Vivere in pace

Lettere di un paese chiuso 58

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Quando, raramente, mi capita di sentir parlare di El Salvador, è come se si aprisse un cassetto di ricordi impolverati. Mi è successo, qui a Milano, con una ausiliaria, in ospedale. Veniva da El Salvador, ma era nata dopo. Dopo il tempo lungo che trascorsi nel più piccolo e più popoloso paese dell’America Centrale.

Forse anche il meno bello, ma allora, giovane cronista, non cercavo la bellezza. Ho provato a raccontare la guerra civile del Salvador tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, secolo scorso. Non voglio provare a rifarlo qui, in breve, anche perché l’ho fatto in un libro che posso citare, essendo ormai fuori commercio, e lo si trova solo in qualche biblioteca: ” Adiòs”, Mondadori Editore.

Voglio solo ricordare, come istantanee, quelle che sono come fotografie in bianco e nero di quarant’anni fa. La pensione in cui ho abitato abbastanza lungo da fare amicizia con il fratello della proprietaria, uno sfaccendato elegante in una giacca da camera di seta, che amava conversare, in compagnia del rum. Mi sembrava vecchio, ed era molto più giovane di quanto non sia io ora. La stanza che presi in affitto quando non mi bastavano più i soldi neanche per quella pensione a buon mercato, al secondo piano della villetta di una vedova di un ufficiale che viveva al pianterreno, con i figli.

Nel giardino sul retro c’era una piccola piscina, ormai coperta da uno strato di verde – nessuno aveva il tempo o la voglia di pulire e fare il bagno – dove la notte cadevano i frutti maturi di un grande albero di mango. Non mi piace ricordare i morti, e prima ancora l’incoscienza allegra con cui gli studenti si preparavano alla rivoluzione, né il mese che passai con la guerriglia sulle montagne. Ho dimenticato i nomi di molte persone, non quello di un sacerdote che sentii predicare una domenica nella chiesa del Sagrado Corazon de Jesus, e si chiamava Oscar Romero. Non quello di Rebecca, la ragazza che prima che tutto esplodesse mi portava a mangiare le pupusas su una collina che i locali chiamavano El Paraiso.

O i nomi dei protagonisti, Josè Napoleon Duarte, o il maggiore D’Abuisson, e il ruolo degli americani. Che hanno fatto disastri con l’esportazione delle democrazie dei due Bush, ma disastri meno indigesti dell’esportazione di colpi di stato, presidente Reagan. La guerra civile durò fino alla fine del decennio, trascinandosi dietro un paese stremato da ottantamila morti, su neanche sette milioni di abitanti. Ma c’è voluto il 2019 perché a essere eletto fosse un presidente, l’ ex sindaco della capitale, San Salvador, che non apparteneva alla destre di Arena o alla sinistra del Farabundo Martì, ed è di ascendenze palestinesi. Da lontano ho continuato, quando succedeva qualcosa a leggere le rare notizie da El Salvador, un paese in cui ho passato troppo tempo per dimenticare, e in cui fortunatamente ho dimenticato un po’ di illusioni.

L’altro giorno ho letto che il Covid era arrivato anche nel paese dei vulcani e dei laghi che si stendono su vecchi crateri, e soprattutto ho letto che il presidente Nayb Bukeel, in un messaggio televisivo, aveva ordinato a tutta la popolazione un isolamento obbligatorio di 30 giorni, con la sola eccezione della breve uscita di una persona per famiglia per comprare generi alimentari, e arresti per chi violava la regola da quella sera stessa. Mi sono ricordato dei coprifuoco che hanno segnato le mie notti di quarant’anni fa, e ho pensato alle nostre regole.

In Salvador c’è stata polemica, per poteri anticostituzionali che il Presidente si sarebbe arrogato, compreso quello di detenere i soggetti a quarantena obbligatoria in centri adattati per l’occasione. Lui ha risposto su Twitter. “No entiendo el deseo mórbido que tienen de que nuestra gente muera, pero juré que cumpliría y haría cumplir la Constitución. Así como no acataría una resolución que me ordene matar salvadoreños, tampoco puedo acatar una resolución que me ordena dejarlos morir”, Non capisco il desiderio sottile di veder morire la nostra gente. Però ho giurato che rispetterò e farò rispettare la Costituzione. E come non accetterei una risoluzione che mi ordinasse di uccidere salvadoregni, così non posso accettare una risoluzione che mi imponga di lasciarli morire”.

Ho letto di tutto questo lo stesso giorno in cui sono venuto a sapere della morte di Alessandra, ricoverata in terapia intensiva al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Alessandra soffriva di una malattia autoimmune, e dopo più di un mese di ospedale, ha ceduto al virus. Ma accanto a lei c’erano la madre Anna e il fratello Manuel a tenerle le mani. Tutta la famiglia Averara, che abita a Brembate Sopra, ha dovuto affrontare il virus. Il padre, Fernando ha contratto il coronavirus ma è tornato a casa, la madre e il fratello di Alessandra se la sono cavata senza ricovero. Alessandra aveva 37 anni, e ripeteva spesso di non voler essere di peso, con la sua malattia, che l’aveva obbligata a non lavorare. Il fratello Manuel ha 34 anni. Entrambi sono stati adottati dagli Averara, Alessandra quando aveva un mese. Il fratello Manuel, che si è sposato ed è padre di un bambino, quando aveva due anni. Adottati in El Salvador. Alessandra era nata nel 1983.

Sono andato a vedere i dati del Covid 19 in Salvador, un paese dove il servizio sanitario non eccelle: 150 contagiati, 44 ricoverati, 7 vittime. Le restrizioni alla libertà di movimento sono state imposte da una polizia che non è stata allevata in una tradizione di rispetto dei diritti umani. Duemila arresti, spari, detenzioni, quasi una piccola guerra. Alessandra, che adesso riposa in pace, almeno ha vissuto in pace.

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