“Immuni”… ma non dall’essere spiati

La App che il ministero vorrebbe imporre agli italiani con la scusa del contagio è sviluppata (ovviamente gratis...) da un gruppo di imprese tutt’altro che non profit...

tempo di lettura 6 minuti

In questi giorni non si parla d’altro che di lei: “Immuni”. Il governo, infatti, ha annunciato di voler utilizzare questa App per smartphone per tracciare le persone che risultano positive al coronavirus.
Le App per smartphone, e altre tecnologie simili, sono state ampiamente utilizzate in Paesi come Singapore, Israele e Corea del Sud per aiutare a controllare il contagio, ma ci sono stati molti dubbi, in Europa, sul potenziale abuso di dati e violazioni della privacy. Anche in questo caso gli interrogativi non mancano.

Lo scorso mese il Ministero dell’Innovazione aveva lanciato un bando per sviluppatori di App che offrivano volontariamente i loro servizi. Ha ricevuto centinaia di proposte, da cui ha selezionato il prodotto della Bending Spoons, una società che ha sede a Milano e sviluppa App che vanno dal fitness agli strumenti di editing video e ha aderito al consorzio paneuropeo PEPP-PT che sta promuovendo una piattaforma europea per consentire alle App nazionali di tracciamento dei contatti di “dialogare” tra loro.

L’applicazione “Immuni” utilizza la tecnologia Bluetooth per registrare quando gli utenti sono vicini l’uno all’altro: un po’ quello che intendono fare Google e Apple per la loro versione di contact tracing di cui abbiamo parlato qui. Se qualcuno risulta positivo al coronavirus, l’App può inviare un avviso agli utenti che sono stati in contatto con la persona infetta, raccomandando azioni come l’auto-quarantena o il test dei virus, preservando l’anonimato.

I sostenitori della tecnologia Bluetooth affermano che questo metodo è più preciso e meno invadente per registrare la prossimità e la lunghezza dei contatti rispetto al rilevamento della posizione basato su reti o satelliti, che sono stati utilizzati in alcuni paesi asiatici.

In linea con le raccomandazioni dell’Autorità italiana per la protezione dei dati e le norme europee sulla privacy, l’uso della App è su scala volontaria. Ma, se il governa spera che i cittadini aderiscano “in modo massiccio”, i dubbi sulla effettiva riservatezza dei dati non sono pochi.

A contagio ormai in fase calante, appare eccessiva la necessità che ben il 60% della popolazione si debba dotare della App. Scaricarla, invece, equivale per certo a inserire sul proprio smartphone un ulteriore strumento di controllo, che viola la nostra privacy.

Questo, infatti, è il punto. Che garanzie ci sono che i nostri dati e le informazioni personali siano al sicuro? La stessa “gratuità” del progetto (dichiarata da Bending Spoons), in un mondo dove ormai sappiamo che chi offre servizi gratis è perché, poi, ci vende come merce, è preoccupante. Quale modalità di monitoraggio nasconde? Chi gestirà l’archiviazione dei contatti: un privato (Bending Spoons) o qualche agenzia ministeriale?

Sembra infatti che se, nella prima fase, non siano coinvolti server dove custodire i dati (perché il dialogo è solo tra telefoni e App), in un secondo momento ci sarà il passaggio attraverso i server in cloud di Bending Spoons (le informazioni restano sempre in sequenza numerica). In teoria il ministero dovrà indicare le strutture pubbliche dove gestirli (circola l’ipotesi della in house del Mef, Sogei).

Ovviamente, però, a ogni passaggio dei nostri dati su server, la sicurezza degli stessi finisce nel cestino.

Vediamo allora quali sono le aziende coinvolte nello sviluppo del progetto “Immuni”. Bending Spoons vanta un ebitda (margine di utile) di circa 35 milioni di euro, più di 180 milioni di download totali, 13 milioni di utenti attivi al mese, centinaia di migliaia di persone che ogni giorno scaricano una delle loro 20 App e un fatturato ben superiore a 11 milioni. Ai quattro amici-partner che hanno dato vita all’iniziativa (Luca Querella, Francesco Patarnello, Luca Ferrari, Matteo Danieli), dall’estate dello scorso anno si sono aggregati come soci di minoranza, StarTip (braccio finanziario di Gianni Tamburi); H14 (holding facente capo a Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi); Nuo Capital, (fondo con capitale asiatico ma guidato da Tommaso Paoli, ex manager di Impresa Sanpaolo).

Insieme a Bending Spoons, nel progetto “Immuni”, ci sono anche la Jakala spa e il Centro Medico Sant’Agostino di Luca Foresti.

Quando a Jakala è una società in cui sono presenti Equity Club (Mediobanca e Ferraresi), la holding dei Marzotto e altri soci tra cui, ancora, H14. Il fatturato prodotto dagli oltre 500 dipendenti è di 250 milioni. Jakala si occupa di marketing, comunicazione, eventi ed e-business. Il suo portafoglio clienti – tra banche, multinazionali e marchi importanti – è impressionante.
Il fondatore di Jakala è Matteo de Brabant, divenuto noto, nel 2016, per aver organizzato a casa sua una cena elettorale per Beppe Sala, candidato sindaco del Pd. Peccato che la sua Jakala Events avesse fatto “qualche lavoretto” per Expo 2015 del commissario Sala…

L’ultimo nome è quello di Luca Foresti che guida la rete di poliambulatori “Centro medico Sant’Agostino” a Milano ed è vicino a Matteo Renzi, tanto da partecipare nel 2013 alla storica Leopolda che consacrò Renzi premier.

Figli di Berlusconi e imprenditori legati al Pd o a Matteo Renzi… Voi davvero mettereste i vostri dati personali in mano loro?

Lascia un commento

Articolo precedente

Ancora porti aperti per i negrieri del 2020

Prossimo articolo

La truffa mediatica di Walter Ricciardi

Gli ultimi articoli di Blog