 2012 aveva inseguito la donna in macchina e l’aveva tamponata fino a farla uscire di strada. Non sappiamo se Alessandra sapesse di questi precedenti. Nella babele di app di tracciamento di questi giorni, forse potrebbero studiare anche una app che segnala alle donne i maschi che hanno alle spalle un curriculum di persecuzioni. Sappiamo che Alessandra si era stancata di quella storia, e di quella convivenza forzata.

Mi ha sempre lasciato perplesso il fatto che chi parla dei femminicidio trascuri alcuni elementi importanti: chi uccide le donne oggi non è più il marito o il compagno padrone di una volta, che non sa accettare la libertà di scelte di una donna. Sempre più spesso è un uomo fragile, che non sa accettare di sentirsi dire “no”, viziato in famiglia e a scuola, che non è addestrato alle sconfitte, e non sa immaginare che qualcuna cessi di amarlo. Così fragile che spesso l’assassino si toglie la vita, dopo averla tolta alla donna che lo rifiuta. Antonio Vena no, è un assassino di vecchio stampo, il compagno padrone, per il quale una donna può esistere solo se è sua, una proprietà indivisibile.

Antonio Vena è andato alla compagnia dei carabinieri di Cassano d’Adda e ha confessato il delitto, con un pianto che non sappiamo se fosse di circostanza o no, e non sappiamo se i carabinieri avessero mascherina e guanti perché essere contagiati è brutto, ma esserlo d a un assassino che sparge lacrime tardive è peggio. In un certo senso, anche questo, è un segno di ritorno alla normalità, la più orrenda: il senso di possesso di uomini che non amano le donne, e anzi odiano la loro libertà.

Torniamo al coronavirus. I dati del contagio nella provincia di Brescia, una delle più popolose e più colpite della Lombardia, confermano che le donne sono colpite dal contagio come gli uomini: il 52,17% dei contagiati nel bresciano sono uomini, il 47,83% donne. E’ vero che le donne sembrano tenere duro più degli uomini: sono mancate 565 donne e 885 uomini. Ed è vero che tra le donne forse c’è una più alta proporzione di decessi in casa (sono le ultime a lasciare la nave…) o nelle Rsa, senza tamponi.

Mi chiedo adesso se ho viaggiato con lei, l’Alessandra uccisa nella notte, senza saperlo, nelle mie andate e ritorno verso il cardiologico Monzino, perché Alessandra lavorava per l’azienda dei trasporti milanese da 21 anni. Conduceva il tram numero 27, da piazza Fontana a Viale Ungheria. Voglio dedicare a lei quattro piccoli ritratti di donne qualunque uccise senza odio, solo dal virus.

Aveva 31 anni, era madre di un bimbo di due anni, era operaia alla Brembo di Curno, impianti frenanti a disco. Yaye Mai era arrivata in Italia quando aveva solo 13 anni, con la famiglia, dal Senegal. A Pontida aveva conosciuto il marito, Douda Timera, anch’egli senegalese. Avevano avuto un figlio che adesso ha due anni e mezzo. Yaye era di nuovo incinta. Da una settimana stava male, è stata portata al Giovanni XXIII di Bergamo, ma è morta ancora nel Pronto Soccorso.

Era una persona gentile e discreta, ricorda chi l’ha conosciuta, e l’intera comunità di Pontida, ha detto il sindaco, ha perso un sorriso luminoso e due grandi occhi. E’ stata sepolta nel cimitero musulmano di Corignola. Sul suo profilo Facebook c’era la foto di una gita a Milano, in piazza Duomo, e una bella fotografia con il figlio e la frase : “La mamma tiene il suo bambino per mano solo per un breve periodo, ma il suo cuore l’accompagna tutta la vita”

Forse nessuna Procura indagherà sulla morte di Lidia Liotta, infermiera di 56 anni, caposala alla Rsa Villa Serena di Predore, nel bresciano. E’ morta all’ospedale di Chiari. Lascia il marito Calogero, impiegato comunale, e la figlia Mariapia, 20 anni.

La coppia, originaria di Sciacca, tanti anni era venuta al nord per trovare un lavoro. Non solo lo aveva trovato, ma Lidia si era fatta amare da tutta la comunità per come si prendeva cura dei 25 ospiti della RSA, dove lavorava da vent’anni: professionale ma dolcissima. Ricoverata da un mese, forse a Lidia non hanno detto della morte di una decina tra quelli che lei chiamava “nonni”. E neanche del fatto che la residenza adesso è vuota: era rimasta una sola infermiera, e gli ospiti sono stati trasferiti, sparsi, fra altre tre RSA.

Edda Baga Pennacchio ha trascorso molti anni della sua vita in una Rsa di Botticino, nel bresciano: prima volontaria e poi come ospite. Quando era andata in pensione, abbassata la saracinesca del negozio di scarpe che gestiva con il marito, si era dedicata gli anziani, fondando un’associazione di volontariato. Per anni è stata un punto di forza, mite e benevolo, per tutti gli ospiti. Poi, quando non ce l’ha fatta più, è diventata un’ospite a sua volta. E’ mancata a 94 anni, e le figlie la ricordano come “una roccia nella tempesta”.

Una Procura invece indaga sulla morte di Maria Laura Veraldi, una donna di 79 anni, di Presezzo, nella bergamasca. Era stata investita da un’auto il 9 gennaio. Era stata portata all’ospedale, in gravi condizioni. E in un altro ospedale è poi morta per una polmonite da Covid 19, secondo l’autopsia richiesta dal sostituto procuratore incaricato delle indagini.

All’esame hanno partecipato anche il medico nominato dalla famiglia della donna e quello nominato dal conducente dell’auto investitrice, un quarantacinquenne per ora indagato per lesioni stradali. Si profila un caso giudiziario complesso, che porta in un’aula di tribunale il dibattito consueto: morto con o per il coronavirus ? Sarà una battaglia di perizie: Maria Laura è morta per il Covid 19 o per l’incidente, che l’ha indebolita ed esposta al virus ? Dopo l’investimento era stata ricoverata al Giovanni XXIII per fratture multiple ed emorragie interne. Le sue condizioni erano lentamente migliorate e a un mese dall’incidente era stata trasferita in una clinica riabilitativa. Dopo un mese di degenza le sue condizioni erano peggiorate ed era stata portata di nuovo in un altro ospedale, dov’è morta.

A causa dell’emergenza Covid l’autopsia è stata eseguita un mese e mezzo dopo la morte .I medici depositeranno le loro relazioni tra 60 giorni. Intanto, finalmente, la salma potrà essere sepolta, pur con tutte le precauzioni dell’emergenza.

Si usano, a volte, delle immagini consolatorie, davanti alla morte. Ne “Il Paradiso delle donne” dello scrittore tunisino Alì Becheur, le figure femminili sono, come si intuisce già dal titolo, centrali. A cominciare dalla madre, che apre a suo figlio lo spiraglio per capire il Paradiso, il mondo delle donne. Un mondo che a volte può diventare inferno, e che Alessandra, Yaye, Lidia, Edda e Maria Laura hanno lasciato. Non volevo mettere le loro foto, che sa di lapide funeraria. Ho messo il video di una pizzica ballata in piazza a Lecce, per esorcizzare la paura del virus.Vorrei non fosse presa come un’illustrazione irrispettosa: una donna sola, che è un’immagine di amore per la libertà e per la vita, e di sfida a tutti i suoi nemici.

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